Alfabeto from I mirtilli del Moléson

Written in Italian by Giovanni Orelli

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È Natale!

Mi correggo: domani è l’ultimo giorno di scuola prima delle vacanze di Natale, e sono contento di avere pronta la poesia per quelli di prima. Per le altre classi si trova tutto nei libri, è come il salato che comperi sotto vuoto. È in prima che si hanno problemi per via dell’alfabeto. Con ventun lettere dell’alfabeto, lo ha detto Galileo, tu puoi dire tutte le cose di questo mondo. Con questi ventun caratteruzzi è stata scritta la più bella poesia della Madreterra ed è anche stata scritta molta della brutta poesia (la chiamano cosi perché si va da capo e ci sono le rime) che si trova nei libri stampati per la scuola. Poesia che parla di bontà, di angeli e stelle e doni e cento altre cose che tutti dicono cose belle e buone.

Tre ore per risolvere il caso della prima. Max e Moritz (i veri nomi sono, nella tabella, che è come il vestito della festa, Massimiliano e Maurizio) hanno imparato solo quattordici lettere su ventuno. Cinque vocali e nove consonanti. L’ordine è quello del sillabario ufficiale. Noi andiamo ancora avanti con il sistema vecchio, niente metodo globale, niente modernità. 

Alla riunione dei maestri del circondario, qualcuno (qualcuna) mi guarda come l’uomo di Neandertal, scarpe grosse e niente garanzia quanto a cervello fine.

– Ma voi – dice una – voi siete proprio l’ultimo paese che ha creato il nostro Signore.

– Via, non esageriamo! Ha fatto di peggio.

E aggiungo tra me e me: che questa è pigrizia mentale. La mia criticona potrebbe cominciare a guardarsi giù per i suoi bottoni. Si guardi un poco in giro. La mia scuola è, per esempio, molto più avanti di quella di Albinasco, anche se ora, e mi rincresce dirlo, ad Albinasco non c’è più scuola, più gente, più niente. Lì sì che c’era la scuola vecchio stile (l’espressione è della gente di qui) perché gli scolari avevano ancora l’obbligo «tassativo» di portare la legna per la stufa: ogni tanto pessima. 

Fumo fino all’intollerabile. L’ispettore aveva ben fatto la sua domanda al maestro, l’ultimo.

– Ma dove va tutto questo fumo?

E il mio collega aveva detto, nel suo parlare materno:

– Cominciamo a prenderne una bella bottacciata io e mia moglie, il resto da qualche parte va, va… 

Bottacciata vuol dire panciata, la sua pancia tonda come una damigiana.
È per questa sentenza, per questa parola cara al Folengo, campione dello «sbotazzate loqui», del parlare sgangherato, che il mio vecchio collega sopravviverà forse, nella storia (di qui).

Noi di Paltano (tra Manigolo e Cruìna) siamo a 1740 metri sul mare. Siamo la scuola più alta del paese. 

Se non fosse per il controllore delle acque, gli impiegati della centrale, due guardie di confine, avrebbero già chiuso anche qui, addio scuola.

Non c’è, naturalmente, scuola materna. Quando mi arrivano davanti, in prima, bisogna partire da zero, dal tenere il lapis in mano. Partire dalle aste, che sono il punto di appoggio nella nostra pedagogia, prima del leggere, scrivere e far di conto. Più la poesia per le feste ordinarie e per le comandate. Sono eccezionali quelli che imparano tutto l’alfabeto per Natale.

Quest’anno non sono eccezionali. D’altra parte non si possono sempre chiedere miracoli, né a loro né a me. Devo pure insegnare i decimali in terza, le frazioni in sesta. La civica in ottava. Chi comanda in Svizzera? Eccetera. 

Siamo così giunti a imparare le vocali, poi la l come luna, m come mamma, n come nonno, b come bue, p come pipa, d come don, t come timone, v come viole e, giusto ieri, r come rana. 

Così ho scritto due strofe. Le rileggo, è la mia prima creazione poetica, il mio esordio in Formula 1:

il bambino è venuto
i bei doni à portato
dal tetto è entrato
nei piedi di velluto
benedetto un lettino
è poi partito lieve
ma dietro il bel piedino
era intatta la neve.

Facile, si dirà. Facilissimo dico. Ma si provino i miei egregi Contraddittori, le mie gentili Aggiornate, si provino a scrivere senza la s, la c, la g, velari o palatali, senza f q z, senza sc e gn e così via. Ti trovi sempre in offside, in fuori gioco. Si provino a scrivere una poesia di Natale senza la s, tanto per dirne una. Ecco una notte di Natale senza stelle, come l’inferno di Dante. E addio stalla, asino, e allora tanto vale, per giustizia, ignorare anche i buoi dei paesi tuoi. Niente comete, silenzio per Cristo, Gesù, re Magi. Per una piccola c, una g, niente candele, niente pace nei nostro Natale, non caldo, culla, mangiatoia, presepe caldo, fiato bianco, cuore. Una parola che cade, il vuoto intacca la frase, il testo: il mondo. Vengono i brividi a pen sare che con una parola tu puoi cambiare il mondo, il mondo del dopo – la – virgola, lo ammetto (non ci si pensa molto, infatti, a mettere il mondo in tasca!). 

Eppure, dopo il primo verso, non bello, banalissimo (dovrò ripudiarlo?), ho chiuso gli occhi, ho visto i miei due di prima nella loro povera povertà. La poesia sarà come loro, difettosa, come certi alberelli al limite dei bosco: dopo, oltre, ci sono solo distese di rododendri e gane: la chiamiamo Sassonia.

Sopporteremo l’assenza di fuoco, di angeli e pastori. Ma ho deciso di non abbandonarli, i miei due. La seconda strofa va meglio. Ho evitato il camino. Spiegherò naturalmente l’ultimo verso, il significato di quella parola incartata nel cellofan: intatta:

ma dietro il bel piedino
era intatta la neve.

Parleremo di cose ancora più leggere della neve, dei passi della faina sulla neve polverosa, o delle lepri. Dell’ermellino, che è così bianco perché si nutre solo di neve. Lo ha detto il Boiardo. 

A questo punto, al punto del Boiardo, mi è venuta in mente la prima variante, la chiamerò Variante del Boiardo, con l’aggiunta dell’alleluia che rubo (dovrò dichiararlo al fisco?) da Agostino:

alleluia alleluia

il bambino è venuto
a te à portato un dono
rideva il volto buono
era il piede velluto
nell’andare via lieve
pareva un ermellino:
dietro il piedin piedino
era intatta la neve:

alleluia alleluia.

Alleluia vuol dire, come ha spiegato Agostino al Concilio di Cartagine del 418, laudate Dominum. Lodate il Signore.

Metteremo il disco di Händel? Visto che noi, in fatto di voci, stiamo male. L’ultima volta che mi sono azzardato a farli cantare, ho però detto – chiudiamo le finestre. Ma l’Anselmo da Fontana, discendente da una dinastia di filosofi, ha detto la sua sentenza, le sole parole di un anno! – possiamo ben chiudere anche le gelosie! 

Ma via un incaglio, eccone un altro. Superato l’ostacolo delle consonanti, mi sono onestamente detto a voce alta: la tua poesia (oramai, finita la scuola, parlo solo con me, qualche volte, a voce alta), il tuo opus majus piacerà al Signor Curato. Che non mi vuole bene. Piacerà al controllore delle acque. Nomino il controllore delle acque perché, nella terminologia di noi maestri, è un genitore tipico. Intanto è convinto, per il fatto di controllare le acque del lago artificiale, di essere uno dei «punti nevralgici» della Svizzera. Lo ha ripetuto a scuola suo figlio con un’aria come se fosse il figlio dell’Arnoldo di Winkelried, vice eroe nazionale dopo il Guglielmo Tell. Vengo a sapere tutto quello che succede nelle case, cosa mangiano eccetera, noi maestri siamo come i preti, i ragazzi li confessiamo di sopra e di sotto, e quelli non se ne accorgono. Bene, questo genitore tipico, per 360 giorni all’anno se la prende con gli stranieri che deturpano – dice così – la Svizzera, e gli altri cinque giorni pensa alla poesia di Natale. Ieri mi ha fermato in strada per dirmi se facevo la poesia per Natale sì o no – Ci terrei, sa! – come a dire: sto un po’ a vedere se non la fai! 

Adesso ho notato che quando si scrive una «poesia», sì, anche una poesia tra virgolette come la mia, il brutto è che tu giochi con l’energia atomica dei grumi di parole. Ora, se un missionario o un controllore di fuorivia la vedono, la copiano e poi la fanno studiare a memoria da sciami di trovatelli. Complimenti! E se la rovesciassi? E rovesciamola! Per quello che mi costa! La chiamerò la Variante del prete.

il bambino non viene
i bei doni non porta
non batte alla tua porta
e la neve non tiene
non è vero il natale
e morta è la bontà,
altra è la verità:
nero domina il male.

Ci sarebbe una spiegazione da dare, la neve che non tiene. Tiene se ci cammini su molto presto di mattina, di primavera. Il sole, di giorno, fa la neve molle, poi di notte gela, cresce una bella crosta. Adesso no, perché in dicembre il sole a Paltano non arriva più. L’ultima volta che s’è vista, è stato il giorno che era il giorno della nonna di Ilario, il solitario di quinta: santa Caterina. Un raggio era, l’ultimo, quasi dicesse, come le donne timide di qui – si può? – bussando alla porta a vetri dell’osteria, che tintinna, e una voce dire – avanti! – e senza aspettare che qualcuno apra va come un laser sulla vetrata del buffet, sul collo delle bottiglie di Malaga e Marsala, di Menta, Maraschino e Anisette, come se volesse svegliarle dalla loro imbalsamatura di anni. 

No, ora la neve non tiene, uno affonda fino alla vita, ma il Giacomo, che crede proprio a tutto, ieri m’ha detto che l’ha visto il Bambino: era dietro, dice, a fare allenamento con gli sci, e a furia di tenere d’occhio il costone su verso la Lacca del Gallo e Pian delle Pecore, fin giù verso Barnís, luogo di fagiani e pernici, ha visto una luce che faceva qua e là sulla neve. In dicembre la neve è farinosa, è una neve per angeli. 

Comunque sia, con quattordici lettere ne puoi già dire di cose. Si potrebbe tentarne una di tredici. Se si elimina la d, presente solo due volte… Devono scomparire i doni e il verbo domina. Esclusi regali, giuochi, pacchi eccetera, avrei ninnoli, che odio. Meglio la lettera, che Gesù scrive (pare) ai bambini: e fate i bravi, e studiate, e ubbidite sempre ai vostri genitori. Furbi quelli! Allora: volete una poesia di tredici? Eccola.

il bambino non viene
la lettera non porta
non batte alla tua porta
e la neve non tiene.
non è vero il natale
e morta è la bontà
altra è la verità
nera è la vita, e male. 

E con dodici?

Con undici, dieci nove otto sette sei: la mia nave in bottiglia. Un’altra lettera in meno e le possibilità della comunicazione si riducono spa-ven-to-sa-men-te. È che la gente tiene le lettere dell’alfabeto peggio delle figlie della serva. Si potrebbe far saltare la m, no, non è un ‘impresa spaziale, ma ti salta bambino, e parvoli non lo posso usare, io non sono un poeta laureato. 

Sono però uno che ha la testa dura, e dalla testa dura è uscita un’altra strofa:

alleluia alleluia 

nonna berta e martino
da bedoleto a roma
la nerina e l’albino
un loro inno t’intonano 

alleluia alleluia.

Perché Berta e Martino e non Max e Miritz? Spiegherò. Nulla rimarrà inspiegato. Non dirò che non conosciamo ancora la x e la z. Dirò che per Dante (Dante nella nostra scuola è un po’ di casa) dire monna Berta e ser Martino è come per le madri di oggi che si cibano di rotocalchi e tivù dire Samantha e roba del genere. La fiorentina monna diventa la nostra nonna o, se voglio, un’ava. Bedoleto è il nome autentico del paese dove sono nato: luogo di betulle: da Bedoleto a Roma, caput mundi, ci sta dentro tutto il mondo. Dirò che la Nerina e l’Albino sono i bianchi e i neri del mondo, fratello e sorella, non nordista l’uno e sudista l’altro. 

E se voglio faccio saltare anche qui la d. Bedoleto senza neanche farsi pregare, si tira indietro e lascia il posto a val Novena, là dove nasce il fiume: prefigurazione dunque, direbbe un padre della Chiesa, della mangiatoia presepe prazéf, di Betlemme dunque: dal Cristo di Betlemme al Cristo risorto:

alleluia alleluia 

ava berta e martino
val novena via roma
la nerina e l’albino
un loro inno intonano 

alleluia alleluia

E qui, dopo questo recidivo alleluia (inni e canti sciogliamo o fedeli!) ho fatto un vero e proprio salto sulla sedia. Sono andato alla finestra. Ho guardato nel nero della notte. 

Di lì mi sono rivolto al mio pubblico: 

– Udite, udite, o rustici. A undici. Un sonetto di undici! 

Domani li guarderò bene in faccia a uno a uno. 

– Gente, ho ridotto l’operazione all’osso. 

Mansueto, il ripetente di ottava, il praticone, scommetto la bottiglia di barbera che il guardiano dei forti mi ha regalato per le feste con un’aria come se stesse regalando tutti i vini delle cooperative vinicole del Piemonte: Mansueto, il mio Bastian Contrario, come lo chiamo io, 

soffierà nei capelli della ragazza di sesta, che gli ossi lui li pesta per le galline, lui preferisce la polpa. 

Non raccoglierò la sfida. Detterò il mio sonetto di undici:

venuto
venato
velato
velluto
vano
noto
nato
piano
neve
rive
nero
vero
vive
beve.

Al mio bastian contrario dirò dunque così: che intorno a quegli ossi potrà mettere il contorno che vuole, nomi verbi aggettivi: endecasillabi o no, parole di ventuno o di quattordici, un po’ come viene viene. Per esempio con parole di quattordici:

il bambino dal buio è venuto
la mammella à un moto venato
la lanterna un barlume velato.

E il velluto?

Andiamo con ordine. Infatti, capo primo, un maestro è pagato per andare con ordine. Andiamoci piano, e in ordine.

All’ordine della prima quartina io posso dire: lo sai cosa succede un po’ prima del parto? Non penso al bambino Gesù, non ai poveri che nascono ora. Penso al bambino che è nato qui, un anno fa, proprio sotto Natale, ed è vivo! E venuto al mondo col nevòdan (non c’è il corrispondente italiano, è un diluvio di neve), con la valanga che taglia le strade e spazza via i pali della luce. Ma lui il bambino ha fretta, non vuol saperne di nevòdan. Arrivano lanterne. La fiamma dell’acetilene guizza, soffiando. Pentole di acqua, ovatta, pannolini. Ragazze che bisbigliano lungo i corridoi, precipitando (o risalendo) in passettini dentro scalferotti, oppure chine a frugare convulsamente dentro cassettoni, ad aiutare, via a prendere una cosa, o a prendere niente. Una ascoltava il dottore al telefono e trasmetteva le istruzioni, teneva gli occhi bene aperti verso la parete per non perdere una parola di quello che diceva il dottore. Voce via cavo, come venisse dalle vene della terra, sotto la neve. E arrivando lì in fondo al corridoio, dove un dio ha inventato il telefono, le istruzioni correvano in un soffocato trambusto, come trilli di uccelli al primo chiaro, come in calze di lana anche loro, alla camera dove il bambino nasceva. Nascevano così, una volta, e non c’era la voce del dottore, non c’era telefono. Ma tu hai mai visto come nasce, come si «libera» un vitello? 

Ragazzi, adesso riassumo la seconda quartina: vano / noto / nato / piano: nome, aggettivo, verbo, avverbio. La creatura, la cosa creata, bambino o vitello che sia, conosce la strada che porta alla vita. È conoscenza innata. Per questo il vano è detto noto. Il vano è l’antro, l’alvo, la natura, che è, nel parlar paesano, la porta del paradiso materno; ma lo è anche, me l’ha suggerito in un orecchio l’Auerbach, era lì a godersi il suo canto di san Francesco Paradiso XI, 60: lo è anche in Dante. E ha  detto così, arditamente, che la porta del piacere è la porta del corpo femminile. Natura. Sesso. 

Noto è sbattuto lì contro nato: è proprio qui, a metà del sonetto, che c’è il passare dal ventre materno, dalla matrice buia, al vuoto: all’aria, alla luce. Ed è rischio di morte il nascimento. 

È qui che uno come l’Ambrogio raccomanda di fare senza fretta e senza paura. Lasciate che ci siano le spinte e controspinte. Ambrogio è lì accovacciato  con il didietro tutto teso sotto la correggia dei calzoni (per il suo enorme treno posteriore, come lo chiamava un veterinario di fuorivia) e controlla la posizione del nascituro: – su nano, spingi – e unge di olio la natura, poi lascia che la madre faccia da sé, secondo il suo ritmo: vedete come spinge? 

Le due terzine sono come una strofa sola: neve / rive / nero / vero / vive / beve: due nomi, due aggettivi, due verbi.

Ma qui la storia è un’altra. Adesso spiego il neve-rive. C’era una volta un ragazzo (sono io, ma mi proteggerò dentro diciotto parentesi come i diciotto materassi della principessa del pisello) e quel ragazzo scappò di casa per rubare la slitta della Maria: rubare per dieci minuti, gliel’aveva portata il Bambino, a lei sì e a lui no.

La Maria aveva quattro anni e lui tre. Si era lasciato andare in giù, tutto solo, per un prato in leggera discesa. Non era più stato capace di frenare di fermarsi così era passato giù per una riva infernale. II nero. Più tardi era ancora Ambrogio che parlava: ma su, ma non state lì a guardare come tanti cucù. Dategli un poco da bere. Quando un vitello è malato, ma poi beve e, bevendo, fa andare la coda, vuol dire che ha voglia di vivere, e vive. (lo sono rimasto vivo in mezzo a due fratelli morti. È come se alla mia passerella sopra il fiume avessero tolto le due stanghe, i corrimano. Soffro di vertigini). 

Mi guardo indietro: alla poesia, non alla vita: sì, ho rinunciato a molte cose, per via dell’alfabeto monco. Una nuova razza di povertà: niente fieno e paglia. Eppure quante parole ci sono ancora. Ecco: devi prender moglie e un governo ladro, quello che fa piovere, dice: no, escluse le bionde. Escluse le rosse. Escluse quelle sopra l’uno e settantasei e la piccina sotto l’uno e cinquantotto. Escluse (e dalli!) le infermiere, le dattilografe, le tailandesi, escluse … Esclusi fin che vuoi ma il mondo, Dio buono, è lungo e largo, la vita è ricchissima pure con tutto il povero sterminato che c’è, e il punto dei punti è che conosco una brunetta che è uno e sessantatré, non viene dalla Tailandia, è portoghese, non fa la dattilografa ma lavora ai telefoni, e domani le telefono per Natale. 

Non so ancora, a dire il vero, cosa le dirò, anche se con lei potrò usare tutti i ventun caratteruzzi di Galileo Galilei. 

Con il mio sonetto invece posso scendere a dieci, se tolgo piano, dunque la p e metto nano: un ipocorismo, un vezzeggiativo materno al suo piccino: el me nan il mio ranocchietto. E posso scendere a nove se tolgo la b di beve e recupero lieve. 

Ma non devo dare nell’occhio, con queste acrobazie, perché qualcuno, tra prete e controllore, comincia ad agitarsi per queste fanfaluche. Veramente loro dicono balle, sì, anche il prete; la parola fanfaluche è mia, perché col chiuso del mio sistema di 14 o 13 o 9, un soffio d’aria, di effe, di fanfaluche, ogni tanto fa bene: tonifica. C’è anche stato un paesano che ha detto così che farei meglio a insegnare quando c’è stata la battaglia del Morgarten e quella dei Sassi Grossi, e quanto è alta la Jungfrau. Onorare cioè la storia patria. La geografia patria. 

Ma non è la gente che mi fa paura. Ho paura di me, che faccia anch’io come il Bastian Contrario. E capace di passare una domenica pomeriggio a smontare una sveglia rotta e a guardare com’è fatta. Io ho paura di svegliarmi nel mezzo della notte, riprendermi il mio sonetto, di undici o di nove, e rifarlo: all’infinito. Sposti una parola e già una terzina cambia:

vero
rive
neve
beve
vive
nero.

II nero, il colore della morte, ti scappa così via dagli aggettivi e va dagli avverbi a colorare di sé il vivere: vivere neramente. No, bisogna che domani tenga un po’ d’occhio il mio smontatore di sveglie rotte, e se vedo che drizza le orecchie stop: gioco pericoloso. 

Piuttosto questo sì vorrei; vorrei giungere a una poesia senza consonanti, fatta di sole amorose vocali, e poi anche senza vocali. 

Una poesia bianca, immateriale, leggera come l’ermellino del Boiardo e fragile più di un cristallo di neve: come la pace: per i bambini che non hanno niente di niente, nessuna lettera d’alfabeto. Per quelle scuole che non hanno né una lavagna né un gesso. Non hanno neanche un buco come scuola. Qui da noi, e non solo giù in città, pare che non si possa più fare scuola se non hanno le monoclassi, se tutti gli anni non possono comperare l’ira di Dio di materiale, lavagne luminose e no, tutti gli audiovisivi, tutti i laboratori per «scientificamente» preparare i nostri Mefistofele e i futuri Mercurio-ladroni, gli apparecchi informaticissimi che insegnano come e qualmente e per qual fine Iddio ci ha creati: per conoscerlo, amarlo, servirlo (sì, lui, il dio denaro) e goderlo per sempre in questo Inferno. Manca, nelle nostre scuole, che gli comperino anche la macchina per nettare (forbire) il didietro quando vanno al destro che si dice, in sigla, WC. 

Ma fra non molto la Coniglieria Mondiale (l’umanità) toccherà i dieci miliardi. Un miliardo avrà tutto e ancora più che tutto. Gli altri nove miliardi avranno fame. Ma non sopporteranno più la fame. Verrà la guerra non più dei meridiani. No, la guerra sarà dei paralleli. Non più 

trentottesimo parallelo, ma tanti paralleli, tanti nord-sud.

Da che parte sarai tu? Maestro di Neandertal? Con chi opprime o con gli oppressi? Dalla parte di Cristo o dalla parte di Mammona? È qui che ti voglio. Per tornare alla poesia, l’ideale sarebbe di scrivere qualcosa che non fosse una scemenza, che tutti potessero leggere e capire, anche gli analfabeti. Analfabeti non per colpa loro. Qualcosa di decente, fatto con poco, che sia parente della povertà di Cristo. 

A Natale, lo dico per finirla con le prediche belle, noi maestri giochiamo tantissimo a fare i missionari a parole, a Natale mangerò e berrò come un ciarlatano. Come un porco. Domani, che è vigilia, dirò la mia solita razione di bugie. Sotto la poesia farò scrivere un nome mezzo falso, ivan leroliev, a posto pure lui con le mie tredici lettere. Aggiungerò, tra parentesi, 1828-1927. Novantanove anni. 

– Orcocane – dirà il Mansueto: – che duro! – Invece, a volte, ecco, vorrei morire a trentadue anni. Visto come è fatta la vita, il veronero entrato nel mio sonetto di nove. L’età di Valerio Catullo. Sono forse, nella mia ambizione, un inguaribile?

Published December 24, 2020
Da Giovanni Orelli, I mirtilli del Moléson, Torino, Nino Aragno Editore, 2014.
© Giovanni Orelli, Per gentile concessione degli eredi dell’autore.

Alphabet from Les myrtilles du Moléson

Written in Italian by Giovanni Orelli


Translated into French by Renato Weber

 

C’est Noël !

Je me corrige : demain c’est le dernier jour d’école avant les vacances de Noël, et je suis content d’avoir déjà préparé la poésie pour ceux de première. Pour les autres classes, on trouve tout dans les livres, c’est comme la charcuterie que tu achètes sous vide. C’est en première qu’on a des problèmes à cause de l’alphabet. Avec les vingt-et-une lettres de l’alphabet italien, c’est Galilée qui l’a dit, on peut dire toutes les choses de ce monde. Avec ces vingt-et-un petits caractères, on a écrit le plus beau poème de la Terre-Mère et on a aussi écrit beaucoup de mauvaise poésie (on l’appelle poésie parce qu’on va à la ligne et qu’il y a des rimes) qu’on trouve dans les livres imprimés pour l’école. De la poésie qui parle de bonté, d’anges et d’étoiles et de présents et de cent autres choses dont tout le monde dit qu’elles sont belles et bonnes.

Trois heures pour résoudre le problème de la première. Max et Moritz (dans la liste, qui est comme un habit du dimanche, les vrais noms sont Massimiliano et Maurizio) n’ont appris que quatorze lettres sur vingt-et-une. Cinq voyelles et neuf consonnes. Dans l’ordre qui est celui de l’abécédaire officiel. Nous travaillons encore avec le système traditionnel, pas de méthode globale, pas de modernité.

À la rencontre des maîtres de l’arrondissement, quelqu’un (une collègue) me regarde comme si j’étais l’homme du Néandertal, gros godillots et sans garantie quant à la finesse du cerveau. 

– Mais vous, dit l’une, vous êtes bien le dernier patelin que notre Seigneur a créé.

– Allons, n’exagérons pas ! Il a fait pire.

Et j’ajoute, à part moi : en voilà de la paresse mentale. Ma grande critiqueuse pourrait commencer par se regarder un peu elle-même. Regardez un peu autour de vous. Mon école, par exemple, est bien plus avancée que celle d’Albinasco, même si, je regrette de devoir le dire, il n’y a plus d’école, plus d’habitants, plus rien, à Albinasco. Là, oui qu’il y avait encore l’école ancien style (l’expression est des gens d’ici), parce que les élèves avaient l’obligation « impérative » d’apporter du bois pour alimenter le poêle : parfois du très mauvais bois.

De la fumée jusqu’à l’intolérable. L’inspecteur avait bien posé la question au maître, au dernier.

– Mais où va toute cette fumée ?

Et mon collègue de répondre, dans son parler maternel :

– Moi et ma femme, on commence par en prendre une belle bottacciata, et le reste va bien quelque part… 

Bottacciata, c’est une panse bien pleine, sa panse ronde comme une dame-jeanne.

C’est pour cette sentence, pour ce mot cher à Folengo, champion du « sbotazzate loqui », des propos décousus, que mon vieux collègue survivra, peut-être, dans l’histoire (d’ici).

Nous, à Paltano (entre Manigolo et Cruìna), on est à 1740 mètres au-dessus du niveau de la mer. On est l’école la plus haute du pays.

Si ce n’était pour le contrôleur des eaux, les employés de la centrale, deux gardes-frontières, elle serait déjà fermée ici aussi, adieu l’école.

Naturellement, il n’y a pas d’école enfantine. Quand ils se retrouvent devant moi, en première, il faut partir de zéro, apprendre à tenir le crayon. Commencer par faire des bâtons, qui sont le point d’appui de notre pédagogie, avant la lecture, l’écriture et le calcul. Et puis la poésie pour les fêtes ordinaires et les fêtes commandées. Ceux qui apprennent tout l’alphabet pour Noël, c’est l’exception. 

Cette année, ils ne sont pas exceptionnels. Mais il est vrai qu’on ne peut pas toujours demander des miracles, ni à eux ni à moi. Je dois aussi leur enseigner les décimales en troisième, les fractions en sixième. L’instruction civique en huitième. Qui commande en Suisse ? Etcetera. 

Nous en sommes ainsi arrivés à l’apprentissage des voyelles, puis des lettres L comme luna, M comme mamma, N comme nonno, grand-père, B comme bue, bœuf, P comme pipa, pipe, D comme don, T comme timone, timon, V comme viole, violettes et, juste hier, R comme rana, grenouille.

Ainsi, j’ai écrit deux strophes. Je les relis, c’est ma première création poétique, mes débuts en Formule 1 :

il bambino è venuto
i bei doni à portato
dal tetto è entrato
nei piedi di velluto
benedetto un lettino
è poi partito lieve
ma dietro il bel piedino
era intatta la neve.

l’enfant est arrivé
avec de beaux cadeaux
par le toit est entré
sur ses pieds de velours
béni un petit lit
puis est parti léger
mais sous le beau peton
intacte était la neige.

C’est facile, diront certains. Très facile, que je dis. Mais que mes éminents Contradicteurs, que mes chères Informées, essaient donc d’écrire sans S, sans C, sans G, vélaires ou palatales, sans F, Q, Z, sans CH, sans GN et ainsi de suite. On est toujours offside, hors-jeu. Essayez donc d’écrire une poésie de Noël sans S, par exemple. Et voici une nuit de Noël sans étoiles, stelle, comme l’enfer de Dante. Et adieu l’étable, stalla, l’âne, asino, et pendant qu’on y est, pour être justes, on peut ignorer aussi les bœufs et compagnie. Pas de comètes, il faut passer sous silence le Christ, Jésus, les Rois mages. À cause d’un petit C, d’un G, pas moyen de parler de bougies, candele, de paix de Noël, pace, de chaleur, caldo, de berceau, culla, de mangeoire, mangiatoia, de chaude crèche, presepe caldo, de buée blanche, fiato bianco, pas de cœur, cuore. Un mot qui tombe, et c’est le vide qui entame la phrase, le texte : le monde. Cela donne le frisson de penser qu’avec un mot tu peux changer le monde, le monde, je l’admets, qui vient après-la-virgule (c’est vrai qu’on n’y pense pas beaucoup, à mettre le monde dans sa poche !).

Et pourtant, après le premier vers, pas très joli, très banal (devrais-je le renier ?), j’ai fermé les yeux, j’ai vu mes deux de tout à l’heure dans leur pauvre pauvreté. La poésie est sans doute à leur image, pleine de défauts, comme certains petits arbres à la limite de la forêt : après, plus haut, ce ne sont plus que des étendues de rhododendrons et des pierriers : nous l’appelons Sassonia, la Saxe, ou le Pays des rochers.

Nous supporterons l’absence de feu, fuoco, d’anges, angeli, et de bergers, pastori. Mais j’ai décidé de ne pas les abandonner, mes deux. La seconde strophe va mieux. J’ai évité la cheminée, il camino. Naturellement j’expliquerai le dernier vers, le sens de ce mot emballé dans la cellophane : intacte :

ma dietro il bel piedino
era intatta la neve.  

mais sous le beau peton
intacte était la neige.

Nous parlerons de choses encore plus légères que la neige, des pas de la fouine dans la neige poudreuse, ou des lièvres. De l’hermine, qui est si blanche parce qu’elle ne se nourrit que de neige. C’est le poète Boiardo qui l’a dit. 

Maintenant, au moment de Boiardo, une première variante m’est venue à l’esprit, je l’appellerai Variante de Boiardo, avec l’ajout de l’alléluia que je vole (devrai-je le déclarer au fisc ?) à Augustin :

alleluia alleluia 

il bambino è venuto
a te à portato un dono
rideva il volto buono
era il piede velluto
nell’andare via lieve
pareva un ermellino:
dietro il piedin piedino
era intatta la neve:  

alleluia alleluia.

alléluia alléluia 

l’enfant est arrivé
t’apportant un cadeau
le bon visage riait
son pied était velours
en s’en allant léger
il semblait une hermine :
sous le petit peton
intacte était la neige :

alléluia alléluia.

Alléluia, comme l’a expliqué Augustin au Concile de Carthage en 418, veut dire laudate Dominum. Louez le Seigneur. Allons-nous mettre le disque de Händel ? Vu qu’en termes de voix, nous sommes mal en point. La dernière fois que je me suis hasardé à les faire chanter, j’ai dit : fermons les fenêtres. Mais Anselmo da Fontana, descendant d’une dynastie de philosophes, a dit sa sentence – ses seuls mots de l’année ! – nous pouvons bien fermer aussi les volets ! 

Mais un malheur n’arrive jamais seul. Après avoir vaincu l’obstacle des consonnes, je me suis dit à haute voix, honnêtement : ta poésie (désormais, après la fin des cours, il m’arrive parfois de parler seul à moi-même, à voix haute), ton opus majus plaira à Monsieur le Curé. Qui ne m’aime pas. Plaira au contrôleur des eaux. Je mentionne le contrôleur des eaux parce que, dans la terminologie de nous autres maîtres, c’est un parent typique. Du fait qu’il contrôle les eaux du lac artificiel, il est convaincu d’être un des « points névralgiques » de la Suisse. C’est son fils qui l’a répété à l’école avec un air de fils d’Arnold de Winkelried, vice-héros national après Guillaume Tell. J’apprends tout ce qui se passe dans les familles, ce qu’ils mangent, etcetera ; nous les maîtres, nous sommes comme les prêtres, nous confessons les enfants par en haut et par en bas, sans qu’ils s’en rendent compte. Eh bien, ce parent typique, 360 jours par année, il s’en prend aux étrangers qui défigurent – comme il le dit – la Suisse, et les cinq jours restants, il pense à la poésie de Noël. Hier, il m’a arrêté dans la rue pour me dire si oui ou non je faisais la poésie de Noël – j’y tiens, vous savez ! – comme pour dire : voyons un peu ce qui va se passer si tu ne le fais pas !

J’ai remarqué que quand on écrit une « poésie », oui, cela vaut aussi pour les poésies entre guillemets comme la mienne, le pire, c’est qu’on joue avec l’énergie atomique des grumeaux de mots. Maintenant, si un missionnaire ou un contrôleur venu de l’étranger la trouve, la copie, et puis qu’il la fait apprendre par cœur à des essaims d’enfants trouvés. Mes compliments ! Et à rebours ? Récitons-la à rebours ! Pour ce que ça me coûte ! Je l’appellerai la Variante du prêtre.

il bambino non viene
i bei doni non porta
non batte alla tua porta
e la neve non tiene
non è vero il natale
e morta è la bontà,
altra è la verità:
nero domina il male.

l’enfant n’arrive pas
ne fait pas de cadeaux
ne frappe pas à ta porte
et la neige ne tient pas
noël ce n’est pas vrai
et la bonté est morte,
la vérité est autre :
noir domine le mal.

Il y aurait une explication à donner, la neige qui ne tient pas. Elle tient si tu marches dessus tôt le matin, au printemps. Le jour, le soleil rend la neige molle, et puis la nuit il gèle et il se forme une belle croûte. En ce moment pas, car en décembre, le soleil n’arrive plus à Paltano. La dernière fois qu’on l’a vu, c’était le jour qui était le jour de la grand-mère d’Ilario, le solitaire de cinquième : Sainte-Catherine. Un rayon, le dernier, comme s’il disait, comme diraient les femmes timides d’ici – on peut ? – quand elles frappent à la porte vitrée de l’auberge, qui tinte, et une voix qui dit – entrez ! – et sans attendre que quelqu’un ouvre, il va, comme un laser, sur la vitrine du buffet, sur le col des bouteilles de Malaga et Marsala, de Menthe, Marasquin et Anisette, comme s’il voulait les réveiller de leurs années d’embaumement.

Non, à présent, la neige ne tient pas, on enfonce jusqu’à la taille, mais Giacomo, qui croit vraiment tout, m’a dit hier qu’il l’a vu, l’Enfant : il était en train, disait-il, de s’entraîner avec les skis, et à force de fixer des yeux l’arrête tout en haut vers la Lacca del Gallo et Pian delle Pecore, jusqu’en bas vers Barnís, lieu de faisans et de perdrix, il a vu une lumière qui allait et venait sur la neige. En décembre, la neige est poudreuse, c’est une neige pour les anges. 

Quoi qu’il en soit, avec quatorze lettres, tu peux déjà en dire des choses. On pourrait en essayer une de treize. Si on élimine le D, présent seulement deux fois… Doivent disparaître les doni et le verbe domina. Sont également exclus regali, cadeaux, giuochi, jeux, pacchi, paquets, etcetera ; j’aurais ninnoli, joujoux, que je déteste. Mieux vaut la lettera que Jésus écrit (paraît-il) aux enfants : et soyez sages, et apprenez vos leçons, et obéissez toujours à vos parents. Ils sont malins, ceux-là ! Alors : vous voulez une poésie de treize ? La voici.

il bambino non viene
la lettera non porta
non batte alla tua porta
e la neve non tiene.
non è vero il natale
e morta è la bontà,
altra è la verità:
nera à la vite, e male.  

l’enfant n’arrive pas
n’apporte pas de lettre
ne frappe pas à ta porte
et la neige ne tient pas
noël ce n’est pas vrai
et la bonté est morte,
la vérité est autre :
noire est la vie, mauvaise.

Et avec douze ?

Avec onze, dix neuf huit sept six : mon bateau en bouteille. Une lettre en moins et les possibilités de la communication se réduisent é-pou-van-ta-ble-ment. C’est que les gens traitent les lettres de l’alphabet pire que les filles de la bonne. On pourrait éliminer le M, non, ce n’est pas une entreprise spatiale, mais alors tu peux oublier bambino, enfant ; et parvoli, je ne peux pas l’utiliser, moi je ne suis pas un poète couronné.

Mais j’en suis un qui a la tête dure, et de la tête dure est sortie une autre strophe :

alleluia alleluia 

nonna berta e martino
da bedoleto a roma
la nerina e l’albino
un loro inno t’intonano 

alleluia alleluia.

alléluia alléluia

grand-mère berta et martino
de bedoleto jusqu’à rome
la nerina et l’albino
t’entonnent un hymne bien à eux

alléluia alléluia.

Pourquoi Berta et Martino et pas Max et Moritz ? Je l’explique. Rien ne restera inexpliqué. Je ne dirai pas que nous ne connaissons pas encore le X et le Z. Je dirai que pour Dante (dans notre école, Dante est un peu chez lui), dire monna Berta et ser Martino, c’est comme pour les mères d’aujourd’hui, qui se nourrissent de magazines et de télé, de dire Samantha ou des noms de ce genre. La dame (monna) florentine devient notre grand-mère ou, si je veux, ava, une aïeule. Bedoleto est le nom authentique du village où je suis né : lieu de bouleaux : de Bedoleto jusqu’à Rome, caput mundi, ça peut contenir le monde entier. Je dirai que la Nerina et l’Albino sont les blancs et les noirs du monde, frère et sœur, non pas nordiste l’un et sudiste l’autre.

Et si je veux, j’élimine aussi le D. Bedoleto se retire sans se faire prier et cède la place à val Novena, la vallée du Nufenen, là où naît la rivière : préfiguration donc, dirait un Père de l’Église, de la mangeoire crèche, donc de Bethléem : du Christ de Bethléem au Christ ressuscité :

alleluia alleluia 

ava berta e martino
val novena via roma
la nerina e l’albino
un loro inno intonano 

alleluia alleluia

alléluia alléluia

ava berta et martino
val novena via rome
la nerina et l’albino
entonnent un hymne bien à eux

alléluia alléluia

Et là, après ce regain d’alléluia (hymnes et cantiques entonnons, ô fidèles !), j’ai littéralement bondi sur ma chaise. Je suis allé à la fenêtre. J’ai regardé dans le noir de la nuit.

De là, je me suis adressé à mon public :

– Oyez, oyez, paysans. À onze. Un sonnet de onze ! 

Demain, je les regarderai bien en face, un à un.

– Les enfants, j’ai réduit l’opération à l’os. 

Mansueto, le redoubleur de huitième, un esprit pratique, je parie la bouteille de barbera que le gardien des forts m’a offert pour les fêtes, l’air de celui qui offrirait tous les vins des coopératives viticoles du Piémont : Mansueto, mon Bastian Contrario, comme je l’appelle, soufflera dans les cheveux de la fille de sixième, parce que lui, les os, il les broie pour les donner aux poules, il préfère la chair.

Je ne relèverai pas le défi. Je dicterai mon sonnet de onze :

venuto venu
venato veiné
velato voilé
velluto velours
vano antre
noto connu
nato
piano doucement
neve neige
rive rives
nero noir
vero vrai
vive il vit
beve. il boit.

À mon Bastian Contrario je dirai donc ceci : qu’il pourra choisir l’accompagnement qu’il veut mettre autour de ces os, noms verbes adjectifs : hendécasyllabes ou pas, mots de vingt-et-un ou de quatorze, plus ou moins comme ça vient. Par exemple avec des mots de quatorze :

il bambino dal buio è venuto  l’enfant du noir s’en est venu

la mammella à un moto venato  la mamelle a un tour veiné

la lanterna un barlume velato.  la lanterne un éclat voilé.         

Et velluto?

Une chose après l’autre. En effet, article premier, un maître est payé pour faire les choses en bon ordre. Allons-y doucement, et dans l’ordre.

Pour l’ordre du premier quatrain, je peux dire : tu sais ce qui se passe juste avant l’accouchement ? Je ne pense pas à l’enfant Jésus, ni aux pauvres qui naissent maintenant. Je pense à l’enfant qui est né ici, il y a une année, juste avant Noël, et qui est vivant ! Il est venu au monde au moment du nevòdan (il n’y a pas de mot correspondant en langue italienne, c’est un déluge de neige), avec l’avalanche qui coupe les routes et emporte les réverbères. Mais l’enfant, lui, est pressé, il ne veut rien savoir du nevòdan. Les lanternes arrivent. La flamme d’acétylène vacille quand on souffle dessus. Des bassines d’eau, de l’ouate, des langes. Des filles qui chuchotent dans les corridors, descendent (ou remontent) en faisant de petits pas dans leurs pantoufles, ou penchées pour fouiller fébrilement dans des commodes, pour aider, s’éloignant pour prendre une chose, ou pour ne rien prendre. L’une d’elles écoutait le docteur au téléphone et transmettait les instructions en tenant ses yeux grands ouverts vers la paroi pour ne pas manquer un seul mot de ce que le docteur disait. Voix par câble, comme si elle provenait des veines de la terre, de sous la neige. Et après être arrivées au fond du corridor, où un dieu a inventé le téléphone, les instructions fusaient dans un vacarme étouffé, telles des trilles d’oiseaux aux premières lueurs, comme en chaussettes en laine eux aussi, jusqu’à la pièce où l’enfant était en train de naître. C’est ainsi que les enfants naissaient autrefois, et il n’y avait pas la voix du doc-teur, pas de téléphone. Mais toi, tu as jamais vu comment naît un veau, comme il se « libère » ? 

Les enfants, maintenant je résume le second quatrain : antre / connu / / doucement : nom, adjectif, verbe, adverbe. La créature, la chose créée, qu’elle soit enfant ou veau, connaît le chemin qui mène à la vie. C’est une connaissance innée. C’est pourquoi l’antre est dit connu. L’antre, c’est le ventre, le sein, la nature, qui est, dans le parler des paysans d’ici, la porte du paradis maternel ; mais c’est aussi ce dont, comme me l’a soufflé à l’oreille Auerbach, qui était en train de se régaler avec son chant de saint François, Paradis, chant XI, vers 60 : c’est aussi ce dont il est question chez Dante. Et il a ainsi dit, hardiment, que la porte du plaisir, c’était la porte du corps féminin. Nature. Sexe.

Connu est flanqué là, à côté de : c’est ici, juste à la moitié du sonnet, qu’il y a le passage du ventre maternel, de la matrice obscure, au vide : à l’air, à la lumière. Et naître, c’est risquer de mourir.

C’est ici que quelqu’un comme Ambrogio recommande d’y aller sans hâte et sans peur. Laissez venir les contractions. Ambrogio se tient accroupi, avec son derrière tout tendu sous la ceinture des pantalons (à cause de son énorme train arrière, comme l’appelait un vétérinaire de l’étranger), et vérifie la position du veau à naître : – allez mon nain, pousse – et il enduit la nature d’huile, et puis il laisse la mère faire toute seule, à son rythme : vous voyez comme elle pousse ?

Les deux tercets sont comme une seule strophe : neige / rives / noir / vrai / il vit / il boit : deux noms, deux adjectifs, deux verbes.

Mais ici, l’histoire est différente. Maintenant j’explique neige-rives. Il était une fois un garçon (c’est moi, mais je me protégerai entre vingt parenthèses comme les vingt matelas de la Princesse au petit pois) et ce garçon fit une fugue pour aller voler la luge de Maria : voler pour dix minutes, c’est l’Enfant qui la lui avait apportée, à elle oui et à lui non. Maria avait quatre ans et lui trois. Il s’était laissé glisser en bas, tout seul, à travers un pré en légère pente. Il n’avait plus été capable de freiner de s’arrêter à temps et il avait passé près d’une rive infernale. Le noir. Plus tard, c’est encore Ambrogio qui parlait : allons, mais ne restez pas là à faire les yeux ronds. Donnez-lui un peu à boire. Quand un veau est malade mais qu’ensuite il boit, et qu’en buvant il remue sa queue, ça veut dire qu’il a envie de vivre, et il vit. (Moi je suis resté en vie entre deux frères morts. C’est comme si à ma passerelle au-dessus de la rivière on avait enlevé les deux barres, les mains courantes. Je souffre de vertiges).

Je regarde en arrière : ma poésie, non ma vie : c’est vrai, à cause de l’alphabet amputé, j’ai renoncé à beaucoup de choses. Une nouvelle espèce de pauvreté : pas de foin ni de paille. Et pourtant, combien de mots il reste encore. Voilà : tu dois te marier et un gouvernement voleur, celui qui fait pleuvoir, dit : non, les blondes sont exclues. Exclues les rousses. Exclues celles qui font plus d’un mètre septante-six, exclue la petite de moins d’un mètre cinquante-huit. Exclues (et allez donc !) les infirmières, les dactylographes, les Thaïlandaises, exclues… Tu as beau en exclure autant que tu voudras, mais le monde, Dieu bon, est long et large, la vie est richissime malgré la pauvreté infinie qu’il y a, et le plus beau, c’est que je connais une brunette qui fait un mètre soixante-trois, qui ne vient pas de Thaïlande, elle est Portugaise, elle n’est pas dactylographe mais travaille aux téléphones, et demain je vais lui téléphoner pour Noël.

Je ne sais pas encore, à vrai dire, ce que je vais lui dire, même si avec elle je pourrai utiliser tous les vingt-et-un petits caractères de Galilée.

Dans mon sonnet, je peux descendre à dix, si j’enlève piano, donc le P, et que je le remplace par nano, nain : un hypocoristique, un diminutif maternel à son petit : el me nan, mon petit crapaud. Et je peux descendre à neuf si j’élimine le B de beve, il boit, et que je récupère lieve, léger.

Mais je ne dois pas me faire remarquer avec ces acrobaties, car quelqu’un – ou le prêtre ou le contrôleur – commence à s’agiter à cause de ces fariboles. Eux, en fait, ils disent âneries, oui, même le prêtre ; le mot fariboles est à moi, parce que vu l’atmosphère renfermée de mon système de 14 ou 13 ou 9, un souffle d’air, de F, de fariboles, fait du bien parfois : ça tonifie. Il y a aussi eu un paysan qui a dit comme ça que je ferais mieux d’enseigner quand il y a eu la bataille de Morgarten et celle des Sassi Grossi, et combien de mètres fait la Jungfrau. Honorer l’histoire de la patrie. La géographie de la patrie.

Mais ce ne sont pas les gens qui me font peur. J’ai peur de moi, de commencer moi aussi à faire comme Bastian Contrario. Qui est capable de passer un dimanche après-midi à démonter un réveil cassé et à regarder comment il est fait. Moi j’ai peur de me réveiller au milieu de la nuit, de reprendre mon sonnet de onze ou de neuf lettres, et de le refaire : à l’infini. Tu déplaces un mot et voilà déjà un tercet qui change :

vero vrai
rive rives
neve neige
beve il boit
vive il vit
nero. noir.

Le noir, couleur de la mort, s’enfuit loin des adjectifs et pour aller du côté des adverbes, colorer de soi la vie : vivre noirement. Non, demain il faut que je tienne un peu à l’œil mon démonteur de réveils cassés, et si je vois qu’il dresse les oreilles, stop : jeu dangereux.

Voilà ce que je voudrais plutôt, oui, je voudrais arriver à une poésie sans consonnes, faite uniquement de voyelles amoureuses, et puis même sans voyelles.

Une poésie blanche, immatérielle, légère comme l’hermine de Boiardo et plus fragile qu’un cristal de neige : comme la paix : pour les enfants qui n’ont rien de rien, aucune lettre de l’alphabet. Pour ces écoles qui n’ont ni tableau noir ni craies. Qui n’ont pas même un trou pour école. Ici, chez nous, et pas seulement là-bas en ville, il paraît qu’on ne peut plus donner de cours s’il n’y a pas de monoclasses, si chaque année on ne peut pas acheter une montagne de matériel, tableaux lumineux ou non, tous les supports audiovisuels, tous les laboratoires pour préparer « scientifiquement » nos Méphistophélès et futurs Mercure-voleurs, les appareils les plus informatiques qui enseignent comment et quellement et à quelle fin Dieu nous a créés : pour le connaître, l’aimer et le servir (oui, lui, le dieu dollar) et pour être heureux avec lui pour l’éternité dans cet Enfer. Dans nos écoles, il ne manque plus qu’on leur achète aussi la machine pour leur nettoyer (torcher) le derrière quand ils vont aux toilettes, désignées par le sigle WC.

Mais dans peu de temps, la Lapinerie Mondiale (l’humanité) atteindra les dix milliards. Un milliard aura tout et encore plus que tout. Les neuf autres milliards auront faim. Mais ils ne supporteront plus la faim. Et ce sera la guerre non plus des méridiens, non, ce sera la guerre des parallèles. Non plus trente-huitième parallèle, mais tant et tant de parallèles, tant de nord-sud.

Et toi, de quel côté seras-tu ? Maître de Néandertal ? Avec ceux qui oppriment ou avec les opprimés ? Du côté du Christ ou du côté de Mammon ? C’est ici que je te veux. Pour en revenir à la poésie, l’idéal serait d’écrire quelque chose qui ne soit pas une niaiserie, que tout le monde puisse lire et comprendre, même les analphabètes. Analphabètes sans que ce soit de leur faute. Quelque chose de décent, fait avec peu, qui soit parent de la pauvreté du Christ.

À Noël – je le dis pour en finir avec les beaux prêches – nous autres maîtres jouons très souvent à faire les mission-naires en paroles, à Noël je mangerai et boirai comme un charlatan. Comme un porc. Demain, veille de Noël, je proférerai ma ration habituelle de mensonges. En-dessous de la poésie, je demanderai qu’on écrive un nom à moitié faux, ivan leroliev, qui se contente lui aussi de mes treize lettres. J’ajouterai, entre parenthèses, 1828-1927. Nonante-neuf ans.

– Nom d’un chien – dira le Mansueto : – comme c’est dur ! – Mais, voilà, parfois je voudrais mourir à trente-deux ans. Vu comme la vie est faite, le vrai-noir entré dans mon sonnet de neuf lettres. À l’âge de Catulle. Serais-je, dans mon ambition, un inguérissable ?

Published December 24, 2020
Excerpted from Giovanni Orelli, Les myrtilles du Moléson, Éditions la Baconnière, Genève 2020
© 2020 pour l’édition française, éditions la Baconnière


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