La seconda volta

Written in Italian by Maurizia Balmelli

Add

1 marzo ’18

Ieri avevo appuntamento con Abdul, ventitreenne egiziano sans papiers di cui sono il binôme, la «compagna di studio» (dice il Sansoni), e che vedo una volta a settimana per parlare e «fare i verbi» – dice lui. Sono uscita di casa verso le cinque, ho percorso a piedi il Boulevard de la Villette e all’altezza di Jaurès, sotto i binari del métro sopraelevato, era ora di cena. Non so quale sia l’associazione che li sfama a quell’ora, ma li vedo lì, con le mani congestionate e il piatto fumante appoggiato su superfici di fortuna – di nuovo il bidone dell’immondizia, anche se il commensale non è quello di ieri.

Un ragazzo attraversa il boulevard, va chiaramente a mangiare. Ai piedi ha le scarpe da ginnastica che gli ha regalato S. tre sabati fa. (Ci aveva accolti sulla soglia della sua tenda monoposto in riva al canale, i piedi avvolti in una trapunta sintetica; S. gli aveva posato le scarpe davanti senza dire niente, suppongo per mancanza di una lingua comune, io invece gli avevo detto «keep fighting» e lui si era ritratto, «no fight!», quasi con spavento.)

Arrivo sulla spianata della Rotonde, accanto alle gradinate dove lo scorso anno insegnavo l’alfabeto, e vedo avvicinarsi Ahmed. Non Ahmad, il fgiovane afghano delle microlezioni via sms dell’estate 2016, ma un sudanese della sua stessa magrezza ed eleganza, una di quelle persone che qualunque cosa tu gli metta addosso hanno l’aria di un principe, come dirà S. più tardi. Ahmed viene avanti con il cappotto aperto e svolazzante nonostante la temperatura sotto zero e sorride; sorrido anch’io, perché è da quasi un anno che non lo vedo. Lo saluto a voce forte scodinzolando da lontano e quando siamo vicini lui mi parla.

– Ma parli! – dico.

Ride. Del periodo in cui è stato mio allievo ricordo i suoi sguardi lunghi e tranquilli, ininterrotti, ma mai che abbia pronunciato una parola; nei mesi successivi mi ha scritto «Ça va?» su Messenger, e ha messo «Mi piace» a qualsiasi cosa postassi su Facebook. Ci raggiunge un ragazzo che mi dice di chiamarsi Louis e intuisco essere il suo binôme; siamo tutti diretti alla Bibliothèque Claude Lévi-Strauss, su Avenue de Flandre. Camminiamo e Ahmed parla parla e io non posso dire la mia contentezza, e nemmeno il mio stupore.

– Ahmed, hai avuto l’asilo?
– Sì.

Ha avuto lo status di rifugiato a dicembre. Mentre camminiamo mi volto verso Louis e continuo a ripetere:

– Capisci? Parla! – e voltandomi verso Ahmed: – Hai avuto l’asilo!

Abdul mi recita i verbi sottovoce. Siamo seduti uno di fronte all’altra fra due scaffali di libri, perché nella Salle d’animation Ahmed e Louis hanno preso l’ultimo tavolo libero.

Indicativo presente di lire, verbo del 3° gruppo.

– Bene, adesso fai una frase.

Guarda lo scaffale.

– Je lis un livre.
– Ora il verbo écrire.

Coniuga. Non gli viene la frase.

– Les écrivains écrivent des livres, – dico io.

Guardo lo scaffale. Arioste. Sorrido.

– Ariosto. È uno scrittore italiano. Di tanto tempo fa.

Un’ora e mezzo più tardi torno verso casa, stesso percorso, ma arrivata al Boulevard de la Villette imbocco il marciapiede opposto. All’altezza della mensa en plein air che si sta svuotando, all’angolo della strada in discesa verso il canale dove tradizionalmente si accampano gli afghani, scorgo un’altra faccia familiare. È il ragazzo di cui raccontavo in un post Facebook il 22 febbraio di un anno fa, quando era appena arrivato dalla Norvegia perché in Norvegia «faceva troppo freddo per dormire per strada»; quello che mi aveva tirato fuori il certificato dell’università di Delhi dicendomi in inglese che voleva studiare psicologia ma non aveva i biglietti del métro per andare al RESOME (l’associazione di studenti solidali che gli indicavo), e che poi non avevo più rivisto. Mi sorride. Gli arrivo accanto e mi sento misera mentre penso «È ingrassato, come ha fatto a ingrassare». In una specie di ansiogeno déjà vu mi ritrovo a chiedergli come sta, dove sta.

– A Bobigny [comune della periferia nord], – mi dice.

Il 22 febbraio dello scorso anno dormiva accanto a una porta di Parigi, sempre a nord, e dando prova di involontario ed elvetico senso dell’umorismo gli avevo chiesto «inside or outside?». La scena va più o meno allo stesso modo, ma stavolta ho qualche ragione in più, perché è qui da un anno.

– Hai una camera?
– No, ho una tenda. Sotto ponte, – mi risponde serenamente.

E mentre mi racconta, anche lui adesso parla francese!, dei corsi che segue e che gli hanno rubato lo smartphone e questo è un guaio, perché lui su internet cercava le parole che non conosceva, io penso soltanto «un anno a Parigi, ha imparato il francese ed è ancora sotto un ponte». Un ragazzino imbacuccato in un piumino rosa segue la conversazione senza aprire bocca.

Lui è Bashira, è arrivato ieri, – mi dice il futuro psicologo indicando il ragazzino dal piumino rosa.

A differenza dell’anno scorso, stavolta ho la prontezza di riflessi di chiedergli il suo, di nome:

– Sifat, – mi dice. – E tu sei Mau.

Io sono Mau.

Bashira è arrivato dall’Italia. È arrivato senza niente, mi dice Sifat. Ieri una turista norvegese (il déjà vu continua) gli ha regalato il piumino rosa prima di ripartire per la Norvegia (o almeno è quanto capisco).

– Ieri sera dorme con sacco a pelo, là sotto binari, ma è malato, ha male a testa e qui, – Sifat indica lo stomaco di Bashira.

– Accompagnalo all’Hôtel-Dieu, – gli dico, ricordando i racconti di S., che ci era andato con la bronchite quando, al suo arrivo nel 2016, campeggiava ai Jardins d’Éole e non la smetteva di piovere.

Sifat annuisce, ci sono stati, ma gli hanno detto «Non, pas possible sans papiers.»

Bashira non parla una parola di alcunché se non di pashtu, e mentre io cerco un punto di fuga con lo sguardo, ripercorrendo la mia storia ed esortandomi – «l’anno scorso hai ospitato Milad, stesse temperature, stesse condizioni» – lui articola la sua richiesta:

– Può venire a casa tua?

«Hai ospitato Milad» mi ripeto. Ma non funziona. Allora, su di giri, mi ero detta «l’hai fatto una volta, hai superato il punto di non ritorno, niente sarà più come prima»; adesso mi affanno a cercare delle giustificazioni logistiche alla risposta che sto per dare.

– No.

Siamo fermi sul marciapiedi da dieci minuti, non sento più i piedi.

– Il fait très froid, – dice Sifat.

E affonda:

– Non è per me, è per lui, è arrivato ieri, non ha niente, è malato, minore.

Guardo Bashira e la rosa d’acne sulla sua guancia.

– Deve andare all’ADJIE, Avenue de Flandre, – dico. – Conosci l’ADJIE? È un’associazione che aiuta i minori –. Tiro fuori il cellulare per controllare gli orari delle permanenze; l’iphone fatica a riconoscere le mie dita ghiacciate. Sabato 9.00-14.00, gli dico, pensando che siamo a mercoledì.

– Fino a sabato dove dorme?

Hanno provato al 115? Sifat mi guarda perplesso, non sa cosa sia. Con le dita che mi fanno malissimo telefono a L., che fa parte di una rete di «hébergeurs solidaires de mineurs», ma non risponde. Le lascio un messaggio troppo prolisso e dico a Sifat che dovrebbe accompagnare Bashira al DEMIE, dispositif d’évaluation des mineurs isolés, linea 2, stazione Couronnes; lì davanti la mattina verso le undici c’è Agathe, pilastro della suddetta rete, con le colazioni i telefonini i beni di prima necessità e i consigli per i minori che entrano e soprattutto escono dagli uffici della Croce Rossa. Lui tira fuori di tasca un pezzo di carta con l’indirizzo: ci sono andati oggi, era chiuso.

Chiamo Agathe, nemmeno lei risponde. Bashira mi guarda e sbatte le gambe. Io cincischio mentalmente le mie giustificazioni logistiche, S. che stasera è da me, le presunte tensioni tra sudanesi e afghani, mi dico che dovrei chiamarlo, chiedergli cosa ne pensa, ma non lo faccio e mi guardo intorno.

– Eccolo, Sifat! È quello!

A pochi metri da noi è parcheggiato un autobus col motore acceso, le quattro frecce e la scritta Recueil Social. Mi precipito, con la leggerezza del sollievo, i due mi seguono. Busso alla porta e mi apre l’autista. È proprio l’autobus del Plan Atlas, un servizio che raccoglie i senzatetto per portarli a dormire al coperto la sera. Gli spiego il caso di Bashira, aggiungo che è minore pensando di far bene (rimarrò sempre una neofita).

– Io sono solo l’autista, madame, – mi dice. – Dovete aspettare che tornino gli operatori. Sono partiti in perlustrazione, a riunire gli iscritti di oggi. Senza iscrizione non lo prendono, nemmeno alla Boulangerie.

L’iscrizione.

Aspettiamo. Sifat mi ringrazia e non chiede più niente. Bashira è ingessato nel suo piumino rosa troppo grande, il cappuccio tirato sopra un berretto da basket di cui spunta la visiera, gli occhi attenti. Sbadiglia. Penso alla Boulangerie e a tutti i racconti che me ne hanno fatto. Soppeso Bashira, piccolo e minuto, con lo zainetto nero sulla schiena come uno scolaro: cosa lo rende vulnerabile, cosa gli potrebbero rubare.

– Tuoi amici neanche…

Sifat. Non me l’aspettavo più. Gli rivolgo una smorfia dispiaciuta. Non me la sento di chiedere a un amico quello che non riesco a fare io. Tornano gli operatori.

– Bisogna essere sulla lista, mi spiace. E non prendiamo i minori.
– Scusi?
– Il 115 non prende i minori, – l’operatrice ha un tono definitivo.
– E quindi un minore per strada senza niente arrivato ieri dove va?
– Al commissariato, – mi dice l’autista.
– Al commissariato? E non rischia niente? – (sarò sempre una neofita, accidenti.)
– Ma no, al commissariato li smistano nelle varie palestre o posti del genere.

Sifat il commissariato sa dov’è; propongo di accompagnarli, declina. Mi chiede se ci vediamo domani mattina a colazione.

– Colazione?

Sì, alle nove, a Jaurès. Les petits déj’ de Flandre.

Non lo so, vediamo, il lavoro.

Sifat e Bashira se ne vanno. Io rimango lì, a guardarmi intorno prima di guardare l’iphone. L. mi ha lasciato un messaggio: «Se ha 16 anni dovrebbe funzionare, digli che domattina deve andare al DEMIE prima delle 9:00»

Alzo lo sguardo ma non li vedo più. Comincio a correre nella direzione che hanno preso, fa così freddo che a ogni respiro mi si strizzano i polmoni e la corsa è estenuante. Corro per un pezzo gridando i loro nomi, lungo rue La Fayette la gente si volta a guardarmi. Li vedo, si voltano, si fermano. Boccheggio prima di riuscire a trasmettere il messaggio.

Sifat sorride.

– Grazie che corri.

Propongo di nuovo di accompagnarli, ma Sifat mi dice che per stanotte Bashir se lo prende in tenda a Bobigny.

Fa così freddo che non me la sento di tornare a casa a piedi. Sono all’altezza della stazione del métro, ma non ho il portamonete. Mi infilo nei lunghi corridoi di Stalingrad e arrivata ai tornelli chiedo a una donna di passare con lei.

Mi siedo su uno strapuntino. Il treno passa sui binari sopra la mensa en plein air, poi entra sotto terra. Non sto bene. Sifat si è accollato Bashira. L’ha conosciuto il giorno prima, a Jaurès.

– Perché dorme a Bobigny? – mi chiede S. la sera a cena.

È severo. Mi metto sulla difensiva; di Sifat.

– Che ne so? Non gliel’ho chiesto.
– Perché non dorme davanti al «centro umanitario» di Porte de la Chapelle? Due settimane fa hanno fatto… come si dice? Evaco…
– Evacuazione.
– Li hanno messi tutti in interno.
– Ci dormiva l’anno scorso. Avrà i suoi motivi per non dormirci più, no?
– Come hai detto che si chiamano questi?
– Ravioli.
– C’est ça! Buoni, – spalma soddisfatto un cucchiaino di harissa sui ravioli tartufo e porcini e li taglia col coltello. Sorride e, sommessamente:
– Perché io non li so tagliare con la forchetta, come fai tu.
– S., questa storia mi fa star male.

Mi guarda, posa coltello e forchetta e incrocia le braccia, increspa le labbra.

– Hai detto che è arrivato da Italia? – mi chiede dopo una pausa.
– Sì. Ma non è importante, questo.
– Perché non dorme nella tenda con Sifat?
– Perché una notte su due la polizia lo fa sloggiare e ha paura per Bashira, che non ha i documenti. Cazzo, S., cos’è quest’interrogatorio? Qui, l’unica che non ha fatto quello che avrebbe potuto fare sono io.
– E perché non hai fatto?
– Non lo so, S., perché sono andata nel panico. Mi è sembrato tutto complicato. Nonostante l’abbia già fatto. E poi, – voglio essere onesta, dirgli quello che ho pensato, fino in fondo, – poi c’eri tu, e so che non vai d’accordo con gli afghani.

Mi guarda impassibile.

– Comunque è casa tua. Puoi fare venire chi vuoi.
– Mi sento in colpa.
– Ti senti in colpa?
– Sì.

Gli indico il divano.

– Stasera Bashira avrebbe potuto dormire lì. Poi domani si vedeva.
– Ok. Bashira. Tu sai quanti minori soli dormono in strada a Parigi di notte?
– Che cazzo vuol dire, S., ti sembra una ragione per non ospitarne neanche uno? Quanti sono i minori soli a Parigi? Mille? Se io avessi ospitato Bashira e altre novecentonovantanove persone facessero altrettanto…
– Le altre persone fanno quello che vogliono.
– Oh, certo…
– Sì, altre persone fanno quello che vogliono, Mau. Sai perché? Questa è democrazia. Le persone sono libere.

Lo guardo incredula. A S. hanno assegnato una camera relativamente in fretta. Dopo qualche settimana l’accampamento dove dormiva è stato smantellato da una delle cosiddette evacuazioni. («Ma il primo mese non ho mai dormito nella camera» mi aveva detto, pragmatico, mentre guardavamo su Youtube un video del suo ex campo inondato. «Ah no? E perché?» «Perché sotto binari del métro c’è ancora tanta gente; io vado lì ad aiutare associazioni.»)

– Se vuoi ospitare, ospiti. Se non vuoi ospitare, non ospiti. Ma non puoi sentire in colpa.
– In queste notti di gelo… era un’emergenza… – insisto.
– No, non è un’emergenza. E tu non sei in colpa. Sai perché?
– Perché?
– Perché per aiutare loro ci sono le associazioni.
– Ah, certo. Le associazioni. Parli così anche tu, adesso?

Non raccoglie.

– Mille minori. Non devi ospitarli tu, se non vuoi. Sai chi deve ospitarli? – taglia un raviolo, con calma. – Lo Stato.

Published July 2, 2018
© 2018 Maurizia Balmelli

La deuxième fois

Written in Italian by Maurizia Balmelli


Translated into French by Sophie Royère

1er mars 2018

Hier, j’avais rendez-vous avec Abdul, un Égyptien de 23 ans, sans papiers, dont je suis le binôme, la « camarade de travail » en argot scolaire (comme dit le Larousse). Je le vois une fois par semaine pour parler et « faire les verbes » — comme il dit. Je suis sortie de chez moi vers cinq heures, j’ai parcouru à pied le boulevard de la Villette et à la hauteur de Jaurès, sous les rails du métro aérien, c’était l’heure du dîner. Je ne sais pas quelle association les nourrit à cette heure-ci, mais ils sont là, avec leurs mains congestionnées et leurs assiettes fumantes posées sur des supports de fortune – la benne à ordures une fois de plus, même si celui qui y mange n’est pas celui d’hier.

Un garçon traverse le boulevard, de toute évidence pour aller manger. Il porte les tennis que lui a offertes S. il y a trois samedis. (Il nous avait accueillis à l’entrée de sa tente monoplace au bord du canal, les pieds enveloppés dans une couette en synthétique ; S. avait posé les chaussures devant lui sans rien dire, en l’absence d’une langue commune, je suppose, et moi je lui avais dit « keep fighting » et il avait reculé, « no fight! », presque effrayé).

En arrivant sur l’esplanade de la Rotonde, à côté des escaliers où je donnais des cours d’alphabétisation l’année dernière, je vois Ahmed approcher. Pas Ahmad, le jeune Afghan des mini-leçons par SMS de l’été 2016, mais un Soudanais aussi mince et élégant que lui, le genre de personne qui, quoi qu’elles portent, ressemblent à des princes, comme le dira S. plus tard. Ahmed avance avec son manteau ouvert qui flotte autour de lui, malgré la température négative, et sourit ; je souris aussi, voilà presque un an que je ne l’ai pas vu. Je lui lance un bonjour sonore, en lui faisant de grands signes de loin, et, une fois proche, il me parle.

« Mais tu parles ! », dis-je.

Il rit. De la période où il a été mon élève, je me souviens de ses longs regards tranquilles, soutenus, mais pas qu’il ait jamais prononcé un mot ; au cours des mois suivants, il m’a écrit « ça va ? » sur Messenger, et a mis des « j’aime » sur tout ce que je postais sur Facebook. Nous sommes rejoints par un garçon qui me dit s’appeler Louis, et dont je devine qu’il est son binôme ; nous nous dirigeons tous vers la bibliothèque Claude Lévi-Strauss, avenue de Flandre. Nous marchons et Ahmed parle et parle, et je ne sais pas comment exprimer ma satisfaction, ni même ma surprise.

« Ahmed, tu as eu l’asile ?
– Oui. »

Il a obtenu le statut de réfugié en décembre. Tandis que nous marchons, je me tourne vers Louis et ne cesse de répéter :

« Tu comprends ? Il parle ! », puis, me tournant vers Ahmed : « Tu as eu l’asile ! »

Abdul me récite ses verbes à voix basse. Nous sommes assis l’un en face de l’autre entre deux étagères de livres, parce que dans la salle d’animation, Ahmed et Louis ont pris la dernière table de libre.

Indicatif présent de lire, verbe du 3e groupe.

« Bien. Fais une phrase, maintenant. »

Il regarde l’étagère.

« Je lis un livre.
– Le verbe écrire, maintenant. »

Il conjugue. Il ne trouve pas la phrase.

« Les écrivains écrivent des livres », lui dis-je.

Je regarde l’étagère. Arioste. Je souris.

« Arioste. C’est un écrivain italien. Très ancien. »

Une heure et demie plus tard, je rentre chez moi, même trajet, mais arrivée boulevard de la Villette, je prends le trottoir opposé. À la hauteur de la cantine en plein air qui est en train de se vider, au coin de la rue qui descend vers le canal, où les Afghans campent généralement, je découvre un visage familier. C’est le garçon dont je parlais dans un post Facebook le 22 février de l’année dernière, alors qu’il venait juste d’arriver de Norvège parce qu’en Norvège « il faisait trop froid pour dormir dans la rue » ; celui qui m’avait sorti son certificat de l’université de Delhi en me disant en anglais qu’il voulait étudier la psychologie, mais n’avait pas de billets de métro pour aller au RESOME (l’association des étudiants solidaires que je lui conseillais), et que je n’avais plus revu. Il me sourit. Arrivé à ses côtés, j’ai honte de penser : « Il a grossi, comment il a fait pour grossir ». Dans une sorte d’inquiétant déjà-vu, je me retrouve à lui demander comment il va, où il loge.

« À Bobigny », me dit-il.

Le 22 février de l’an passé, il dormait près d’une porte de Paris, toujours au nord ; faisant preuve malgré moi d’un sens de l’humour helvétique, je lui avais demandé : « Inside or outside ? ». La scène se déroule plus ou moins de la même manière, mais cette fois, j’ai de bonnes raisons, parce qu’il est là depuis un an.

« Tu as une chambre ?
– Non, j’ai une tente. Sous pont », me répond-il calmement.

Et tandis qu’il me parle — lui aussi parle français maintenant ! — des cours qu’il suit, et me dit qu’on lui a volé son smartphone et que c’est très embêtant, parce que sur Internet il pouvait chercher les mots qu’il ne connaissait pas, je n’ai qu’une pensée : « Un an à Paris, il a appris le français et il est encore sous un pont ». Un jeune garçon emmitouflé dans une doudoune rose suit la conversation sans mot dire.

« Lui c’est Bashira, il est arrivé hier », me dit le futur psychologue en me montrant le jeune garçon à la doudoune rose.

Contrairement à l’an passé, cette fois j’ai tout de suite le réflexe de lui demander son nom :

« Sifat, me dit-il. Et toi, tu es Mau. »

Je suis Mau.

Bashira est arrivé d’Italie. Il est arrivé sans rien, me dit Sifat. Hier, une touriste norvégienne (le déjà-vu continue) lui a offert sa doudoune rose avant de repartir pour la Norvège (c’est du moins ce que je comprends).

« Hier soir il dort avec sac de couchage, ici, sous métro, mais il est malade, mal à sa tête et ici », Sifat montre le ventre de Bashira.

– Accompagne-le à l’Hôtel-Dieu », lui dis-je, me souvenant de ce que racontait S., qui s’y était rendu avec une bronchite quand, à son arrivée en 2016, il campait dans les Jardins d’Eole et qu’il n’arrêtait pas de pleuvoir.

Sifat acquiesce, ils y sont allés, mais on leur a dit « non, pas possible sans-papiers ».

Bashira ne parle pas un mot d’une autre langue que le pachto, et, tandis que mon regard se fait fuyant, que je revois mon histoire et m’auto-persuade — « l’année dernière, tu as bien hébergé Milad, mêmes températures, mêmes conditions —, il formule sa demande :

« Il peut venir chez toi ? »

« Tu as hébergé Milad », me dis-je encore. Mais ça ne marche pas. À cette époque, gonflée à bloc, je m’étais dit « tu l’as fait une fois, tu as dépassé le point de non-retour, rien ne sera plus comme avant » ; à présent, je m’évertue à chercher des justifications logistiques à la réponse que je vais donner.

« Non. »

Nous sommes immobiles sur le trottoir depuis dix minutes, je ne sens plus mes pieds.

« Il fait très froid », dit Sifat.

Et il poursuit :

« C’est pas pour moi, c’est pour lui, il est arrivé hier, il a rien, il est malade, mineur. »

Je regarde Bashira et la rose d’acné sur sa joue.

« Il faut qu’il aille à l’ADJIE, avenue de Flandre », lui dis-je. « Tu connais l’ADJIE ? C’est une association qui aide les mineurs ». Je sors mon portable pour vérifier les horaires des permanences ; mon iPhone reconnaît difficilement mes doigts gelés. Samedi 9.00-14.00, lui dis-je, tout en réalisant qu’on est mercredi.

« Il dort où jusqu’à samedi ? »

Est-ce qu’ils ont essayé le 115 ? Sifat me regarde, perplexe, il ne sait pas ce que c’est. Les doigts tout endoloris, je téléphone à L., qui fait partie d’un réseau d’ « hébergeurs solidaires de mineurs », mais elle ne répond pas. Je lui laisse un message trop verbeux et je dis à Sifat qu’il devrait accompagner Bashira au DEMIE, Dispositif d’évaluation des mineurs isolés, ligné 2, station Couronnes ; tous les matins vers onze heures, devant, il y a Agathe, pilier de ce réseau, avec le petit-déjeuner, des portables, des produits de première nécessité et des conseils pour les mineurs qui entrent, et surtout qui quittent les bureaux de la Croix-Rouge. Il sort de sa poche un morceau de papier avec l’adresse : ils y sont allés aujourd’hui, c’était fermé.

J’appelle Agathe, qui ne répond pas non plus. Bashira me regarde et tape ses jambes l’une contre l’autre. Je m’empêtre mentalement en justifications logistiques : S. qui est chez moi ce soir, les tensions présumées entre Soudanais et Afghans, je me dis que je devrais l’appeler, lui demander ce qu’il en pense, mais je ne le fais pas et regarde autour de moi.

« Le voilà, Sifat ! C’est lui ! »

À quelques mètres de nous un bus est garé, moteur allumé, en warning, avec l’inscription Recueil Social. Je me précipite vers lui, avec la légèreté que procure le soulagement, et tous deux me suivent. Je tape à la porte et le chauffeur m’ouvre. C’est bien le bus du Plan Atlas, un service qui recueille les sans-domiciles pour les emmener dormir à l’abri le soir. Je lui explique le cas de Bashira, j’ajoute qu’il est mineur en pensant bien faire (je resterai toujours une néophyte).
« Je suis juste le chauffeur, madame », me dit-il. « Vous devez attendre que les employés reviennent. Ils sont partis en maraude, pour réunir les inscrits d’aujourd’hui. Sans inscription ils ne le prendront pas, et à la Boulangerie non plus. »

L’inscription.

Nous attendons. Sifat me remercie et ne demande plus rien. Bashira est transi dans sa doudoune trop grande, sa capuche tirée sur une casquette de basket dont la visière dépasse, les yeux attentifs. Il bâille. Je pense à la Boulangerie et à toutes les histoires qu’on m’a racontées à son propos.

J’observe un peu Bashira, si jeune et menu, avec son petit sac à dos noir sur le dos comme un écolier : ce qui le rend vulnérable, ce qu’on pourrait lui voler.

« Et tes amis non plus… »

Sifat. Je ne m’y attendais plus. Je lui adresse une grimace désolée. Je n’ai pas envie de demander à un ami ce que je n’arrive pas à faire. Les employés reviennent.

« Il faut être sur la liste, je suis désolé. Et on ne prend pas de mineurs.
– Pardon ?
– Le 115 ne prend pas de mineurs », dit l’employée sur un ton définitif.
« Et où il va, un mineur à la rue, qui est arrivé hier et qui n’a rien ?
– Au commissariat, me dit le chauffeur.
– Au commissariat ? Et il ne risque rien ? (bon sang, je serai toujours une néophyte).
– Mais non, au commissariat on les répartit dans tous les gymnases et endroits du même genre. »

Le commissariat, Sifat sait où il se trouve ; je propose de les accompagner, il décline. Il me demande si on se verra demain matin au petit-déjeuner.

« Petit-déjeuner ? »

Oui, à neuf heures, à Jaurès. Les petits déj’ de Flandre.

Je ne sais pas, on verra, le travail, tout ça.

Sifat et Bashira s’en vont. Je reste là, à lorgner autour de moi avant de regarder mon iPhone. L. m’a laissé un message : « S’il a 16 ans ça devrait marcher, dis-lui que demain matin il doit aller au DEMIE avant 9 heures ».

Je lève les yeux, mais je ne les vois plus. Je me mets à courir dans la direction qu’ils ont prise, il fait si froid que mes poumons se compriment à chaque respiration, ma course est épuisante. Je cours un bon moment en criant leurs noms, rue La Fayette les gens se retournent pour me regarder. Je les aperçois enfin, ils se retournent, s’arrêtent. Je halète un moment avant de parvenir à transmettre le message.

Sifat sourit.

« Merci que tu cours. »

Je propose à nouveau de les accompagner, mais Sifat me dit que pour cette nuit, il prend Bashira avec lui dans sa tente à Bobigny.

Il fait si froid que je n’ai pas le courage de rentrer chez moi à pied. Je suis à la hauteur de la station de métro, mais je n’ai pas mon porte-monnaie. Je pénètre dans les longs couloirs de Stalingrad, et arrivée aux portillons, je demande à une femme de passer avec elle.

Je m’assieds sur un strapontin. Le train passe sur les rails qui surplombent la cantine en plein air, puis entre sous terre. Je ne me sens pas bien. Sifat a pris en charge Bashira. Il l’a connu la veille, à Jaurès.

« Pourquoi il dort à Bobigny ? », me demande S. le soir au dîner.

Il est sévère. Je me tiens sur la défensive ; de Sifat.

« Qu’est-ce que j’en sais ? Je ne lui ai pas demandé.
– Pourquoi il ne dort pas devant le centre humanitaire de Porte de la Chapelle ? Il y a deux semaines ils ont fait… comment on dit ? Evaco…
– Evacuation.
– Ils les ont tous mis dans l’intérieur.
– Il y dormait l’année dernière. Il doit bien avoir ses raisons de ne plus y dormir, non ?
– Comment tu dis que ça s’appelle, ça ?
Des raviolis.
– C’est ça ! C’est bon », et il étale d’un air satisfait une petite cuillérée de harissa sur ses raviolis aux truffes et aux cèpes, avant de les couper au couteau. Il sourit, puis à voix basse :
« Parce que moi je sais pas les couper avec la fourchette, comme toi tu fais.
– S., cette histoire me fout mal. »

Il me regarde, pose couteau et fourchette puis croise les bras, et se mordille la lèvre inférieure.

« Tu as dit qu’il est arrivé par Italie ? me demande-t-il après une pause.
– Oui. Mais ça, ce n’est pas important.
– Pourquoi il ne dort pas dans la tente avec Sifat ?
– Parce qu’une nuit sur deux la police les déloge et il a peur pour Bashira, qui n’a pas de papiers. Putain, S., c’est quoi cet interrogatoire ? Ici, la seule qui n’a pas fait ce qu’elle aurait pu faire, c’est moi.
– Et pourquoi tu n’as pas fait ?
– Je ne sais pas, S., parce que j’ai paniqué. Tout m’a semblé si compliqué. Même si je l’ai déjà fait. Et puis — je veux être honnête, lui dire ce que j’ai pensé, jusqu’au bout —, et puis il y avait toi, et je sais que tu ne t’entends pas avec les Afghans. »

Il me regarde, impassible.

« De toute façon c’est chez toi. Tu peux faire venir qui tu veux.
– Je culpabilise.
– Tu culpabilises ?
– Oui. »

Je lui montre le canapé.

« Ce soir, Bashira aurait pu dormir ici. Et puis on aurait avisé demain.
– OK. Bashira. Tu sais toi combien de mineurs dorment dans la rue à Paris la nuit ?
– Qu’est-ce que tu veux dire, S., tu crois que c’est une raison de ne pas en héberger un ? Combien ils sont, les mineurs isolés, à Paris ? Mille ? Si j’avais hébergé Bashira et si neuf cent quatre-vingt-dix-neuf autres personnes en faisaient autant…
– Les autres personnes font ce qu’elles veulent.
– Oh, évidemment…
– Oui, autres personnes font ce que veulent, Mau. Tu sais pourquoi ? C’est la démocratie. Les personnes sont libres. »

Je le regarde, incrédule. Une chambre a été attribuée à S. rapidement. Au bout de quelques semaines, le campement où il dormait a été démantelé lors d’une des « évacuations ». (« Mais le premier mois je n’ai jamais dormi dans la chambre », m’avait-il dit, pragmatique, pendant qu’on regardait sur YouTube une vidéo de son ancien campement inondé. « Ah non ? Et pourquoi ? » « Parce que sous les rails du métro il y a encore beaucoup de personnes ; moi je vais là pour aider les associations. »)

– Si tu veux héberger, tu héberges. Si tu ne veux pas héberger, tu n’héberges pas. Mais tu ne culpabilises pas.
– Pendant ces nuits glaciales… c’était une urgence… – dis-je, insistante.
– Non, ce n’est pas une urgence. Et tu n’es pas culpabilisée. Tu sais pourquoi ?
– Pourquoi ?
– Parce que pour aider eux, il y a les associations.
– Ah, bien sûr. Les associations. Toi aussi tu parles comme ça, maintenant ? »

Il ne relève pas.

« Mille mineurs. Tu ne dois pas les héberger, si tu ne veux pas. Tu sais qui doit les héberger ? — il coupe un ravioli calmement — L’État. »

Published July 2, 2018
© 2018 Maurizia Balmelli
© 2018 Specimen

المرة الثانية

Written in Italian by Maurizia Balmelli


Translated into Arabic by Samiha Khalil

١ آذار ٢٠١٨

بالأمس، كنت على موعد مع عبدول، وهو شاب مصري عمره ٢٣ عاماً، لا يحمل وثائق رسمية، وأنا بينومُه (binôme)، أي «رفيقته في الدراسة،» (بحسب تعريف قاموس السنسوني) (Sansoni). أراه مرة في الأسبوع للحديث و «تصريف الأفعال» – بحسب قوله. تركت المنزل حوالي الساعة ٥:٠٠ ومشيت في بولڤار دو لا ڤيليت (Boulevard de la Villette) ولدى وصولي إلى جوريس (Jaurés)، تحت سكك المترو الهوائي، كان وقت العشاء قد حلّ. لست متأكدة من اسم الجمعية التي تطعمهم في تلك الساعة، لكنّي أراهم من بعيد، بأيديهم المحتقِنة، وأطباقِهم موضوعة ببخارها على رفوف القَدَر –  ما زالت حاوية القمامة على ماهي، ولو أنّ رفيق عشاء البارحة قد تغيّر.

يعبُر شابٌ الشّارع، من الواضح أنه ذاهب ليأكل. ينتعل الحذاء الرياضي الذي أهداه إياه س. قبل ثلاثة أسابيع. (استقبلَنا حينها في مدخل  خيمته ذات السّرير الواحد الواقعة على ضفة القناة، وقد لفّ قدميه ببطانية اصطناعية. وضع س. الحذاء أمامه ولم يقل شيئاً، ربما لعدم وجود لغة مشتركة بيننا. أما أنا فقلت له «استمرّ بالقتال» (keep fighting) فتراجَع وقال متخوفاً «لا قتال» (no fight).

لدى وصولي إلى منتزه الروتوند (Rotonde)، أرى أحمد يقترب منّي، بمحاذة المدرّج حيث كنت أدرّس القراءة والكتابة في العام الماضي. لا، ليس أحمد الشاب الأفغاني الذي أعطيته دروساً قصيرة عبر رسائل ال SMS في صيف عام ٢٠١٦، بل سوداني، يشبهُه بنحافتِه وأناقته. هو أحد أولئك الذين يبدون كالأمراء مهما لبسوا من ثياب. هذا ما قاله عنه س. لاحقاً. يتقدم أحمد بمعطف مفتوح ورفراف رغم درجة الحرارة المنخفضة، تحت الصّفر، ويبتسم. أبتسِم أنا أيضاً، لأنني لم أره منذ قرابة العام. أرحِّبُ به بصوتٍ عالٍ، وألوّح له من بعيد، وعندما اقتربَ مني، تكلَّم.

«أنت تتكلّم!» أقول.

يضحك. أتذكّر فترة تدريسي له، ونظراته الطويلة الهادئة، المتواصلة، دون أن ينطق ولو بكلمة واحدة. كتب لي على المسنجر بعدها بأشهر «كيف حالكِ؟» (Ça va)، ووضع «لايك» على كل ما نشرته على الفيسبوك. ينضم إلينا شاب ويخبرنا أن اسمه لويس وأُدرِك أنّه بينومه (binôme)؛ نتّجِه معاً إلى مكتبة كلود ليڤي ستراوس (Claude Lévi-Strauss)، في أڤينو دو فلاندر (Avenue de Flandre). نمشي وأحمد يتحدث ويتحدث ولا أتمكن من وصف ارتياحي لرؤيته، ولا حتى مفاجأتي.

«أحمد، هل مُنحتَ حق اللّجوء؟

— نعم.»

مُنِح مكانة لاجئ في كانون الأول. نمشي وألتفِتُ إلى لويس وأكرر:

«سمِعت؟ إنّه يتكلم!» — فألتفتُ إلى أحمد: — «مُنحتَ حق اللّجوء!»

يُسمِّعُ لي عبدول الأفعال هامساً. نجلس قُبالة بعضنا البعض بين رفَّي كتب، لأن أحمد ولويس أخذا آخر طاولة شاغرة في قاعة الفعاليّات (salle d’animation).

مضارع الفعل قَرَأَ، فعل من المجموعة الثالثة.

«جيّد، الآن صِغ جملة.»

ينظر إلى الرّفّ.

«أقرأُ كتاباً (Je lis un livre).

— الآن الفعل كَتَبَ (écrire).»

يصرِّف الفعل. ولا يجد الجملة.

«يكتب الكُتّاب كتباً (Les écrivains écrivent des livres)،» أقول له أنا.

أنظر إلى الّرفّ لأجد أريوست (Arioste). أبتسم.

«أريوستو كاتب إيطالي. قديم جدّاً.»

أتّجه للمنزل بعد ساعة ونصف، سالكةً نفس الطريق، ولكن عند وصولي بولڤار دو لا ڤيليت (Boulevard de la Villette) أعبُر للرصيف المقابل. بمحاذة الكافتيريا المكشوفة التي تكاد تفرُغ، على زاوية الشارع نزولاً باتجاه القناة حيث يخيّم الأفغان عادة، ألحظ وجهاً آخرَ مألوفاً. إنّه الشاب الذي كتبت عنه في صفحتي الفيسبوك في ٢٢ شباط العام الماضي، قدم من النرويج لـ «صعوبة النوم في الشارع بسبب البرد القارس» في النّرويج؛ هو نفسه الشاب الذي أراني شهادته من جامعة دلهي قائلاً بالإنجليزية أنه يريد دراسة علم النفس ولكن ليس باستطاعته الذهاب لريزومي (RESOME) (رابطة الطّلبة المتضامنين التي أخبرته عنها) لعدم حوزته على تذكرة مترو. يبتسم لي. أقترب منه وأخجل من تفكيري، «لقد ازداد وزنه، كيف ازداد وزنه.» بنوع من ديجا ڤو متوتّر، أجد نفسي أسأله عن حاله، وأين يسكن.

«في بوبيني» (Bobigny) [بلدة في الضواحي الشمالية]، يقول لي.

في ٢٢ شباط العام الماضي، كان ينام قُربَ إحدى بوابات باريس، تقع هي الأخرى في المنطقة الشمالية. بروح دعابة سويسري خرج منّي رغماً عنّي سألته، «داخلها أم خارجها؟». يستمر المشهد على نفس المنوال، لكن لديّ سبب وجيه هذه المرّة، لأنه قد مرّ عام على وجوده هنا.

«هل لديك غرفة؟

— لا، لدي خيمة. تحت الجسر،» يجيبني بهدوء.

وفيما يخبرني، (هو كذلك يتكلم الفرنسية الآن!)، عن الدورات التي يتابعها وعن هاتفه النقال الذكي الّذي سُرِق منه، وتلك مشكلة، لأنه كان يستعمله ليبحث عن الكلمات التي لا يعرفها، وكلّ ما أستطيع التّفكير به هو أنه «تعلم الفرنسية بعد عام واحد في باريس وما زال يسكن تحت الجسر.» يتابع ولدٌ صغيرٌ حديثنا من داخل بطانيّة وردية تلفُّه، بغير أن ينطق.

«هذا بَشيرا، وصل بالأمس،» يخبرني عالم النفس المستقبلي، مشيراً إلى الصبي ذي البطانيّة الوردية.

بعكس العام الماضي، أظهرت قدراً كافياً من الاستعداد وسألته عن اسمه بردّة فعلٍ سريعة.

«سِيفات،» يقول لي. «وأنتِ ماو.»

أنا ماو.

وصل بَشيرا من إيطاليا. وصل بلا شيء، يخبرني سِيفات. بالأمس أهدتهُ سائحة نرويجية (يستمر الديجا ڤو) البطانيّة الوردية قبل سفرها إلى النرويج (أو هذا ما فهمته).

«البارحة نام في كيس نوم تحت سكك الحديد، إنه مريض، رأسه يؤلمه وهنا كذلك،» يؤشّر سِيفات على بطن بَشيرا.

«اصطحِبه إلى هوتيل ديو (Hôtel-Dieu)،»أقول له، وأتذكر قصص س.، الذي ذهب هناك عندما أُصيب بالتهاب رئوي حال وصوله عام ٢٠١٦، كان مخيِّماً في الجاردان دي أيول (Jardins d’Eole) تحت مطرٍ غزير.

يهز سِيفات رأسه، فقد سبق وذهبوا، وقيل لهم «لا، لا يمكن بدون وثائق رسمية» (non, pas possible sans-papiers).

بَشيرا لا يعرف أي كلمة بأي لغة غير البشتو، وبينما أُنقِّل نظراتي بغير تركيز، أسترجع قصتي وأُحفِّزُ نفسي — «العام الماضي، استضفتِ ميلاد، نفس درجة الحرارة، نفس الظروف.»  يصيغُ طلبَه:

«بإمكانه أن يذهب إلى منزلِك؟»

«لقد استضفتِ ميلاد» أُردد لنفسي. لكن دون جدوى. في ذلك الوقت كنت مفعمة بالحماس وقد قلت لنفسي «لقد أقدمتِ على ذلك مرة، لقد تجاوزتِ نقطة اللّاعودة، لن تبقى الأمور على ما كانت.» أما الآن، فتثقلُ أنفاسي بينما أبحث عن مبررات لوجستية لجوابي.

«لا.»

نقف على الرصيف منذ ١٠ دقائق، لا أشعر بقدمَي.

«أشعر بالبرد» (Il fait très froid يقول سِيفات.

ويغوص:

«لا أطلب لنفسي. بل له، لقد وصل البارحة، لا يملك شيء، هو مريض، قاصر.»

أنظر إلى بَشيرا وحبُّ شباب وردي على خديّه.

«عليه أن يذهب إلى أديجي (ADJIE) في أڤينو دو فلاندر (Avenue de Flandre)،» أقول له. «هل تعرف الأديجي (ADJIE)؟ إنها جمعية تساعد القُصَّر.» أُخرِجُ الهاتف النقال لأفحص أوقات الزيارة؛ ويستصعب الآيفون محاولات التعرُّفَ على أصابعي المتجمدة. «السبت من السّاعة ٩:٠٠ حتى الساعة ١٤:٠٠،» وأستدرِك أنّ اليوم الأربعاء.

«وأين ينام حتى السبت؟»

هل ذهبوا إلى ال١١٥؟ ينظر إلي سِيفات بِحيرة، لا يعرف المكان. أتّصل بِـ ل. بأصابعي المتألمة، فهي تنتمي لشبكة داعمة للقُصَّر (hébergeurs solidaires de mineurs ولكنها لا تجيب. أترك لها رسالة مشتتة وأقول لسِيفات أن عليه اصطحاب بَشيرا إلى الديميي (DEMIE جهاز تقييم القُصَّر غير المصحوبين (Dispositif d’évaluation des mineurs isolés خط رقم ٢، محطة كورون (Couronnes هناك سيجدون أچات، ركيزة الشبكة، أمام المحطة في الصباح حوالي الساعة ١١:٠٠ ومعها الإفطار والهواتف النقالة والمساعدات الأولية والنصائح للقُصَّر الداخلين وبالأخص الخارجين من مكاتب الصليب الأحمر. يُخرِج ورقةً من جيبه عليها العنوان: لقد ذهبوا اليوم، وكان مغلقاً.

أتّصِل بأچات، هي أيضاً لا تجيب. ينظر إليّ بَشيرا ويحكّ ساقيه الواحدة بالأخرى. أقلِّب مبرراتي اللوجستية في رأسي: س. عندي الليلة، التّوتّرات المزعومة بين السودانيين والأفغان، أخبر نفسي أنه عليّ الاتّصال به لأسأله، ولكني لا أفعل ذلك، وأنظر حولي.

«ها هي، سِيفات! ها هي!»

على بعد أمتار قليلة منّا، تتوقف حافلة بمحركها الذي ما زال يدور، بالغمّازات الأربعة وكُتب عليها راكوي سوسيال (Recueil Social). أندفِع، بخفةِ من ارتاح من عبء، لِيلحقا بي. أدق على الباب فيفتح لي السائق. إنها حافلة پلان أطلس (Plan Atlas خدمة جمع من لا مسكن لهم وإيصالهِم إلى مكان مغلق ينامون الليل فيه. أشرح له وضع بَشيرا، وأضيف أنه قاصر، معتقدةً أنّي بِقولي هذا أفعل خيراً (في نهاية الأمر ما زلت مبتدئة).

«سيدتي، أنا لست بأكثر من سائق،» يقول لي. «عليكم انتظار العاملين. لقد انطلقوا بجولة بحث، ليجمعوا مسجلي اليوم. لن يأخذوه بغير تسجيل، ولا حتى إلى المخبز.»

التسجيل.

ننتظر. يشكرني سِيفات ولا يسأل عن أي شيء آخر. بَشيرا مُجَصّص ببطانيّته الوردية التي تكبره حجماً، وغطاء رأسٍ مسحوب فوق قبّعة باسكيت (basket) تبرز منها عينان يقِظتان. يتثاءب. أفكر في المخبز وما سمعته عنه من قصص. أتفحّص بَشيرا، صغيراً وهشّاً، يحمل حقيبة سوداء على ظهره كتلميذ مدرسة: ما يجعله مستهدفًا، ما يجعله عرضة للسّرقة.

«ولا حتى أصدقاؤك …»

سِيفات. لم أتوقع المزيد منه. أوجّه له ابتسامة مشحونة بالأسف. لا أجرؤ على طلب ما لا أتمكّن من فعله أنا نفسي من صديق. يعود العاملون.

«عليه أن يكون مسجّلاً في القائمة، أنا آسف. ونحن لا نأخذ القُصَّر.»

«عفواً؟»

«١١٥ لا تأخذ القُصَّر،» تقول العاملة بنبرة حازمة.

«إذاً أين يذهب قاصر وصل البارحة، في الشارع، لا يملك شيئاً؟»

«إلى مركز الشرطة.» يقول لي السائق.

«إلى مركز الشرطة؟ ألن يعرّضه ذلك للخطر؟» (ما زلت مبتدئة، اللعنة).

«طبعاً لا، في مركز الشرطة يوزّعونهم على الصالات الرياضية وما شابه.»

يعرف سِيفات موقع مركز الشرطة. أقترح مرافقتهم، يرفض. يسألني إذا كان بإمكاننا اللّقاء في الصباح لتناول الفَطور.

«الفَطور؟»

نعم، في الساعة ٩:٠٠، في جوريس (Jaurés فيلِپوتي ديج دو فلاندر” (Les petits déj’ de Flandre).

لا أدري، دعنا نرى، الدوام والعمل وما إلى ذلك.

يغادر سِيفات وبَشيرا. وأبقى هناك، أنظر حولي قبل أن أفحص الآيفون. تركت لي ل. رسالة: «إذا كان عمره ١٦ عاماً، قد نستطيع مساعدته. أخبريه بأن عليه الذهاب إلى الديميي (DEMIE) قبل الساعة ٩:٠٠ صباحاً.»

أرفع عيناي ولا أراهما حولي. أبدأ بالرّكض في الاتجاه الذي سلكوه، البرد قارس ومع كل نَفَس أشعر برئتيّ تضيقّان، ويرهقني الركض. أركض لفترة صارخةً أسماءهما، على طول شارع (La Fayette) ويتلفت الناس بنظراتهم نحوي. أراهم، يتلفّتون، يتوقفون. أشهق قبل أن أتمكن من نقل الرسالة.

يبتسم سِيفات.

«أشكرك على ركضك.»

أقترح مرة أخرى مرافقتهم، لكن يخبرني سِيفات أنه سيأخذ بَشيرا الليلة إلى خيمته في بوبيني (Bobigny).

الجو بارد جدا لدرجة أنني لا أرغب بالمشي إلى المنزل. منزلي قريب من محطة المترو، ولكن محفظتي ليست معي. أتسلل إلى ممرات ستالينچراد (Stalingrad) الطويلة وعند وصولي إلى الأبواب الدوارة أطلب من سيدة أن أمرّ معها لأدخل.

أجلس على مقعد قلّاب. يمر القطار فوق سِكك المترو الهوائي فوق الكافيتريا المكشوفة، ثم يدخل تحت الأرض. أشعر بضيق. أخذ سِيفات على عاتقه مسؤوليّة بَشيرا الّذي تعرّف عليه قبل يوم، في جوريس (Jaurés).

«لماذا ينام في بوبيني (Bobigny)؟» يسألني س. في المساء بينما نتناول العشاء.

إنه قاسٍ. أتّخِذ موقفاً دفاعيّاً؛ عن سِيفات.

«لا أعرف. لم أسأله.

— لماذا لا ينام أمام «المركز الإنساني» في پورت دو لا شاپيل (Porte de la Chapelle)؟ قبل أسبوعين قاموا بِ … لا أذكر الكلمة؟ إج…

— إجلاء.

— وضعوهم جميعهم في الداخل.

— كان ينام هناك العام الماضي. من المؤكد أن لديه أسبابه لعدم النوم هناك، ألا تعتقد؟

— ذكِّريني، ما اسمهم؟

— رافيولي.

— صحيح (C’est ça). مذاقهم لذيذ،» — يضع ملعقة صغيرة من الهريسة على رافيولي الكمأ المحشو بالفطر ويقطعها بالسكين.

يبتسم، ويضيف بهدوء:

«لأنني لا أستطيع قطعها بالشوكة، كما تفعلين.»

«س.، هذه القصة تحزنني.»

ينظر إلي، يترك السكين والشوكة ويضع ذراعاً على ذراع، ويقطب شفتيه.

«هل قلتِ أنه جاء من إيطاليا؟» يسألني بعد وهلة.

— نعم، لكنّ ذلك ليس ما يهمّ في الأمر.

— لماذا لا ينام في الخيمة مع سِيفات؟

— لأن الشرطة ترحّله من مكانه بين اللّيلة والأخرى وهو يخاف على بَشيرا الذي لا يملك الوثائق الرسمية. اللعنة، س.، ما هذا التحقيق؟ الشخص الوحيد هنا الذي لم يقم بواجبه هو أنا.

— ولمَ لمْ تفعلي ذلك؟

— لا أدري، س. لأنني ارتبكت. بدت لي الأمور غاية في التعقيد. مع أنها ليست بالمرة الأولى. و — أريد أن أكون صادقة معه، وأشاركه بحقيقة أفكاري — وأنتَ هنا، وأدرك أنّك لا تتفق مع الأفغان.

ينظر إليّ بفتور.

«على كلٍ، إنه منزلك. يمكنك استضافة من شئتِ.

— أشعر بالذنب.

— تشعرين بالذنب؟

— نعم.»

أشيرُ إلى الأريكة.

«كان بإمكان بَشيرا أن ينام هنا الليلة. وليجلِب الغد ما يجلبه.

— حسناً. بَشيرا. هل تعرفين عدد الأطفال الذين ينامون وحدهم ليلاً في شوارع باريس؟

— ماذا تقصد س.؟ اللعنة! هل تعتقد أن هذا سبب وجيه لعدم استقبال واحد منهم على الأقل؟ كم عدد القصَّر في باريس؟ ألف؟ لو استضفتُ أنا بَشيرا، وتسعة مئة وتسعة وتسعين شخص آخر قاموا بنفس الفعل…

— الآخرون يفعلون ما يشاؤون.

— آه. بالطبع …

— نعم، يفعل الآخرون ما يشاؤون، ماو. هل تعلمين لماذا؟ هذه هي الديمقراطية. أن يكون الناس أحراراً.»

أنظر إليه وأكاد لا أصدق ما أسمع. حصل س. على غرفة بوقت قصير نسبياً. بعد بضعة أسابيع أزالوا المخيم الذي كان ينام فيه خلال إحدى عمليات الإجلاء المزعومة. («لكن في الشهر الأول لم أنم في الغرفة مطلقاَ» أخبرني، بدرجة عالية من الپراچماتية، بينما كنا نشاهد ڤيديو على اليوتيوب (youtube) عن مخيمه الذي غمرته المياه. «ولمَ لا؟» «لأن الكثير من الناس ما زالوا تحت سكك المترو. أذهب هناك لمساعدة الجمعيات.»)

— إذا كنت ترغبين بالاستضافة فافعلي ذلك. وإنْ لم ترغبي بالاستضافة فلا تفعلي. لكن لا تشعري بالذنب.

— في هذه الليالي القارسة … إنها حالة طوارئ … — أُصرّ.

— لا، ليست بحالة طوارئ. وأنت لست مخطئة. هل تعلمين لماذا؟

— لماذا؟

— لأن مساعدتهم مسؤوليّة الجمعيات.

— آه، بالطبع. الجمعيات. حتّى أنت تستعمل هذه اللغة الآن؟

لا يستوعب الفكرة.

«ألف قاصر. لا يتوجّب عليك استضافتهم إن لم ترغبي بذلك. هل تعرفين مِن واجب مَن استضافتهم؟ —  يقطع الرّاڤيولي بهدوء —الدولة.»

Published July 2, 2018
© 2018 Maurizia Balmelli
© 2018 Specimen


Other
Languages
Italian
French
Arabic

Your
Tools
Close Language
Close Language
Add Bookmark