Le lingue di mia zia from La gelosia delle lingue

Written in Italian by Adrián N. Bravi

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Sono partito da una lingua e senza volerlo sono approdato a un’altra. Due lingue simili e senza confini precisi tra di loro. Non so darmi una ragione della mia partenza (non sapevo nemmeno quanto tempo sarei rimasto fuori dal mio paese – ancora ho la valigia sopra l’armadio che aspetta, non so cosa, ma aspetta). Volevo andarmene, conoscere un posto nuovo e, se possibile, continuare gli studi che avevo iniziato a Buenos Aires. Insomma non partivo per l’Italia o per l’Europa, semplicemente partivo per andarmene dal mio paese; era più forte il desiderio della partenza che quello dell’approdo. Il mio biglietto non era un’andata e ritorno, ma un’andata e basta. Non ero spinto dalla voglia della svolta, del cambiare casa o lingua, volevo solo lasciare l’adagio sul quale avevo costruito la mia vita. Forse c’era un misto d’innocenza e vigliaccheria nel mio gesto. L’Argentina, in quel periodo, era uscita dalla dittatura da quattro anni; a me però ancora rimbombavano in testa certe parole con le quali non avevo fatto i conti, parole che venivano dal periodo buio della nostra storia. Non erano voci specifiche, era un tono, una cadenza ritmica, quel senso d’appartenenza scomodo che sanno dare solo le parole e che, con il passare degli anni, comincia a ingombrarti dentro. Per esempio, c’è un passaggio in Sud 1982 (il terzo libro che ho scritto in italiano – parla di un soldato che torna dalla guerra delle Malvine – scritto tra l’altro sulla falsariga di un «passato eventuale», come definisce Ginevra Bompiani il passato nell’opera di Antonio Delfini: un tempo che avrebbe potuto accadere e che magari «avrebbe avuto conseguenze ineluttabili sul nostro presente, se si fosse verificato»Ginevra Bompiani, Il passato eventuale, in Antonio Delfini. Note di uno sconosciuto, Ascoli Piceno, Marka, 1990, p. 97.). Ebbene in Sud 1982 c’è un passaggio che dice così:

Col passare del tempo avevo cominciato a sentire che prima o poi me ne sarei andato dal mio paese. Magari in un posto dove avrei potuto pensare e parlare in un’altra lingua, perché lì mi sentivo come prigioniero delle parole. Tutto mi ricordava le Malvine, la trincea, i piedi inzuppati, gli elicotteri. Me l’aveva detto mio padre: “Dovresti imparare daccapo una lingua, così puoi pensare e sognare senza il ricordo di quelle vecchie parole. Nuova lingua, nuova libertà”. È stata la prima volta che gli ho dato ragione.

Ora, qui in Italia, sento di aver recuperato la lingua paterna della mia famiglia, senza però aver perso la maternità dello spagnolo argentino. Dunque, parlo e scrivo l’italiano, ma sullo sfondo di una lingua nascosta che ancora mi suggerisce parole e toni che appartengono alla mia infanzia. Eppure, mi sento di non avere una lingua mia, una lingua senza tormenti, senza insicurezze; ovunque vada sono uno straniero che deve rovistare tra le parole e, se non trova quella giusta, deve cercare nel bailamme delle perifrasi. Accade così che per gli argentini ho un accento tipicamente italiano e per gli italiani ho un accento spiccatamente argentino. Mi capita delle volte di rattristarmi in una lingua per poi rallegrarmi nell’altra. E così, saltellando da una lingua all’altra, mi succede di cambiare umore. Non avendo un’infanzia in italiano, raramente provo nostalgia in questa lingua, mentre se ricordo un fatto dell’infanzia nella mia lingua madre, sento di avere a che fare con un mondo imprigionato in quelle parole che lo evocano.
Non so se una nuova lingua possa liberarci da qualcosa, credo però che possa darci uno sguardo diverso sul passato, rivisitarlo con un’altra lente: «Tu sei nella tua memoria», fa dire Edmond Jabès a un nomade in Il libro dell’ospitalità, «la quale non è affatto legata al passato, come si potrebbe credere, ma è attaccata al presente. Al presente ch’essa crea»Edmond Jabès, Il libro dell’ospitalità, a cura di Antonio Prete Milano, Raffaello Cortina, 1991, p. 103.Ecco, la mia memoria a un certo punto stava creando un presente pieno di fantasmi e quei fantasmi, purtroppo, parlavano la lingua della mia infanzia.

Avevo una zia, una sorella di mio padre, che subito dopo la guerra era partita da Sambucheto, un paese del maceratese, per andare in Argentina. Era partita dal porto di Genova insieme a suo marito, un polacco che aveva conosciuto mentre lui cercava di nascondersi dai bombardamenti tedeschi, e un figlio di appena quattro mesi. La nave sulla quale viaggiavano aveva attraversato da poco la linea dell’equatore (su questa storia della traversata di mia zia, alcuni anni fa, ho scritto un racconto che s’intitola Dopo la linea dell’equatore) ed erano finite le scorte di acqua potabile. Tutti i passeggeri erano in preda al panico. Suo figlio non mollava mai il capezzolo della madre, forse aveva paura anche lui, lo teneva sempre stretto tra le gengive, raccontava mia zia. Nel capezzolo libero si erano attaccati altri bambini. Si bagnavano le labbra con quel poco di latte che riuscivano a succhiare. Le madri, raccontava mia zia, la imploravano di aiutare i loro figli. Lei faceva quel che poteva con il suo latte. I bambini che non sopravvivevano li avvolgevano in un lenzuolo bianco e li buttavano a mare. Ne aveva contati cinque mia zia e quel numero se l’era portato dentro come una colpa per il resto della vita: «Cinque bambini che non sono riuscita a sfamare», diceva.

Non ho mai visto piangere mia zia quando raccontava questa storia in spagnolo, la sua lingua adottiva, anche se si vedeva che era molto colpita, nonostante fossero passati parecchi anni; quando però un giorno gliel’ho sentita raccontare in italiano, l’ho vista piangere per la prima volta. Allora ho pensato che esiste una zona intima della memoria dove il passato si fa voce in una determinata lingua. Per mia zia era straziante richiamare quei ricordi nella propria lingua, la lingua nella quale quelle madri avevano visto buttare a mare i propri figli o nella lingua dentro cui aveva vissuto quella storia. Forse i ricordi parlano solo la lingua in cui sono accaduti. Farli parlare in un’altra lingua è come mascherarli o sbiadirli.

I vari modi di parlare ci frammentano, ci spezzano: «Io, che non ho più una lingua ma sono tormentato da parecchie, o che, talvolta, mi ritrovo a beneficiarne di molte, ho sensazioni che mutano secondo le parole che uso», scrive Héctor Bianciotti nel suo primo romanzo francese, Senza la misericordia di Cristo. Dunque, non ci si rattrista allo stesso modo in una lingua o in un’altra, così come non si può raccontare la stessa storia in lingue diverse. Ci sarà sempre uno slittamento, un modo diverso di guardare le cose. Per mia zia l’italiano era diventato il teatro di un conflitto interno, di un viaggio senza ritorno, e nel rievocarlo i suoi ricordi prendevano una vita propria.

Published January 26, 2019
Excerpted from La gelosia delle lingue, EUM edizioni, Macerata 2017
© 2017 EUM

Las lenguas de mi tía

Written in Italian by Adrián N. Bravi


Translated into Spanish by Celia Filipetto

Partí de una lengua y, sin querer, llegué a otra. Dos lenguas similares y sin límites definidos entre ellas. No le encuentro explicación a mi partida (ni siquiera sabía cuánto tiempo estaría fuera de mi país, mi maleta sigue en lo alto del armario, esperando, no sé qué, pero espera). Quería marcharme, conocer un lugar nuevo y, en lo posible, proseguir los estudios que había comenzado en Buenos Aires. En fin, no partía con rumbo a Italia o a Europa, sencillamente quería irme de mi país; era más fuerte el deseo de partir que el de llegar. Mi pasaje no era de ida y vuelta, sino solo de ida. No me impulsaban las ganas de dar un giro, de cambiar de casa o de lengua, solo quería abandonar el adagio sobre el que había construido mi vida. Tal vez había en mi gesto una mezcla de inocencia y cobardía. En aquella época, Argentina acababa de salir de cuatro años de dictadura, pero a mí todavía me resonaban en la cabeza algunas palabras a las que todavía no me había enfrentado, palabras que provenían de aquella época oscura de nuestra historia. No eran términos específicos, sino un tono, una cadencia rítmica, ese sentido de pertenencia incómodo que solo las palabras saben dar y que, con el paso de los años, empieza a estorbar en tu interior. Por ejemplo, hay un pasaje en Sud 1982 (el tercer libro que escribí en italiano, habla de un soldado que regresa de la guerra de las Malvinas, escrito, entre otros, sobre el modelo de un «pasado eventual», como define Ginevra Bompiani el pasado en la obra de Antonio Delfini: un tiempo que habría podido suceder y que, quizá, «de haberse producido, habría tenido consecuencias inevitables sobre nuestro presente»Ginevra Bompiani, Il passato eventuale, en Antonio Delfini. Note di uno sconosciuto, Ascoli Piceno, Marka, 1990, p. 97. Y bien, en Sud 1982 hay un pasaje que dice así:

Con el transcurso del tiempo había empezado a sentir que tarde o temprano me habría ido de mi país. Tal vez a un lugar donde habría podido pensar y hablar en otra lengua, porque allí me sentía como preso de las palabras. Todo me recordaba a las Malvinas, la trinchera, los pies empapados, los helicópteros. Mi padre me lo había dicho: «Deberías aprender una lengua desde el principio, así podrías pensar y soñar sin el recuerdo de esas viejas palabras. Nueva lengua, nueva libertad». Fue la primera vez que le di la razón.

Ahora, aquí en Italia, siento que he recuperado la lengua paterna de mi familia, sin haber perdido la maternidad del castellano rioplatense. Así pues, hablo y escribo en italiano, pero sobre el fondo de una lengua oculta que todavía me sugiere palabras y tonos que pertenecen a mi infancia. Sin embargo, siento que no tengo una lengua mía, una lengua sin tormentos, sin inseguridades; vaya donde vaya soy un extranjero que debe hurgar en las palabras y, si no encuentra la adecuada, ha de buscar en la barahúnda de las perífrasis. Ocurre entonces que para los argentinos tengo un acento típicamente italiano y para los italianos tengo un acento marcadamente argentino. A veces me pasa que me entristezco en una lengua para después alegrarme en la otra. Y así, saltando de una lengua a otra, cambio de humor. Al carecer de una infancia en italiano, rara vez siento nostalgia en esta lengua, mientras que si recuerdo un hecho de la infancia en mi lengua materna, tengo la sensación de enfrentarme a un mundo encerrado en esas palabras que lo evocan.

No sé si una nueva lengua puede liberarnos de algo, pero creo que puede darnos una mirada distinta del pasado, revisitarlo con otra lente: «Tú eres en tu memoria», le hace decir a un nómada Edmond Jabès en El libro de la hospitalidad, «que en modo alguno está ligada al pasado, como podría creerse, sino que está vinculada al presente. Al presente que ella crea»Edmond Jabès, Il libro dell’ospitalità, edición de Antonio Prete Milano, Raffaello Cortina, 1991, p. 103..  Así es, en un momento dado mi memoria estaba creando un presente lleno de fantasmas y, por desgracia, esos fantasmas hablaban la lengua de mi infancia.

Tenía una tía, hermana de mi padre, que poco después de la guerra había dejado Sambucheto, un pueblo de Macerata, para irse a la Argentina. Había salido del puerto de Génova con su marido, un polaco al que había conocido cuando él intentaba esconderse de los bombardeos alemanes, y un hijo de apenas cuatro meses. El barco en el que viajaban acababa de cruzar la línea del Ecuador (hace unos años, sobre la historia del viaje de mi tía escribí un relato titulado Después de la línea del Ecuador) y las reservas de agua potable se habían agotado. Cundió el pánico entre los pasajeros. El hijo no se soltaba del pezón de la madre, quizá él también estaba asustado, lo tenía apretado entre las encías, según contaba mi tía. Al pezón libre se prendían otros niños. Se mojaban los labios con la poca leche que conseguía mamar. Las madres, contaba mi tía, le imploraban que ayudase a sus hijos. Ella hacía lo que podía con su leche. A los niños que no sobrevivían los envolvían en una sábana blanca y los echaban al mar.  Mi tía había contado hasta cinco y, como una culpa, cargó con ese número el resto de su vida: «Cinco niños a los que no conseguí dar de comer», decía.

Nunca vi llorar a mi tía cuando contaba esta historia en castellano, su lengua adoptiva, aunque se la veía muy afectada a pesar de que habían pasado muchos años; pero un día, cuando se la oí contar en italiano, la vi llorar por primera vez. Entonces pensé que existe una zona íntima de la memoria donde el pasado se hace voz en una determinada lengua. Para mi tía era desgarrador evocar aquellos recuerdos en su propia lengua, la lengua en la que aquellas madres habían visto lanzar al mar a sus hijos o revivir aquella historia en su otra lengua. Tal vez los recuerdos hablan únicamente la lengua en la que ocurrieron. Hacer que hablen en otra es como enmascararlos o desdibujarlos.

Las distintas formas de hablar nos fragmentan, nos rompen: «Yo, que no tengo más que una lengua pero que me siento atormentado por varias o que, a veces, me veo aprovechándome de muchas, tengo sensaciones que cambian según las palabras que uso», escribe Héctor Bianciotti en su primera novela francesa, Sin la misericordia de Cristo. De manera que no nos entristecemos del mismo modo en una lengua que en otra, así como no se puede contar la misma historia en lenguas distintas. Habrá siempre una desviación, una manera distinta de ver las cosas. Para mi tía, el italiano se había convertido en el teatro de un conflicto interno, de un viaje sin regreso, y, al evocarlo, sus recuerdos cobraban vida propia.

Published January 26, 2019
© 2017 EUM
© 2019 Specimen

لُغَتَا عمَّتي

Written in Italian by Adrián N. Bravi


Translated into Arabic by Amarji

لقد أبحرتُ من لغةٍ ومن دون إرادتي رسَوتُ على شاطئ لغةٍ أخرى؛ لغتين متشابهتين وبل حدودٍ دقيقةٍ بينهما. لا أعرف سبباً لرحيلي (لم أعرف حتَّى كم من الوقت بقيتُ خارجَ بلدي ما أزال محتفظاً فوق الخزانة بحقيبتي التي تنتظر، لا أعرف ماذا، ولكنَّها تنتظر). أردتُ أن أرتحلَ فحسب، أن أتعرَّفَ على مكانٍ جديدٍ، وإن أمكن، أن أواصلَ الدِّراسات التي كنتُ قد بدأتُها في بوينس آيرس. وحاصلُ القولِ، لم يكن رحيلي رحيلاً صوبَ إيطاليا أو صوبَ أوروبَّا، وإنَّما كان ببساطةٍ رحيلاً بقصد الرَّحيل عن بلدي؛ كانت الرَّغبة في الرَّحيل أقوى من الرَّغبة في حطِّ الرِّحال. تذكرةُ سَفَري لم تكن ذهاباً وإياباً، بل كانت ذهاباً فحسب. والحالُ أنَّني لم أكن مدفوعاً برغبةٍ في التَّغيير، تغيير السُّكنى أو تغييرِ اللُّغة، لم أكن أريدُ سوى الابتعاد عن الإيقاع البطيء الذي تأسَّسَتْ عليه حياتي. ربَّما كان هناك مزيجٌ من البراءةِ والدَّناءةِ في بادرتي هذه. في ذلك الوقت، كانت أربع سنواتٍ قد مضَتْ على خروج الأرجنتين من عهد الدِّيكتاتوريَّة؛ ولكن في رأسي كانت ما تزال تطنُّ بعض الكلمات التي لم أحسب لها حساباً، كلماتٍ كانت تنبثق من تلك الحقبة المظلمة في تاريخنا. لم يكن أصواتاً محدَّدَةً، بل كان نبرةً، نغماً إيقاعيَّاً، ذلك الإحساسُ غير المريح بالانتماء الذي لا يمكن سوى للكلمات أن يعطيه والذي، بمرور السَّنوات، يبدأ في شغل حيِّزٍ كبيرٍ بداخلك. على سبيل المثال، هناك مقطعٌ في روايتي جنوب 1982 (الكتاب الثَّالث الذي كتبتُه باللُّغة الإيطاليَّة يتحدَّث عن جنديٍّ عائدٍ من حرب المالفيناس والمكتوب على غرار كتبٍ أخرى بتقنيَّةِ ماضٍ احتماليٍّ، على حدِّ تعريف جينيفرا بومبياني للزَّمن الماضي في أعمال أنطونيو دِلْفيني بأنَّه: زمنٌ كان من الممكن أن يحدث، وربَّما كانت له عواقب لا مفرَّ منها على حاضرنا، لو أنَّه حدثجينيفرا بومبياني، الماضي الاحتماليُّ، عندَ أنطونيو دِلْفيني. ملاحظاتُ مجهول، أسكولي بيتشينو، ماركا، 1990، ص97.). في جنوب 1982، إذن، مقطعٌ يقولُ التَّالي:

بمرور الوقت بدأت أشعرُ أنَّني عاجلاً أو آجلاً راحلٌ عن بلدي. ربَّما إلى مكانٍ يمكن لي فيه أن أفكِّرَ وأتحدَّث بلغةٍ أخرى، لأنَّني هناك كنت أشعرُ بأنَّني سجين الكلمات. كلُّ شيءٍ كان يذكِّرني بجُزُر مالفيناس، بالخندقِ، والأقدامِ المغموسةِ، وطائرات الهليكوبتر. لقد قال لي والدي ذلك: “عليك أن تتعلَّمَ لغةً أخرى من جديد، لكي تتمكَّن من التَّفكير والحلم بمنأىً عن ذكرى تلك الكلمات القديمة. لغةً جديدةً، وحرِّيَّةً جديدة“. وتلك كانت المرَّة الأولى التي أتَّفق فيها معه.

الآن، وأنا هنا في إيطاليا، أشعرُ بأنَّني استعدتُ اللُّغة الأبويَّة لعائلتي، دون أن أفقد أمومةَ الإسبانيَّةِ الأرجنتينيَّة. لذا، فإنَّني أتحدَّث وأكتب بالإيطاليَّة، ولكن على خلفيَّةِ لغةٍ مُستَتِرةٍ ما تزال تلقِّنني كلماتٍ ونغماتٍ تعودُ إلى عهد طفولتي. ومع ذلك، أشعرُ بأنَّني لا أمتلك لغةً خاصَّةً بي، لغةً لا أخشى معها عناءً، ولا هفواتِ لسان؛ فأينما ذهبتُ ما أنا إلَّا ذلك الأجنبيُّ الذي عليه أن ينقِّبَ بين الكلمات، فإذا لم يعثر على الكلمة المناسبة وجبَ عليه أن يبحثَ في رَبْكةِ التَّوريات. ويحدث هكذا أنَّني بالنِّسبة إلى الأرجنتينيِّين أمتلك لهجةً إيطاليَّةً على نحوٍ نموذجيٍّ وبالنِّسبة إلى الإيطاليِّين أمتلك لهجةً أرجنتينيَّةً على نحوٍ ثاقب. يحدث لي أحياناً أن أحزن في لغةٍ لأفرحَ بعد ذلك في الأخرى. وهكذا، قافزاً من لغةٍ إلى الأخرى، يحدث أن أغيِّرَ مزاجي. ولأنَّني لا أمتلك طفولةً بالإيطاليَّة، فإنَّني نادراً ما أشعر بالحنين في هذه اللُّغة، بينما إذا تذكَّرتُ واقعةً من وقائع طفولتي بلغتي الأمِّ، شعرتُ بأنَّني أتعاملُ مع عالَمٍ مسجونٍ في تلك الكلمات التي تستحضرُه.

لا أعلم ما إذا كان في مقدورِ لغةٍ جديدةٍ أن تحرِّرَنا من شيءٍ ما، ولكنَّني أعتقد أنَّه يمكن أن تعطينا نظرةً مختلفةً عن الماضي، وأن نعيد النَّظر إليه من خلال عدسةٍ أخرى: “أنتَ في ذاكرتك، يقول إدمون جابيس بلسان أحد البدو الرُّحَّل في مؤلَّفه كتاب الضِّيافة، أنتَ في ذاكرتك التي ليست مرتبطةً على الإطلاق بالماضي، كما نعتقد، بل إنَّها لصيقةٌ بالحاضر. بالحاضر الذي تخلقه هيإدمون جابيس، كتاب الضِّيافة، حرَّرَه أنطونيو بريتِه، ميلانو، منشورات رافَّائِلُّو كورتينا، 1991، ص103.. وهذا ما كان، كانت ذاكرتي، في لحظاتٍ معيَّنةٍ، تخلق حاضراً مليئاً بالأشباح، وهذه الأشباح، لسوء الحظِّ، كانت تتكلَّمُ لغةَ طفولتي.

كانت لي عمَّةٌ، أختٌ لأبي، غادرَتْ بعد الحرب مباشرةً من سامبوكيتو، إحدى بلداتِ مقاطعة ماتْشِراتا الإيطاليَّة، لتتوجَّه إلى الأرجنتين. غادرَتْ ميناءَ جنوة صحبةَ زوجها، وهو بولنديٌّ كانت قد التقَتْهُ أثناء محاولته الاختباء من القصف الألمانيِّ، وابنٍ لهما بالكاد كان عمره أربعة أشهر. كانت السَّفينة التي كانوا يسافرون على متنها قد عبرَتْ منذ قليلٍ خطَّ الاستواء (عن هذه الأحدوثةِ التي تدورُ حولَ انتقال عمَّتي كنتُ قد كتبتُ، قبل بضع سنواتٍ، قصَّةً عنوانها ما بعدَ خطِّ الاستواء) وكانت قد نفِدَتْ إمداداتُهم من مياه الشُّرب. أُصيبَ جميع المسافرين بالذُّعر. والطِّفلُ لم يترك لحظةً واحدةً حلمةَ أمِّه، ربَّما كان هو أيضاً خائفاً، وبقيَ طيلةَ الوقتِ ممسكاً بها بين لِثاتِه، كما روت لي عمَّتي. بالحلمةِ الأخرى الحرَّة تعلَّق أطفالٌ آخرون. كانوا يبلِّلون شفاهَهم بذلك النَّزر من الحليب الذي تيسَّرَ لهم امتصاصه. كانت الأمَّهات، كما روت عمَّتي، يتضرَّعن إليها أن تُنجِدَ أطفالهنَّ. وكانت هي تفعل كلَّ ما في وسعها بما أوتيَتْ من حليبٍ في صدرها. الأطفال الذين لم تُكتَب لهم النَّجاة كانوا يلفُّونهم بغطاءِ سريرٍ أبيضَ ويرمونهم في البحر. أحصَتْ عمَّتي منهم خمسةً، وذلك الرَّقم بقيَتْ تحمله في داخلها كإثمٍ لبقيَّةِ حياتها: “خمسة أطفالٍ لم أتمكَّن من إمساك رمقهم، كانت تقول.

لم أرَ قَطُّ عمَّتي تبكي وهي تروي هذه القصَّة بالإسبانيَّة، لغتِها المتبنَّاةِ، حتَّى وإن كان جليَّاً أنَّها كانت في غاية التَّأثُّر، على الرَّغم من مرور عدَّة سنوات على الحادثة؛ ولكن عندما سمعتها ذاتَ يومٍ ترويها بالإيطاليَّة، رأيتُها تبكي لأوَّلِ مرَّة. حينذاك خطرَ في فكري أنَّ هناك منطقةً خفيَّةً من الذَّاكرة يُصبحُ فيها الماضي صوتاً بلغةٍ معيَّنة. كان من المحطِّمِ لقلب خالتي استحضارُها تلك الذِّكريات بلغتها الخاصَّة، اللُّغةِ التي رأت فيها الأمَّهاتُ أطفالهنَّ يُلْقَى بهم في البحر أو اللُّغةِ التي عاشت فيها تلك الحادثة. ربَّما كانت الذِّكريات لا تتحدَّث إلَّا اللُّغةَ التي وقعَتْ فيها أحداثُها. أنْ تجعلها تتحدَّث بلغةٍ أخرى فكأنَّك تضع عليها قِناعاً أو تكشط عنها لونها.

إنَّ وجودَ طرقٍ مختلفةٍ للتَّحدُّث يفتِّتُنا، يقطِّعُنا: “أنا، الذي لم أعد أمتلك لغةً واحدةً ولكنَّني معذَّبٌ بالعديد من اللُّغات، أو الذي، أحياناً، أجدُ نفسي أستقي من كثيرٍ منها، لديَّ مشاعر تتغيَّر وفقاً للكلمات التي أستخدمُها، يكتب هيكتور بيانشوتِّي في روايته الفرنسيَّة الأولى، بلا رحمةِ المسيح. وعليه، فإنَّنا لا نشعر بالحزن بالطَّريقة نفسها في لغةٍ وأخرى، تماماً كما لا يمكننا أن نروي نفسَ القصَّةِ بلغتين مختلفتين. سيكون هناك على الدَّوام انزلاقٌ ما، طريقةٌ مختلفةٌ للنَّظر إلى الأشياء. بالنِّسبة إلى عمَّتي، كانت اللُّغةُ الإيطاليَّة قد تحوَّلَتْ إلى مسرحٍ لصراعٍ داخليٍّ، لرحلةٍ من دون عودة، وفي استحضارِها إيَّاها كانت ذكرياتها تقبضُ على حياتها الخاصَّة.

Published January 26, 2019
© 2017 EUM
© 2019 Specimen


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