Le stalle di Rosagarda

Written in Italian by Giorgio Orelli

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Stalle di sola pietra, o di legno con zoccolo, o tutto legno, scurito, quasi nero talvolta; a drappelli con respiro come avvii di villaggi, o isolate, quasi distratte, che l’occhio errando è contento di ritrovare. Le più famigliari hanno accanto una fontana senz’acqua, guardandole sembra di vedere il getto limpido uscire come una volta, scosso d’improvviso dal vento.

I morti che erano vivi quando ero ragazzo. Quasi dentro al bosco e occupata sui fianchi da sambuchi, presso un torrente che prende riposo dopo una lunga cascata, questa era di zio Andrea prima che andasse in America. Una notte d’estate tornando dalle feste campestri ho visto nella luce di un’automobile due cervi passare leggeri come se non avessero corpo. E questa, sotto Àmar, allo svolto che d’inverno può di colpo riempirsi di neve soffiata, è di Carlin detto Sciss, gheppio o nibbio, astore o poiana che sia ma fischi gagliardamente, lo vedo che mi dice di quando aveva la Zehnder: “Andavo con la Zendru giù per il Piottino e boia bestia al casello sotto alle marianne del Dazio non mi passa innanzi uno con una motocicletta tre volte più grossa della mia, un demonio, rosso, e mi fa ciao e via; boia bestia, diciamo, è la maniera? Zoccolone d’uno zoccolone, gli ho gridato, va’ e spiaccicati contro il primo muro che incontri. Ebbene, diciamo, lì dove vicino ai Sassi Grossi c’è il tiro e comincia Giornico cosa vedo? vedo il mio socio che è là pitturato su una casa, gli ho detto anch’io ciao”.

Più piccola, di sasso, a quest’altra si appoggiano arbusti che da vicino sono anche ribes con quell’aspretto tutto vitamine, dice un pensionato che ha cintato di ribes tutto l’orto e piluccando piluccando (con sua moglie) ha passato i novanta. È la stalla di Viligelmo, che tutti chiamavano Ticilin, ero troppo giovane quando è morto, ma mio zio Lelo mi faceva schiacciare le nocciuole con la bocca di Ticilin scolpita in legno di ciliegio. Rido per l’insolita scommessa che l’ha reso famoso nella valle. Benché non fosse il giorno dell’Esposizione, aveva spruzzato di colonia il toro del consorzio e stava mungendo una vacca che pareva una nuvola quando arriva uno a cui avevano portato per sbaglio un porco crepato sull’alpe, che non era suo ma di Ticilin, guardandolo nel muso i pastori avevano scambiato l’orecchia destra con la sinistra, roba da Divina Commedia; ma più che del bestiotto, fatto ormai a pezzi e sistemato nel refrigerante, discorrevano del tempo che non si ferma e noi che campiamo troppo poco e ci siamo e non ci siamo, e Viligelmo stacca la testa dalla pancia della vacca e fa: “Vecchi? vecchi bacucchi dici? Eh no caro di Dio scommettiamo che io sono ancora buono di tenere su una secchia piena di latte?”. “Dieci litri appesi proprio lì?”, ridacchia quel del porco, “ma se bruci dalla voglia di provare io non ho niente in contrario, figùrati, cinque franchi te li dò più che volentieri”. E allora Viligelmo s’è alzato con la secchia che schiumava; non ha neanche avuto bisogno di tenersi tanto da parte per accordare lo strumento, presto in tempra tesa come se non l’avesse mai sbrinato. “Verità”, diceva zio Lelo, che a scolpire il legno aveva imparato nella Svizzera interna, a Brienz, dove una volta gli è saltato in testa di pitturare gli uccelli che venivano a mangiare da lui sul poggiuolo, così per riconoscerli.

A Vidresco è la stalla dove zio Nazaro una domenica di gennaio quasi dimentica il paltò. Nonostante il freddo non ci avrebbe mai pensato seriamente al paltò se zia Mafalda non avesse continuato a dirgli di comprarlo una buona volta se non voleva buscarsi una polmonite. Zio Nazaro in quel tempo era sindaco e ogni tanto per non tirare troppo in lungo le faccende col Cantone prendeva il treno e andava di persona a picchiare i pugni in governo; così che un giorno alla stazione di Bellinzona appena sceso dal treno vede Gustavo del Buffet, leventinese anche lui, Parüscenthal, che lo guarda stupito coi baffi incredibilmente bianchi e dice: “Uhèila Binotti non avrai alle volte dimenticato il paltò sul treno stamattina”. E mio zio: “Noi sai bene che non siamo abituati”. “Ma guarda che con un freddo compagno è quasi meglio anche per te mettere il paltò”, dice Gustavo sorridendo. “Mah”, e mio zio lo saluta e imbocca il viale e prima della posta incontra proprio il segretario di concetto agli Interni col quale doveva discorrere, che prima cosa volta in su gli occhi: “Dove ha lasciato il paltò signor Binotti?”, e mio zio a spiegare che loro montanari vanno in giro senza; e poco prima di mezzodì rifà il viale sul marciapiede opposto e trova il Zortea del ristorante col paltò spalancato sul grembiulone di cuoco, gli dice che andrà come sempre a desinare da lui, risotto e ossibuchi col buco. “Col buco a parte”, dice Zortea, “ma lei Binotti come fa ad andare in giro senza paltò una giornata come questa! Vorrei sbagliarmi ma sono almeno dieci gradi sotto zero”.

Allora dice mio zio che cominciava ad averne piene le scatole, non dal freddo, eh no, ma di questa storia del paltò che al giorno d’oggi bisogna portare, e siccome lì a due passi c’è l’Eleganza Maschile che tra l’altro è buon mercato, è entrato quasi di corsa e senza star tanto a provare ha comprato un paltò nero, lungo, bel pesante.

L’indomani era domenica, faceva bello e sarebbe andato a messa a Rosagarda senza paltò, era già in strada con altri di Conferino ma zia Mafalda ha fatto in tempo a gridargli dalla finestra “per cosa l’hai comprato il paltò”, sicché è tornato sulle scale a metterselo con l’aiuto della moglie. Va che a metà strada sentendo caldo se l’è tolto in fretta, l’ha piegato come si deve e l’ha deposto nella mangiatoia della stalla di Vidresco, che era vuota da un pezzo ma tutt’altro che cadente. Dopo messa figurarsi se gli viene in mente di riprenderlo, ha fatto ridere tutti quando alle prime case di Conferino si è fermato ad accendere il toscano e ha detto che doveva tornare indietro a prendere il paltò, un paltò immenso dal quale zia Mafalda ha detto che ne ha tirati fuori due per i figli maschi.

Published September 15, 2016
© 2016 Eredi Giorgio Orelli

The Rosagarda's Cowsheds

Written in Italian by Giorgio Orelli


Translated into English by Carla Calimani

Cowsheds of stone, or of wood on stone foundations, or all in wood, darkened, almost black at times; in groups like embryonic villages, or isolated, distracted almost, which the errant eye is happy to rediscover. Some have a waterless fountain next to them, from which your mind’s eye can see the clear jet flowing out like it used to, shaken suddenly by the wind.

The dead who were alive when I was a boy. Almost in the woods, flanked by elders, near a stream resting after a long waterfall, this one belonged to Uncle Andrea before he went to America. One Summer night, returning from a local fair, I saw in a car’s headlights two deer so light-footed that they seemed ghostly shadows. And this one, known as Àmar, at the turn that in Winter can suddenly fill with blown-over snow, this one belonged to Carlin, nicknamed Sciss, kestrel or kite, goshawk or buzzard, a bird with a piercing call in any case. I can see him now telling me about when he used to drive the Zehnder: “There I was whizzing down the winding roads of the Piottino with the old girl and, bloomin’ heck, at the hut just under where those Dazio sisters live I get overtaken by a motorbike three times bigger than mine, a red devil of a thing, and the driver only goes and waves hello before taking off. I mean, bloomin’ heck, what’s that all about? You bloomin’ idiot, I shouted at him, go and splat yourself against the first wall you find. Well, just near the Sassi Grossi where the shooting range is and you reach Giornico, what do I see? My new friend painted all over a house; I said hello to him and all”.

On this other one, smaller, made of stone, lean bushes that on close inspection include blackcurrants. Their sourness is full of vitamins, says a pensioner who has surrounded his whole allotment with blackcurrants and, picking away at them, day by day (along with his wife), is well into his nineties. It’s the cowshed belonging to Viligelmo, who everyone called Ticilin. I was still very young when he died, but my uncle Lelo would get me to crack nuts open with Ticilin’s mouth sculpted out of cherry wood. I laugh when I think of the unusual bet that made him famous throughout the valley. Although it wasn’t the day of the Cattle Fair, he’d perfumed the consortium bull with cologne and was milking a cloudy-white cow when someone came along who’d been brought a pig that had died in the fields, but it wasn’t his, it was Ticilin’s, when the shepherds had found it they’d mistaken his right ear for his left. They’d moved on from discussing the poor animal, who’d been cut up and put away in the refrigerator, and were talking about time not standing still, how we live too little and we’re here and then we’re gone, and Viligelmo lifted his head from the cow’s flank and said: “Old? Old good-for-nothings you say? Not me, no siree. Want to bet my tackle can still hold up a full pail of milk?” “Those ten litres hanging up right there?” smirked the one who’d brought the pig. “Well, if you’re dying to try I’ve nothing against it, in fact, I’ll happily give you five francs for it”. So Viligelmo stood up with his foaming pail; he didn’t even need much time to get his member working, it was soon standing to order as if it had never been out of action. “Honest to God,” Uncle Lelo used to say. He’d learnt to whittle wood in Brienz, where once he’d had the idea of painting the birds who’d come to his balcony to eat so he could better tell them apart.

In Vidresco there’s the cowshed where one Sunday in January Uncle Nazaro almost forgot his overcoat. Despite the cold he’d never have seriously thought about wearing an overcoat if Aunt Mafalda hadn’t kept going on at him about buying one once and for all if he didn’t want to catch his death. Uncle Nazaro was mayor at that time and every now and then, to avoid canton affairs taking too long, he’d take the train and go to the regional parliament to slam his fists down in person; and so one day in Bellinzona, having just got off the train, he sees Gustavo from the station cafe, also from the Levantine valley, who looks at him stunned with his incredibly white moustache and says: “Well I never, Binotti, you’ve not gone and forgotten your overcoat on the train this morning”. To which my uncle replies: “You know full well us lot aren’t used to wearing one”. “But when it’s this cold I reckon even you’d be better off with a coat on”, says Gustavo with a smile. “Hmph”. My uncle says goodbye, goes down the main street and before reaching the post office bumps into the Secretary for the Interior, whom he needed to speak to, who looks up and says: “Where have you left your overcoat, Mr Binotti?” My uncle explains how mountain dwellers like him go without; then just before midday he’s going back down the same street on the opposite pavement and sees Zortea from the restaurant with his overcoat wide open over his cook’s apron. He tells him he’ll be eating there as usual, risotto and ossobuco. “With the marrow on the side”, says Zortea. “But how are you wandering around without an overcoat on a day like this, Mr Binotti! I’d like to be mistaken, but it must be at least ten degrees below zero.”

At this point my uncle says he was starting to get sick and tired of it, not the cold, of course, but this whole palaver about the overcoat, which you have to wear nowadays, and since Male Elegance was just a stone’s throw away and good value to boot, he practically ran in and without wasting much time trying anything on bought a black, long overcoat, a nice heavy one.

The next day was a Sunday, it was sunny and he’d have gone to mass in Rosagarda without an overcoat, in fact he was already out on the street with the others from Conferino when Aunt Mafalda managed to shout from the window, “what did you buy that overcoat for”, and so back up the stairs he went to put it on with his wife’s help. He was halfway to mass when he felt hot and hurriedly took it off, folded it neatly and rested it on the feeding trough of the cowshed in Vidresco, which had been empty for a while but was still holding up well. After mass the last thing that crossed his mind was going back to get it. He made everyone laugh when, on reaching the first houses at Conferino, he stopped to light a cigar and said he needed to go back to pick up his overcoat, a huge overcoat that Aunt Mafalda said she used to make two coats for their sons.

Published September 15, 2016
© 2016 The Giorgio Orelli Estate
© 2016 Specimen

Rosagarda Cowpen

Written in Italian by Giorgio Orelli


Translated into Jamaican Patois by Shalene Moodie

Cowpen mek-up a stone, ar wood ar stone battam, ar hole ting ina wood, black-up nyaly black-black sometime, ina pile lacka embryonic distric, or dem one, lacka dem nah look, weh if yuh cyast yuh yeye yuh aguh appy fi si. Some ha fountin widout wata nyear dem, franh weh yuh maginiation cyan si di clyear jet a run lacka one time, weh all ona sudden win wi shyake-up shyake-up

Di dead weh did a blow breat when mi ena bway picknie. Nyaly ina di tree dem, sida elda tree, nyear whanh trickle a wata afta whanh lang-lang wata fall, a did fi Uncle Andrea bifore im guh a foreign. Whanh night ina mango season, im a come franh distric fair, mi si di cyar light lacka two deer wheh dah prance suh dem fava duppy shadow. And dat deh whan weh nyame Àmar, a di tun ina di road weh ina sorrel time cyan full up wid wangla snow, a did fi Carlin, wheh dem call Sciss, kestrel ar kite, goshawk ar johncrow, whanh bud wheh mek ole-eap a naise anyhow. Mi cyan si im now a tell bout when im did a drive di Zehnder: “A deh mi deh a fly down the windin road dem a Piottino wid di ole gyal an, rhatid, a di ut unda wheh di Dazio sista dem deh, motobike tree time bigga dan fimme, ovatek mi tree time, whanh red debil sinting, an di driva wave wha gwan before im drive aff. Mi a seh, rhatid, a whah gwan? Yuh rhatid hidiat, mi a she pon di top a mi vice, guh mash-up yuh self pon di nex wall weh yuh fine. Just sida di Sassi Grossi wheh di shootin ryange deh an yuh ketch a Giornico, wheh mi si? Mi new bredren nuh pyaint-up di whole a whanh ouse; mi seh whapin tuh im nuh man.”

Pon di oda side, whanh wingier stone one, maga bush wheh when yuk look good-good haveon blackcurrant. Dem bittaness full-up a vitamin, say whanh ole man wheh cova-up im whole plyace wid blackcurrant, and a pick-pick dem hevery dyay (im an im wife) im deh bout undred year ole. A di cowpen wheh fi Viligelmo, di whan dem cáll Ticilin. Mi a did still picknie when im dead off, but mi Huncle Lelo nuh mek mi crack nut open wid Ticilin mout wheh mek out a cherry wood, Mi laugh when mi tink bout di jinnal bet wheh mek im famous tru di ole a di valley. Haldough a neva di dyay a di Cow Denby, im rub-up di cansartium bull wid man perfume an did a milk whanh staam-cloud white cow when smaddy come-on who dem did gi hog wheh did dead a bush, but a nevah fi him, a did fi Ticilin, when di shepard did fine i dem mix-up im right hear fi im lef. Dem lef fram labrish bout di poor hanimal, wheh dem cut-up cut-up an lef ina fridge, an a talk bout ow time nuh stand-up ina whanh plyace, how wi nuh du enough sinting when we deh yah an ow wi deh yah an den wi gaan, an Viligelmo lif-up im ead franh di cow shenk an seh: “Ole? Ole good-fi-nuttin dem unu seh? Nat me, no nuh-sah! Yuh wan fi bet seh mi tackle cyan still ole up a full pyail a milk?” “Dem ten litre weh eng–up ovah deh suh!” Di whan who did bring di milk seh wid skin-teet. Well if yuh a dead fi try mi nah seh nuttin ’gainst i, matta a fac, mi wi gi yuh five franc fi it.” So Viligelmo stan-up wid im pail a fyoam; im nevah even need whole heap a time fi get im memba a wok, it stan-up to attention lacka seh i nevah tap wuk. “Honest to God,” Huncle Lelo use fi seh. Im did learn fi cyave wood ina Brienz, same plyace im did ave di hidea fi paint-up di bud dem weh come a im veranda fi nyam suh him cyan tell who is who.

Heena Vidresco weh di cow pen deh, wan Sunday ina Janiary mont, Uncle Nazaro nyaly most figet im bush jackit. Even dough cold a lick, im nevah a go botha wid none, if Hanti Mafalda nevah a nengeh nengeh seh come ell or igh wata im betta buy one if im nuh want fi ketch im deat. Uncle Nazaro a di Mayor dem deh time, an hevery now an again, fi nuh mek district business tek suh lang, im tek di train an guh a district parliament fi slam dung im fist fi imself, an suh one day ina Bellinzona, when im just ease off di train, im si Stationman-Gustavo, who come from Levantine Valley tuh, a look pon im wid im yeye dem wide and im big white bukra moustache, weh seh: “Mi nevah si dat yet, yuh nuh guh figet yuh bush jackit dis mawnin.” Suh ear Huncle Nazaro, “Yuh well an know seh fi wi cumbolo nuh boda wid dem.” “But when cole a lick suh, even yuh betta put on whan,” Gustavo seh, kin teet a show. “Umnhmn.” Mi huncle seh, im waak downa street an befo im ketch a pos hoffice, nuh di Secretary a di Hinterior im buck-up pon, who im want link, an im cast im yeye and seh: “A weh you lef yuh bush jackit, Bredda Binotti?” Mi huncle tell im seh mountin man lacka im nuh wear dem, den jus before midday im a guh dung a street pon di oda side an si Zortea fran di restarant wid im jackit fling opin ovah im apran. Im seh im a guh nyam deh as usal, risotto and ossobuco. “Wid di marrow pon di side,” Zortea seh. “But a ow yuh a gallivant widout no bush jackit when di weadah tan suh, Breddah Binotti! I waan wrang, but a musse ten below zero.”

A right deh a dat deh pint mi huncle seh im staat get fed-up wid i, nuh di cole, but di whole heapa palavarin bout di bush jackit, which yuh haffi wear dese days, an since Male Elegance just up a road an sinting deh deh cheap, im nyaly run in deh an widout im wase time a try-on try-on di sinting dem, im buy a black, lang bush jackit, wahn nice eavy one.

Nex day a Sundy, sun a shine and im woulda guh a mass ina Rosagarda widout whanh bush jackit, im all deh ina di street wid di oda one dem franh Conferino when Hanti Mafalda bawl fran di winda, “Suh wheh yuh buy dat deh bush jackit fah?” suh im march up di styairs dem fi put i on wid im ball-an-chain a elp im. Im naley deh a mass when im stat feel ot ot and tek it aff quick quick, fole i up nice nice an put i pon di feedin trough a di cow pen ina Vidresco, weh did empty fi long ears but did still stay good. Afta mass di laas ting ima tink bout a fi guh back fi it. Im mek everybady laugh when im ketch a di fus ouse dem a Conferino, top fi light cigyar an seh im haffi guh back fi fine im bush jackit, wahn helleva bush jackit weh Hanti Mafalda seh shi tek mek two bush jackit fi dem two bway picknie dem.

Published September 15, 2016
© 2016 The Giorgio Orelli Estate
© 2016 Specimen

Die Ställe von Rosagarda

Written in Italian by Giorgio Orelli


Aus dem Italienischen übersetzt von Barbara Sauser

Ställe aus Stein, oder aus Holz mit einem Sockel, oder ganz aus gedunkeltem, bisweilen fast schwarzem Holz. In größeren Gruppen, wie Anbahnungen von Dörfern, oder einzeln, gleichsam verirrt, sodass der suchende Blick erleichtert ist, wenn er sie findet. Neben den vertrauteren Ställen steht ein Brunnen ohne Wasser, und man glaubt wie einst zu sehen, wie der klare Strahl fließt, jäh vom Wind zerblasen.

Die Toten, die in meiner Kindheit noch lebten. Dieser Stall da, fast im Wald, von Holunderbüschen eingerahmt und in der Nähe eines Wildbachs, der nach einem langen Wasserfall eine Ruhepause einlegt, gehörte Onkel Andrea, bevor er nach Amerika auswanderte. Als ich in einer Sommernacht von einem Dorffest zurückkam, sah ich im Lichtkegel eines Autos zwei Hirsche so leicht vorbeifliegen, als wären sie körperlos. Und dieser Stall da, in der Wegbiegung unterhalb von Àmar, in der sich im Winter plötzlich Schneewehen bilden, gehörte Carlin, genannt Terzel, der wie ein Falke oder Rotmilan, wie ein Habicht oder Bussard, jedenfalls prächtig pfeifen konnte. Ich sehe noch vor mir, wie er von seiner Zehnder erzählt: »Als ich mit der Zendru gerade durch die Piottino-Schlucht fahre, da überholt mich doch zum Teufel beim Wärterhaus unterhalb der Zollhausschwestern einer auf einer roten Höllenmaschine, dreimal größer als mein Motorrad, ruft mir Ciao zu und ist weg. Ist das zum Teufel nicht unerhört? Du Hornochse, schreie ich ihm nach, fahr du nur bis du gegen die nächste Mauer knallst. Na ja, und was sehe ich gleich darauf in der Gegend der Sassi Grossi, wo der Schießstand ist und Giornico anfängt? Meinen Freund, an eine Hauswand gemalt, und da habe ich ihm meinerseits Ciao gesagt.«

An diesen kleineren Stall hier aus Stein schmiegen sich Büsche, von nahe besehen auch Johannisbeeren mit ihrer pur vitaminischen Säure, wie ein Pensionär es nennt, der seinen Gemüsegarten rundum mit Johannisbeeren bepflanzt hat und (mit seiner Frau) immerzu naschend die Neunzig überschritten hat. Es ist der Stall von Viligelmo, den alle Ticilin nannten, ich war noch zu klein, als er starb, aber ich musste mit seinem aus Kirschholz geschnitzten Mund für Onkel Lelo Haselnüsse knacken. Ich schmunzle, wenn ich an die ungewöhnliche Wette denke, durch die er im ganzen Tal berühmt geworden war. Obwohl nicht Viehschautag war, hatte er den Stier der Genossenschaft mit Kölnisch Wasser besprüht und war gerade dabei, eine Kuh mit dem Aussehen einer Wolke zu melken, als ein anderer Bauer kam, dem man fälschlicherweise ein oben auf der Alp krepiertes Schwein gebracht hatte, das aber nicht seins war, sondern Ticilins, die Hirten hatten das rechte mit dem linken Ohr verwechselt, als sie das Tier besahen, die reinste Göttliche Komödie. Aber sie redeten weniger über das arme Viech, das ohnehin schon zerteilt in der Kühltruhe lag, als über die Zeit, die nie stehenbleibt, über unser zu kurzes Dasein, erst sind wir da und dann sind wir schon nicht mehr da, und Viligelmo zog den Kopf unter dem Bauch der Kuh hervor und sagte: »Alt? Alte Trottel sagst du? Nein, mein Lieber, wollen wir wetten, dass er noch einen Eimer voller Milch trägt?« »Zehn Liter am Selbigen aufgehängt?«, kicherte der mit dem Schwein. »Wenn du es unbedingt versuchen willst – gern. Das lasse ich mir gern fünf Franken kosten.« Und so stand Viligelmo auf mit dem schäumenden Eimer und brauchte nicht einmal lange beiseite zu treten, um das Instrument zu stimmen, das bald gehärtet war, als wäre es nie entfrostet gewesen. »Ehrlich«, sagte Onkel Lelo, der das Schnitzen im deutschschweizerischen Brienz gelernt hatte, wo er einmal auf die Idee gekommen war, die Vögel, die zum Fressen auf seinen Balkon kamen, anzumalen, um sie voneinander unterscheiden zu können.

In Vidresco ist der Stall, in dem Onkel Nazaro an einem Januartag beinahe seinen Paletot vergessen hätte. Trotz der Kälte hätte er nie ernsthaft an einen Mantel gedacht, hätte Tante Mafalda ihn nicht immer wieder aufgefordert, sich endlich einen zuzulegen, wenn er sich keine Lungenentzündung holen wolle. Onkel Nazaro war damals Gemeindevorsteher, und damit sich die kantonalen Angelegenheiten nicht allzu sehr in die Länge zogen, nahm er hin und wieder den Zug, um auf dem Amt persönlich auf den Tisch zu hauen. Und so begegnet er einmal, als er in Bellinzona eben aus dem Zug ausgestiegen war, Gustavo vom Bahnhofrestaurant, auch er aus der Leventina, aus dem Tal der Holznägel, und der staunte ihn mit seinem unaussprechlich weißen Schnurrbart an und sagte: »Grüß dich, Binotti, du wirst doch nicht etwa deinen Paletot im Zug vergessen haben?« Darauf mein Onkel: »Du weißt doch, dass unsereins sowas nicht trägt.« »Bei einer solchen Kälte wäre es aber auch für dich fast besser, einen Paletot anzuziehen«, meinte Gustavo lächelnd. »Was weiß ich«, sagte mein Onkel, verabschiedete sich und ging in Richtung Boulevard. Uund vor der Post trifft er auf niemand anderes als genau den Beamten für innere Angelegenheiten, mit dem er reden muss, und der zieht erst einmal die Augenbrauen hoch: »Wo haben Sie denn Ihren Paletot gelassen, Herr Binotti?«, und mein Onkel erklärt, dass man als Gebirgler keinen trage. Und kurz vor Mittag geht er den Boulevard auf dem gegenüberliegenden Gehsteig wieder hoch und stößt auf Zortea vom Restaurant, über der Kochschürze ein offener Paletot, und kündigt an, dass er wie immer bei ihm speisen werde, Risotto und Ossobuco mit Loch. »Das Loch separat«, sagt Zortea, »aber sagen Sie, Herr Binotti, wie können Sie nur an einem Tag wie dem heutigen ohne Paletot herumlaufen! Hoffentlich irre ich mich, aber wir haben bestimmt zehn Grad unter Null.«

Und da habe er langsam die Nase voll gehabt, sagte mein Onkel, nicht etwa wegen der Kälte, sondern wegen dieser Geschichte mit dem Paletot, den man heutzutage unbedingt tragen müsse, und da es nur zwei Schritte bis zur überdies günstigen Eleganz für Herren waren, betrat er den Laden beinahe im Laufschritt und kaufte ohne großes Anprobieren einen langen, schön schweren, schwarzen Paletot.

Am nächsten Tag war Sonntag, das Wetter war schön und er wäre fast ohne Paletot nach Rosagarda zur Messe gegangen, hatte sich mit den anderen aus Conferino schon auf den Weg gemacht, als Tante Mafalda ihm noch rechtzeitig durch das Fenster nachrief: »Wozu hast du den Paletot gekauft?«, sodass er zur Treppe zurückging, um ihn mit Hilfe seiner Frau anzuziehen. Und dann war ihm auf halber Strecke warm und er zog ihn schnell aus, legte ihn ordentlich zusammen und deponierte ihn im Futtertrog im Stall von Vidresco, der schon länger leer stand, aber durchaus nicht baufällig war. Nach der Messe natürlich kein Gedanke daran, ihn wieder mitzunehmen, und so lachten alle, als er bei den ersten Häusern von Conferino stehenblieb, um eine Zigarre anzuzünden, und sagte, er müsse noch einmal zurück und den Paletot holen, den riesigen Paletot, aus dem Tante Mafalda nach ihren eigenen Worten zwei für die Söhne geschneidert hat.

Published February 8, 2017
© 2016 Erbengemeinschaft Giorgio Orelli
© 2017 Specimen


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Giorgio Orelli (Airolo 1921-Bellinzona 2013) was an Italian-language Swiss writer. Renowned for his poetic oeuvre―just recently collected in Tutte le poesie, Mondadori, Milano 2015―and his deeply-engaged essays on Dante, Petrarca, Pascoli and Montale, Orelli published only one volume of short stories, Un giorno della vita (Lerici, Milano 1960). This single experience in fiction proved nonetheless to be highly influential on his poetic style, giving it the peculiar narrative turn that marked his subsequent and most significant poetry collections. Le stalle di Rosagarda (The Rosagarda’s Cowsheds) is the editorial title for the second chapter of a previously unpublished, and unfinished, rewriting of Primavera a Rosagarda (Spring in Rosagarda), a short story mostly set in the high Levantine Valley of Canton Ticino. We would like to thank the Giorgio Orelli Estate for kindly allowing us to publish it.

Noto principalmente per la sua opera in versi, ora raccolta in Tutte le poesie (Mondadori, Milano 2015), e per i suoi studi su Dante, Petrarca, Pascoli e Montale, Giorgio Orelli ha pubblicato un solo volume di racconti, Un giorno della vita (Lerici, Milano, 1960): un’esperienza unica ma di vasta portata sulla sua scrittura in versi, che nelle seguenti raccolte ha assunto quei tratti narrativi che più la caratterizzano. Quello qui proposto per gentile concessione degli eredi e con un titolo redazionale, è il secondo capitolo di una riscrittura inedita, e incompiuta, del racconto Primavera a Rosagarda, ambientato prevalentemente nell’alta valle Leventina, nel Canton Ticino.


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