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L’AutoreInvisibile | Turin International Book Fair 2019
Il diario, Il racconto, Lo scambio from In altre parole

Il diario, Il racconto, Lo scambio from In altre parole

Written in Italian by Jhumpa Lahiri

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Il diario

Arrivo a Roma con la mia famiglia, qualche giorno prima di ferragosto. Non conosciamo questa abitudine di partire in massa. Nel momento in cui quasi tutti scappano via, in cui quasi tutta la città è ferma, proviamo a iniziare un nuovo capitolo della nostra vita.

Affittiamo un appartamento in via Giulia. Una strada elegantissima, a metà agosto desolata. Fa un caldo feroce, insopportabile. Quando usciamo per fare spese, cerchiamo, ogni due passi, il momentaneo sollievo dell’ombra.

La seconda sera, un sabato, rientrando a casa la porta non si apre. Prima si apriva senza problemi. Ora, per quanto provi, la chiave non gira dentro la serratura.

Non c’è nessuno nel palazzo eccetto noi. Siamo senza documenti, ancora senza un telefono funzionante, senza alcun amico o conoscente romano. Chiedo aiuto all’albergo di fronte al palazzo, ma neanche due dei loro impiegati riescono ad aprire la porta. I nostri padroni di casa sono in vacanza in Calabria. I miei figli, sconvolti, affamati, dicono piangendo che vogliono tornare subito in America.

Alla fine viene un tecnico che apre la porta in un paio di minuti. Gli diamo più di duecento euro, senza fattura, per il servizio.

Questo trauma mi pare sia una prova del fuoco, una sorta di battesimo. Ma ci sono parecchi altri ostacoli, piccoli ma scoccianti. Non sappiamo dove portare la differenziata, come comprare una tessera per i mezzi pubblici, dove fermano gli autobus. Tutto va imparato da zero. Se chiedessimo indicazioni a tre romani, ognuno dei tre ci darebbe una risposta diversa. Mi sento scombussolata, spesso schiacciata. Nonostante il mio grande entusiasmo per il fatto di vivere a Roma, ogni cosa sembra impossibile, indecifrabile, impenetrabile.

Una settimana dopo essere arrivata, il sabato dopo quel sabato sera indimenticabile, apro il mio diario per descrivere le nostre disavventure. Quel sabato, faccio qualcosa di strano, inaspettato. Scrivo il diario in italiano. Lo faccio in modo quasi automatico, spontaneo. Lo faccio perché quando prendo la penna in mano, non sento più l’inglese nel cervello. In questo periodo in cui tutto mi confonde, tutto mi turba, cambio la lingua in cui scrivo. Inizio a raccontare, nel modo più impegnativo, tutto ciò che mi mette alla prova.

Scrivo in un italiano bruttissimo, scorretto, imbarazzante. Senza controllo, senza dizionario, soltanto d’istinto. Vado a tentoni, come un bambino, come una semianalfabeta. Mi vergogno di scrivere così. Non capisco questo impulso misterioso che sbuca dal nulla. Non riesco a smettere.
È come se scrivessi con la mano sinistra, la mia mano debole, quella con cui non devo scrivere. Sembra una trasgressione, una ribellione, una stupidaggine.

Durante i primi mesi a Roma, il mio diario clandestino in italiano è l’unica cosa che mi consola, che mi dà stabilità. Spesso, a notte fonda, sveglia, inquieta, vado alla scrivania per comporre qualche paragrafo in italiano. È un progetto segretissimo. Nessuno sospetta, nessuno sa.

Non riconosco la persona che sta scrivendo in questo diario, in questa nuova lingua approssimativa. Ma so che è la parte più schietta, più vulnerabile di me.

Prima di trasferirmi a Roma scrivevo di rado in italiano. Tentavo di comporre qualche lettera a una mia amica italiana che vive a Madrid, qualche email alla mia insegnante. Sembravano esercizi formali, artificiali. Non sembrava la mia voce. In America non lo era.

A Roma, però, scrivere in italiano sembra l’unico modo di sentirmi presente qui – magari di avere una connessione, soprattutto come scrittrice, con l’Italia. Il nuovo diario, per quanto imperfetto, per quanto crivellato di errori, rispecchia chiaramente il mio disorientamento. Riflette una transizione radicale, uno stato di smarrimento totale.

Nei mesi prima di venire in Italia, cercavo un’altra direzione per la mia scrittura. Volevo un nuovo approccio. Non sapevo che la lingua che avevo studiato pian piano per parecchi anni in America mi avrebbe dato, alla fine, l’indicazione.

Esaurisco un quaderno, ne comincio un altro. Mi viene in mente una seconda metafora: come se, poco attrezzata, scalassi una montagna. È una sorta di sopravvivenza letteraria. Non ho molte parole per esprimermi, tutt’altro. Mi rendo conto di uno stato di deprivazione. Eppure, al contempo, mi sento libera, leggera. Riscopro la ragione per cui scrivo, la gioia insieme all’esigenza. Ritrovo il piacere che provo fin da ragazzina: mettere delle parole in un quaderno, che nessuno leggerà.

In italiano scrivo senza stile, in modo primitivo. Sono sempre in dubbio. Ho soltanto l’intenzione, insieme a una fede cieca ma sincera, di essere capita e di capire me stessa.

 

Il racconto

Il diario mi fornisce la disciplina, l’abitudine di scrivere in italiano. Ma scrivere soltanto un diario equivale a rinchiudermi in casa, parlando con me stessa. Quello che vi esprimo resta una narrazione privata, interiore. A un certo punto, malgrado il rischio, voglio uscirne.

Inizio con brevissimi pezzi, di solito non più di una pagina scritta a mano. Cerco di focalizzare qualcosa di specifico: una persona, un momento, un luogo. Faccio quello che chiedo ai miei studenti quando mi capita di insegnare scrittura creativa. Spiego loro che frammenti del genere sono i primi passi da fare prima di costruire un racconto. Credo che uno scrittore debba osservare il mondo reale prima di immaginarne uno inesistente.

I miei pezzettini italiani non sono altro che inezie. Eppure lavoro sodo per tentare di perfezionarli. Do il primo pezzo al mio nuovo insegnante d’italiano a Roma. Quando me lo restituisce, sono mortificata. Vedo solo errori, solo problemi. Vedo una catastrofe. Quasi ogni frase va modificata. Correggo la prima bozza a penna rossa. Alla fine della lezione, la pagina contiene tanto inchiostro rosso quanto nero.

Non ho mai tentato, da scrittrice, di fare qualcosa di così impegnativo. Trovo che il mio progetto sia talmente arduo che sembra quasi sadico. Devo ricominciare da capo, come se non avessi mai scritto nulla nella mia vita. Ma, per essere precisi, non mi trovo al punto di partenza: mi trovo invece in un’altra dimensione dove sono senza riferimenti, senza corazza. Dove non mi sono mai sentita così stupida.

Anche se ormai parlo la lingua abbastanza bene, la lingua parlata non mi aiuta. Una conversazione implica una specie di collaborazione e, spesso, un atto di perdono. Quando parlo posso sbagliarmi ma, in qualche modo, riesco a spiegarmi. Sulla pagina sono sola. La lingua parlata è una specie di anticamera rispetto a quella scritta, la quale ha una propria logica, ancora più severa, più inafferrabile.

Nonostante l’umiliazione, continuo. Per la lezione successiva, preparo qualcosa di diverso. Perché sepolto sotto tutti gli errori, tutti gli spigoli, c’è qualcosa di prezioso. Una nuova voce, grezza ma viva, da migliorare, da approfondire.

Un giorno mi trovo in una biblioteca in cui non mi sento molto a mio agio, dove di solito non riesco a lavorare bene. Lì, a una scrivania anonima, mi viene in mente un racconto intero in italiano. Viene in un lampo. Ascolto le frasi nel cervello. Non so da dove vengano, non so come io riesca a sentirle. Scrivo in fretta nel quaderno; temo che tutto sparirà prima che io possa buttarlo giù. Tutto si dipana tranquillamente. Non uso il dizionario. Impiego circa due ore per scrivere la prima metà del racconto. Il giorno dopo ritorno alla stessa biblioteca per un altro paio d’ore, per terminarlo.

Mi accorgo di una spaccatura, insieme a una nascita. Ne sono stordita.

Non mi capita mai di scrivere un racconto in questa maniera. In inglese posso rimuginare quello che scrivo, posso fermarmi dopo ogni frase per cercare le parole giuste, per riordinarle, per cambiare mille volte idea. La mia comprensione dell’inglese è sia un vantaggio sia un intralcio. Riscrivo tutto come una pazza finché non mi soddisfa, mentre in italiano, come un soldato nel deserto, devo semplicemente andare avanti.

Dopo aver ultimato il racconto, preparo una copia al computer. Per la prima volta lavoro sullo schermo in italiano. Le dita sono tese. Non sanno come muoversi sulla tastiera.

So che ci saranno tantissime cose da correggere, da riscrivere.

So che la mia vita, in quanto scrittrice, non sarà più la stessa.

Il racconto s’intitola Lo scambio.

Di cosa parla? La protagonista è una traduttrice insofferente che si trasferisce in una città imprecisata, alla ricerca di un cambiamento. Ci arriva da sola, con quasi nulla, tranne un golfino nero.

Non so come leggere il racconto, non so cosa pensarne. Non so se funziona. Mi mancano le capacità critiche per giudicarlo. Benché sia venuto da me, non sembra completamente mio. Sono certa solo di una cosa: non lo avrei mai scritto in inglese.

Odio analizzare ciò che scrivo. Ma qualche mese dopo, un mattino mentre corro in villa Doria Pamphilj, mi viene in mente, tutto a un tratto, il significato di questo strano racconto: il golfino è la lingua.

 

Lo scambio

C’era una donna, una traduttrice, che voleva essere un’altra persona. Non c’era un motivo chiaro. Era sempre stato così.

Aveva degli amici, una famiglia, un appartamento, un lavoro. Aveva abbastanza soldi, godeva di buona salute. Aveva, insomma, una vita fortunata, di cui era grata. L’unica cosa che la affliggeva era quello che la distingueva dagli altri.

Quando pensava a ciò che possedeva, provava una mite repulsione, perché ogni oggetto, ogni cosa che le apparteneva, le dava prova della sua esistenza. Ogni volta che aveva un qualsiasi ricordo della sua vita passata, era convinta che un’altra versione sarebbe stata migliore.

Si considerava imperfetta, come la prima stesura di un libro. Voleva generare un’altra versione di se stessa, nello stesso modo in cui poteva trasformare un testo da una lingua a un’altra. A volte aveva l’impulso di rimuovere la sua presenza dalla terra, come se fosse un filo sull’orlo di un bel vestito, da tagliare via con un paio di forbici.

Eppure non voleva suicidarsi. Amava troppo il mondo, la gente. Amava fare lunghe passeggiate nel tardo pomeriggio osservando ciò che la circondava. Amava il verde del mare, la luce del crepuscolo, i sassi sparsi sulla sabbia. Amava il sapore di una pera rossa in autunno, la luna piena e pesante d’inverno che brillava fra le nuvole. Amava il calore del suo letto, un buon libro da leggere senza interruzione. Per godere di questo, sarebbe vissuta per sempre.

Volendo capire meglio il motivo per cui si sentiva così, decise un giorno di eliminare i segni della sua esistenza. Tranne una piccola valigia, buttò o diede via tutto. Voleva vivere in solitudine, come un monaco, proprio per affrontare ciò che non riusciva a sopportare. Ai suoi amici, alla famiglia, all’uomo che la amava, disse che doveva andarsene per un po’.

Scelse una città in cui non conosceva nessuno, non capiva la lingua, dove non faceva né troppo caldo né troppo freddo. Portò un guardaroba quanto più semplice possibile, tutto in nero: un abito, un paio di scarpe, e un golfino di lana leggera, morbida, con cinque piccoli bottoni.

Arrivò mentre la stagione stava cambiando. Faceva caldo al sole, freddo all’ombra. Prese in affitto una camera. Camminava per ore, vagava senza meta, senza parlare. La città era piccola, piacevole ma priva di personalità, senza turisti. Sentiva i rumori, osservava la gente: chi andava in fretta al lavoro, chi era seduto sulle panchine, come lei, con un libro o con un cellulare, a prendere il sole. Quando aveva fame, mangiava qualche cosa seduta su una panchina. Quando era stanca, andava al cinema a vedere un film.

I giorni si facevano brevi, scuri. Pian piano gli alberi si spogliavano dei colori, delle foglie. La mente della traduttrice si svuotava. Cominciava a sentirsi leggera, anonima. Immaginava di essere una foglia che cadeva, identica a ogni altra.

Di notte dormiva bene. Di mattina si svegliava senza ansie. Non pensava né al futuro, né alle tracce della sua vita. Sospesa nel tempo, come una persona senza ombra. Eppure era viva, si sentiva più viva che mai.

In una brutta giornata, piovosa, ventosa, si mise al riparo sotto il cornicione di un edificio in pietra. La pioggia scrosciava. Non aveva un ombrello, neanche un cappello. La pioggia colpiva il marciapiede, con un suono insistente, continuo. Pensava al viaggio che fa l’acqua, che da sempre cade dalle nuvole, penetrando nella terra, riempiendo i fiumi, arrivando, alla fine, al mare.

La strada era piena di pozzanghere, la facciata del palazzo di fronte a lei era coperta di annunci illeggibili. La traduttrice si accorse di varie donne che entravano e uscivano dal portone. Di tanto in tanto una di loro, da sola o in un piccolo gruppo, arrivava, premeva un campanello, poi entrava.

Curiosa, decise di seguirle.

Oltre il portone si doveva attraversare un cortile in cui la pioggia era confinata, come se piovesse in una stanza senza soffitto. Si fermò un momento per guardare il cielo, anche se si bagnava. Più avanti c’era una scala, scura, un po’ sconnessa, dove alcune signore scendevano, altre salivano.

Sul pianerottolo c’era una donna alta, magra, con una faccia grinzosa ma ancora bella. Aveva i capelli corti, chiari, era vestita di nero. L’abito era trasparente, senza una forma precisa, con maniche lunghe e diafane, come due ali. Questa donna accoglieva le altre, con le braccia spalancate.

Venite, venite, ci sono tante cose da vedere.

Dentro l’appartamento la traduttrice lasciò la sua borsa nel corridoio, su un lungo tavolo, come facevano le altre. Oltre il corridoio c’era un grande salotto. C’era una fila piena di abiti neri, lungo un appendiabiti accanto alla parete.

Gli abiti erano come soldati, sull’attenti, ma inanimati. In un’altra parte del salotto c’erano divani, candele accese, un tavolo al centro pieno di frutta, formaggio, una densa torta al cioccolato. In un angolo, un alto specchio diviso in tre parti, in cui ci si poteva guardare da diverse prospettive.

La proprietaria dell’appartamento, che aveva disegnato questi vestiti neri, era seduta su un divano, fumava e chiacchierava. Parlava la lingua del posto perfettamente, ma con un leggero accento. Era una straniera, come la traduttrice.

Benvenute. Prego, mangiate, guardatevi intorno, accomodatevi.

Alcune donne si erano già spogliate, e stavano provando vestiti, sollecitando le opinioni delle altre. Erano una collezione di braccia, gambe, anche, vite. Variazioni incessanti. Sembrava che tutte loro si conoscessero.

La traduttrice si tolse il golfino, si spogliò. Cominciò a provare tutti i vestiti della sua taglia, uno dopo l’altro, metodicamente, come se fosse un compito. C’erano pantaloni, giacche, gonne, camicie, vestiti. Tutti neri, fatti di stoffe morbide, leggere.

Sono ideali per viaggiare, disse la proprietaria.

Sono comodi, moderni, versatili. Si possono lavare a mano in acqua fredda. Non si sgualciscono.

Le altre donne erano d’accordo. Dicevano che ormai si mettevano soltanto i vestiti disegnati dalla proprietaria. Li si trovava soltanto andando a casa sua, soltanto grazie a un invito privato. Soltanto in questo modo, segreto, nascosto, festivo.

La traduttrice stava davanti allo specchio. Studiava la propria immagine. Ma era distratta, c’era la presenza di un’altra donna dietro lo specchio, in fondo al corridoio. Era diversa dalle altre. Stava lavorando a un tavolo, con un ferro da stiro, con un ago in bocca. Aveva occhi stanchi, una faccia addolorata.

I vestiti erano eleganti, ben fatti. Anche se le stavano benissimo, alla traduttrice non piacevano. Dopo aver provato l’ultima cosa, decise di uscire. Non si sentiva se stessa in quei vestiti. Non voleva acquistare o accumulare niente di più.

C’erano mucchi di abiti dappertutto, sul pavimento, sui divani, sulle poltrone, come tante pozzanghere scure. Dopo aver rovistato un po’, trovò il suo. Però mancava il golfino nero. Aveva cercato in tutti i mucchi ma non era riuscita a ritrovarlo.

Il salotto era quasi vuoto. Mentre la traduttrice cercava il suo golfino la maggior parte delle donne era andata via. La proprietaria stava preparando una ricevuta per la penultima. Rimaneva solo la traduttrice.

La proprietaria la guardava, come se fosse consapevole per la prima volta della sua presenza.

«E lei, cosa ha deciso di prendere?»

«Niente. Mi manca un golfino, il mio.»

«Il colore?»

«Nero.»

«Ah, mi dispiace.»

La proprietaria chiamò la donna dietro lo specchio. Le chiese di raccogliere i vestiti dal pavimento, di rimettere tutto a posto.

«A questa signora manca un golfino nero» disse. «Non la conosco» continuò. «Come mi ha trovata?»

«Ero fuori. Ho seguito le altre. Non sapevo cosa ci fosse dentro.»

«Non le piacciono, i vestiti?»

«Mi piacciono ma non mi servono.»

«Da dove viene?»

«Non sono di qui.»

«Neanch’io. Ha fame? Gradisce del vino? Della frutta?»

«No, grazie.»

«Scusate.»

Era la donna che lavorava per la proprietaria. Mostrò qualcosa, un indumento, alla traduttrice.

«Ecco» disse la proprietaria. «Era nascosto, abbiamo ritrovato il suo golfino.»

La traduttrice lo prese. Ma aveva capito subito, senza neanche metterselo, che non era il suo. Era un altro, sconosciuto. La lana era più ruvida, il nero meno intenso, ed era di una misura diversa. Quando lo indossò, quando si guardò nello specchio, lo sbaglio le apparve evidente.

«Questo non è il mio.»

«Cosa dice?»

«Il mio è simile, ma non è questo. Non riconosco questo golf. Non mi sta bene.»

«Ma dovrebbe essere il suo. La donna ha sistemato tutto. Non rimane niente sul pavimento, niente sui divani, guardi.»

La traduttrice non voleva accettare l’altro golfino. Ne provava antipatia, ribrezzo. «Questo non è il mio. Il mio è sparito.»

«Ma come?»

«Forse un’altra donna l’ha preso senza accorgersene. Forse c’è stato uno scambio. Forse c’erano delle altre clienti che indossavano un golfino come questo?»

«Non me lo ricordo. Va bene, posso controllare, aspetti.»

La proprietaria si sedette di nuovo sul divano. Accese una sigaretta. Poi, cominciò a fare una serie di chiamate. Spiegava a una donna dopo l’altra quello che era successo. Scambiava due parole con ognuna.

La traduttrice aspettava. Era convinta che qualcuna di loro avesse preso il suo golf, e che quello lasciato a lei appartenesse a un’altra.

La proprietaria posò il cellulare. «Mi dispiace, signora. Ho chiesto a tutte. Nessuna indossava un golfino nero oggi da me. Solo lei.»

«Ma questo non è il mio.»

Era sicura che non fosse il suo. Al tempo stesso sentiva un’incertezza tremenda che la consumava, che cancellava tutto, che la lasciava senza nulla.

«Grazie di essere venuta, arrivederla» disse la proprietaria. Non disse niente di più.

La traduttrice si sentiva sconcertata, vuota. Era venuta in questa città cercando un’altra versione di sé, una trasfigurazione. Ma aveva capito che la sua identità era insidiosa, una radice che lei non sarebbe mai riuscita a estirpare, un carcere in cui si sarebbe incastrata.

Nel corridoio voleva salutare la donna che lavorava per la padrona, dietro lo specchio, a un tavolo. Ma non c’era più.

Tornò a casa, sconfitta. Fu costretta a indossare l’altro golfino, perché pioveva ancora. Quella sera si addormentò senza mangiare, senza sognare.

Il giorno dopo, quando si svegliò, vide un golfino nero su una sedia nell’angolo della camera. Le era di nuovo familiare. Sapeva che era sempre stato il suo, e che la sua reazione il giorno precedente, la piccola scena che aveva fatto di fronte alle altre due donne, era stata completamente irrazionale, assurda.

Eppure questo golfino non sembrava più lo stesso, non quello che aveva cercato. Quando lo vide, non provava più nessun ribrezzo. Anzi, quando lo indossò, lo preferì. Non voleva ritrovare quello perso, non le mancava. Ora, quando lo indossava, era un’altra anche lei.

Published April 26, 2019
Excerpted from Jhumpa Lahiri, In altre parole, Guanda, Milano 2015
© Jhumpa Lahiri
© 2015 Ugo Guanda Editore

The Diary, The Story, The Exchange from In Other Words

Written in Italian by Jhumpa Lahiri


Translated into English by Anne Goldstein

The Diary

I arrive in Rome with my family a few days before the mid-August holiday. We aren’t familiar with this custom of leaving town en masse. The moment when nearly everyone is fleeing, when almost the entire city has come to a halt, we try to start a new chapter of our life.

We rent an apartment on Via Giulia. A very elegant street that is deserted in mid-August. The heat is fierce, unbearable. When we go out shopping, we look for the momentary relief of shade every few steps.

The second night, a Saturday, we come home and the door won’t open. Before, it opened without any problem. Now, no matter how I try, the key doesn’t turn in the lock.

There is no one in the building but us. We have no papers, are still without a functioning telephone, without any Roman friend or acquaintance. I ask for help at the hotel across the street from our building, but two hotel employees can’t open the door, either. Our landlords are on vacation in Calabria. My children, upset, hungry, are crying, saying that they want to go back to America immediately.

Finally a locksmith arrives and opens the door in a couple of minutes. We give him more than two hundred euros, without a receipt, for the job.

This trauma seems to me a trial by fire, a sort of baptism. But there are many other obstacles, small but annoying. We don’t know where to take the recycling, how to buy a subway and bus pass, where the bus stops are. Everything has to be learned from zero. When we ask for help from three Romans, each of the three gives a different answer. I feel unnerved, often crushed. In spite of my great enthusiasm for living in Rome, everything seems impossible, indecipherable, impenetrable.

A week after arriving, the Saturday after that unforgettable Saturday night, I open my diary to describe our misadventures. That Saturday, I do something strange, unexpected. I write my diary in Italian. I do it almost automatically, spontaneously. I do it because when I take the pen in my hand, I no longer hear English in my brain. During this period when everything confuses me, everything unsettles me, I change the language I write in. I begin to relate, in the most exacting way, everything that is testing me.

I write in a terrible, embarrassing Italian, full of mistakes. Without correcting, without a dictionary, by instinct alone. I grope my way, like a child, like a semiliterate. I am ashamed of writing like this. I don’t understand this mysterious impulse, which emerges out of nowhere. I can’t stop.

It’s as if I were writing with my left hand, my weak hand, the one I’m not supposed to write with. It seems a transgression, a rebellion, an act of stupidity.

During the first months in Rome, my clandestine Italian diary is the only thing that consoles me, that gives me stability. Often, awake and restless in the middle of the night, I go to the desk to compose some paragraphs in Italian. It’s an absolutely secret project. No one suspects, no one knows.

I don’t recognize the person who is writing in this diary, in this new, approximate language. But I know that it’s the most genuine, most vulnerable part of me.

Before I moved to Rome I seldom wrote in Italian. I tried to compose some letters to an Italian friend of mine who lives in Madrid, some emails to my teacher. They were like formal, artificial exercises. The voice didn’t seem to be mine. In America it wasn’t.

In Rome, however, writing in Italian is the only way to feel myself present here—maybe to have a connection, especially as a writer, with Italy. The new diary, although imperfect, although riddled with mistakes, mirrors my disorientation clearly. It reflects a radical transition, a state of complete bewilderment.

In the months before coming to Italy, I was looking for another direction for my writing. I wanted a new approach. I didn’t know that the language I had studied slowly for many years in America would, finally, give me the direction.

I use up one notebook, I start another. A second metaphor comes to mind: it’s as if, poorly equipped, I were climbing a mountain. It’s a sort of literary act of survival. I don’t have many words to express myself—rather, the opposite. I’m aware of a state of deprivation. And yet, at the same time, I feel free, light. I rediscover the reason that I write, the joy as well as the need. I find again the pleasure I’ve felt since I was a child: putting words in a notebook that no one will read.

In Italian I write without style, in a primitive way. I’m always uncertain. My sole intention, along with a blind but sincere faith, is to be understood, and to understand myself.

The Story

The diary provides me with the discipline, the habit of writing in Italian. But writing only a diary is the   equivalent of shutting myself in the house, talking to myself. What I express there remains a private, interior narration. At a certain point, in spite of the risk, I want to go out.

I start with very short pieces, usually no more than a handwritten page. I try to focus on something specific: a person, a moment, a place. I do what I ask my students to do when I teach creative writing. I explain to them that such fragments are the first steps to take before constructing a story. I think that a writer should observe the real world before imagining a nonexistent one.

My short Italian pieces are mere trifles. And yet I work hard to try to perfect them. I give the first piece to my new Italian teacher in Rome. When he gives it back to me, I’m mortified. I see only mistakes, only problems. I see a catastrophe. Almost every sentence has to be changed. I correct the first version in red pen. At the end of the lesson the page contains as much red ink as black.

I’ve never tried to do anything this demanding as a writer. I find that my project is so arduous that it seems sadistic. I have to start again from the beginning, as if I had never written anything in my life. But, to be precise, I am not at the starting point: rather, I’m in another dimension, where I have no references, no armor. Where I’ve never felt so stupid.

Even though I now speak the language fairly well, the spoken language doesn’t help me. A conversation involves a sort of collaboration and, often, an act of forgiveness. When I speak I can make mistakes, but I’m somehow able to make myself understood. On the page I am alone. The spoken language is a kind of antechamber with respect to the written, which has a stricter, more elusive logic.

In spite of the humiliation I continue. For the next lesson, I prepare something different. Because buried under all the mistakes, all the rough spots, is something precious. A new voice, crude but alive, to improve, to elaborate.

One day I find myself in a library where I never feel very comfortable, and where I usually can’t work well. There, at an anonymous desk, an entire story in Italian comes into my mind. It comes in a flash. I hear the sentences in my brain. I don’t know where they originate, I don’t know how I’m able to hear them. I write rapidly in the notebook; I’m afraid it will all disappear before I can get it down. Everything unfolds calmly. I don’t use the dictionary. It takes me about two hours to write the first half of the story. The next day I return to the same library for another couple of hours, to finish it.

I am aware of a break, along with a birth. I’m stunned by it.

I’ve never written a story in this fashion. In English I can consider what I write, I can stop after every sentence to look for the right words, to reorder them, change my mind a thousand times. My knowledge of English is both an advantage and a hindrance. I rewrite everything like a lunatic until it satisfies me, while in Italian, like a soldier in the desert, I have to simply keep going.

After finishing the story, I type it on the computer. For the first time I’m working on the screen in Italian. My fingers are tense. They don’t know how to move on the keyboard.

I know there will be many things to correct, to rewrite.

I know that my life as a writer will no longer be the same.

The story is entitled “The Exchange.”

What is it about? The protagonist is a translator who is restless, and moves to an unspecified city in search of a change. She arrives by herself, with almost nothing, except a black sweater.

I don’t know how to read the story, I don’t know what to think about it. I don’t know if it works. I don’t have the critical skills to judge it. Although it came from me, it doesn’t seem completely mine. I’m sure of only one thing: I would never have written it in English.

I hate analyzing what I write. But one morning a few months later, when I’m running in the park of Villa Doria Pamphili, the meaning of this strange story suddenly comes to me: the sweater is language.

The Exchange

There was a woman, a translator, who wanted to be another person. There was no precise reason. It had always been that way.

She had friends, a family, an apartment, a job. She had enough money, and good health. She had, in other words, a fortunate life, for which she was grateful. The only thing that troubled her was what distinguished her from others.

When she thought of what she possessed, she felt a wild revulsion, because every object, every thing that belonged to her, gave proof of her existence. Every time she remembered something of her past life, she was convinced that another version would have been better.

She considered herself imperfect, like the first draft of a book. She wanted to produce another version of herself, in the sameway that she could transform a text from one Ianguage into another. At times she had the impulse to remove her presence from the earth, as if it were a thread on the hem of a nice dress, to be cut off with a pair of scissors.

And yet she didn’t want to kill herself. She loved the world too much, and people. She loved taking long walks. in the late afternoon, and observing her surroundings. She loved the green of the sea, the light of dusk, the rocks scattered on the sand. She loved the taste of a red pear in autumn, the full, heavy winter moon that shone amid the clouds. She loved the warmth of her bed, a good book to read without being interrupted. To enjoy that, she would have lived forever.

Wishing to better understand the reason she felt the way she did, she decided one day to eliminate the signs of her existence. Apart from a small suitcase, she threw or gave everything away. She wanted to live in solitude, like a monk, in order to confront what she couldn’t bear. To her friends, her family, the man who loved her, she said that she had to go away for a while.

She chose a city where she knew no one, didn’t understand the language, where it wasn’t too hot or too cold. She brought clothes that were as simple as possible, all black: a dress, a pair of shoes, and a soft, light wool sweater, with five small buttons.

She arrived as the season was changing. It was warm in the sun, cool in the shade. She rented a room. She walked for hours, wandered aimlessly, without speaking. The city was small, pleasant but without personality, without tourists. She heard the sounds, observed the people: some hurried to work, some sat on benches, like her, with a book or a cell phone, taking the sun. When she was hungry, she ate something sitting on a bench. When she was tired, she went to the movies.

The days grew short, dark. Gradually the trees lost colors, their leaves. The translator’s mind emptied. She began to feel light, anonymous. She imagined she was a falling leaf, like every other.

At night she slept well. In the morning she woke without worries. She didn’t think of the future or of the traces of her life. She was suspended in time, like a person without a shadow. And yet she was alive, she felt more alive than ever.

One rainy, windy day, she took shelter under the cornice of a stone building. The rain poured down. She didn’t have an umbrella, or even a hat. The rain beat on the sidewalk with an insistent, continuous sound. She thought of the water’s eternal journey, falling from the clouds, penetrating the earth, filling the rivers, arriving, finally, at the sea.

The street was pocked with puddles, the façade of the building opposite was covered with illegible signs. The translator noticed various women going in and out. Occasionally one alone or a small group would arrive, press a bell, then enter. Curious, she decided to follow.

Beyond the entranceway she had to cross a courtyard, where the rain was confined, as if it were falling in a room without a ceiling. She stopped for a moment to look at the sky, even though she got wet. Farther on there was a dark stairway, the steps slightly uneven, where some women ere coming down, others going up.

On the landing stood a tall, thin woman, with a wrinkled yet still beautiful face. She had short fair hair, and dressed in black. The dress was transparent, without a precise shape, and with long, diaphanous sleeves, like wings. This woman welcomed the others, with open arms.

Come in, come in, there are a lot of things to see.

Inside the apartment the translator left her purse in the hall, on a long table, as the others did. At the end of the hall was a large living room. A row of black dresses hung on a clothes rack next to the wall.

The dresses were like soldiers, at attention, but inanimate. In another part of the room there were couches, lighted candles, a table loaded with fruit, cheese, a rich chocolate cake. In a corner was a tall mirror divided into three, in which you could look at yourself from different angles.

The owner of the apartment, who had designed the black clothes, was sitting on a sofa, smoking and chatting. She spoke the language of the place perfectly, but with a slight accent. She was a foreigner, like the translator.

Welcome. Please, have something to eat, look around, make yourself comfortable.

Some women were already undressed, and were trying on clothes, asking the others for their opinions. They were a collection of arms, legs, hips, waists. Unceasing variations. They all seemed to know each other.

The translator took off her sweater, undressed. She began to try on all the garments in her size, one after the other, methodically, as if it were a task. There were pants, jackets, skirts, shirts, dresses. All black, made of soft light fabrics.

They are ideal for traveling, the owner said. They are umfortable, modern, versatile. You can wash them by hand in cold water. They don’t wrinkle.

The other women agreed. They said that now they ore only clothes designed by the owner. You could get them only by going to her house, only by private invitation. Only in this way, secret, hidden, festive.

The translator stood in front of the mirror. She studied her own image. But she was distracted by the presence of another woman behind the mirror, at the end of the hall. She was different from the others. She was working at a table, with an iron, a needle in her mouth. She had tired eyes, a sorrowful face.

The clothes were elegant, well made. Even though they suited her, the translator didn’t like them. After trying the last thing she decided to leave. She didn’t feel like herself in those clothes. She didn’t want to acquire or accumulate anything more.

There were piles of clothes everywhere, on the floor, on the couches, on the chairs, like so many dark puddles. After rummaging awhile, she found hers. But her black sweater was missing. She had looked in all the piles but hadn’t found it.

The room was almost empty. While the translator was looking for her sweater, most of the women had left. The owner was preparing a receipt for the next to last. Only the translator remained.

The owner looked at her, as if she had noticed her presence for the first time.

“And what did you decide on?”

“Nothing. I’m missing a sweater, my own.”

“What color?”

“Black.”

“Oh, I’m sorry.”

The owner called to the woman behind the mirror. She asked her to pick the clothes up off the floor, put everything in order.

“This lady is missing a black sweater,” she said. “I don’t know you,” she continued. “How did you find me?”

“I was outside. I followed the others. I didn’t know what was inside.”

“You don’t like the clothes?”

“I like them but I don’t need them.”

“Where are you from?”

“I’m not from here.”

“I’m not, either. Are you hungry? Would you like some wine? Fruit?”

“No, thank you.”

“Excuse me.”

It was the woman who worked for the owner. She showed something, a garment, to the translator.

“Here,” said the owner. “It was hidden, we found your sweater.”

The translator took it. But she knew immediately, without even putting it on, that it wasn’t hers. It was another one, unfamiliar. The wool was coarser, the black less intense, and it was a different size. When she put it on, when she looked in the mirror, the mistake seemed obvious to her.

“This isn’t mine.”

“What do you mean?”

“Mine is similar, but this isn’t it. I don’t recognize this sweater. It doesn’t fit.”

“But it must be yours. The maid has put everything in order. There’s nothing on the floor, nothing on the couches, look.”

The translator didn’t want to take the other sweater. She felt antipathy toward it, revulsion. “This isn’t mine. Mine has disappeared.”

“What do you mean?”

“Maybe another woman took it without realizing it. Maybe there was an exchange. Maybe there were other clients who were wearing a sweater like this?”

“I don’t remember. All right, I can check, wait.”

The owner sat down again on the couch. She lit a cigarette. Then she began to make a series of calls. She explained to one woman after another what had happened. She said a few words to each one.

The translator waited. She was convinced that one of them had taken her sweater and that the one left for her belonged to someone else.

The owner put down the phone. “I’m sorry. I’ve asked everyone. No one was wearing a black sweater here today. Only you.”

“But this isn’t mine.”

She was sure that it wasn’t hers. At the same time she felt a tremendous, consuming uncertainty that canceled out everything, that left her with nothing.

“Thank you for coming, goodbye,” said the owner. She said nothing more.

The translator felt disconcerted, empty. She had come to that city looking for another version of herself, a transfiguration. But she understood that her identity was insidious, a root that she would never be able to pull up, a prison in which she would be trapped.

In the hall she wanted to say goodbye to the woman who worked for the owner, behind the mirror, at a table. But she was no longer there.

The translator returned home, defeated. She was forced t o wear the other sweater, because it was still raining. That night she fell asleep without eating, without dreaming.

The next day, when she woke, she saw a black sweater on a chair in the corner of the room. It was again familiar to her. She knew that it had always been hers, and that her reaction the day before, the little scene she had made in front of the two other women, had been completely irrational, absurd.

And yet this sweater was no longer the same, no longer the one she’d been looking for. When she saw it, she no longer felt revulsion. In fact, when she put it on, she preferred it. She didn’t want to find the one she had lost, she didn’t miss it. Now, when she put it on, she, too, was another.

Published April 26, 2019
Excerpted from Jhumpa Lahiri, In Other Words, Alfred A. Knopf 2016
© Jhumpa Lahiri
© 2016 Alfred A. Knopf, a division of Penguin Random House LLC


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