Wahoo! è il nome della barca della Global Sumud Flotilla che ha portato Vanni Bianconi verso Gaza, nel tentativo di rompere il blocco navale e aprire un corridoio umanitario.
Wahoo! è anche il nome in codice che, per i naviganti, significa rabbia, lealtà e amore.
Wahoo! è anche il titolo del libro in cui Vanni ripercorre, in un circuito chiuso tra scrittura e azione, i motivi, le speranze e le conseguenze di questa missione poetica e ribelle che ha risvegliato la società civile che ora, da sveglia, deve alzarsi e agire.
Specimen pubblica parti di due capitoli, uno della prima parte, scritta in presa diretta per mare verso Gaza, e uno della terza, che diventa fiction per arrivare a Gaza e seguire un gazawi che torna a casa sua.
***
Stelle
20 settembre 2025
È notte. Per arrivare qui, nel mezzo del Mediterraneo, sono partito da un paesino di montagna dove non ci sono tante cose ma il cielo sì, la notte si è immersi nella Via lattea. O così pensavo finché ho finalmente alzato gli occhi tra le capotte della barca. Mi è mancato il fiato come ora mi mancano le parole. Stelle a spruzzi, come quelli del mare? O una nebulizzazione di particelle splendenti, come quelle acquee che si percepiscono respirando l’aria dei tropici? Qualcosa che è delimitato, monadi, ma inspiegabilmente perché sono dappertutto, tanto che andrebbero percepite come un intero luminescente, perché in ogni piega del buio eccone un’altra e un’altra ancora. Ci siamo capiti.
Il mare quello no, scuro e possente il mare di notte, non ne vuole sapere di monadi o di luci. Ma sulla sua superficie, a perdita d’occhio, in ogni direzione guardi, delle luci anche lì. Sono le luci della flotilla, queste barchette che in perfetta formazione stanno percorrendo miglia marittime: sono ovunque, così che sembra che le rive non ci abbiano lasciati partire da soli ma qui, nel mezzo del mare di mezzo, ci accompagnano.
E così è, molti di voi ci seguono da terra, col pensiero, con la speranza, con un senso di responsabilità, complementarità. E in quanti a terra state reagendo e state agendo. Quello che è successo a Genova, a Roma, quello che succederà con lo sciopero generale in tutta Italia il 22 settembre. Come il bosco di Macbeth, le rive si muovono, la terra non è ferma e speriamo che arrivi, che arriviate, con noi, a Gaza.
21 settembre 2025
Notte. Mentre le sentinelle della nostra flotilla scambiano messaggi sui droni che ci sorvolano, spicca il messaggio di Sil, il nostro giovane meccanico: “Tra la Cintura di Orione e la sua spalla destra, Betelgeuse, c’è una stella un po’ più pallida e un po’ più alta, è Bellatrix. Sali ancora un po’ e trovi una stella rossa luminosetta, è Aldebaran (الدبران), nella costellazione e nello zodiaco del Toro. Si traduce ‘colei che segue’, perché segue le sette sorelle (le Pleiadi) un conglomerato di 7 stelline appena sopra di lei”.
Così guardo il cielo, di nuovo, ma adesso vedo una poesia scritta dalla biochimica e poeta Heba Abu Nada, che il 20 ottobre 2023, per un bombardamento israeliano su Khan Yunis, è diventata cittadina di una nuova città, città di cui parla nella sua poesia, città che sto guardando adesso finché gli occhi non vedono più
“15/10/2024
Noi lassù costruiamo una seconda città,
medici senza pazienti né sangue,
insegnanti senza aule gremite e urla agli studenti,
nuove famiglie senza dolori né tristezza,
e giornalisti che fotografano il paradiso,
e poeti che scrivono sull’amore eterno,
tutti da Gaza, tutti.
Nel paradiso c’è una nuova Gaza che si sta formando ora, senza assedio”.
(Traduzione di Nabil Bey Salameh, Il loro grido è la mia voce).
24 settembre 2025
Le stelle si sono mosse. Come le rive si muovevano con noi con la solidarietà delle piazze – OH l’Italia questo 22 settembre –, ora si sono mosse le stelle.
Sono scese dall’alto, tre, quattro alla volta, scese verso le navi della flotilla, risalite e ridiscese verso la prossima barca.
Come calabroni trovata quella giusta sganciano le bombe. Sapremo poi che erano cordoni incendiari e bombe chimiche. Lì quello che erano era un boato assordante e fiammate nella notte. La stella finta cancella per un attimo l’intera volta celeste. Vele lacerate. La tensione, anche lei alle stelle. La fragilità delle barchette in fibra di vetro, cariche di diesel, è patente, ma l’attacco è chirurgico. Nessuno è ferito. Nemmeno dalla sostanza chimica che potrebbe soffocare e scorticare. Dodici attacchi in tutto. Ce ne sono voluti quattro perché capissimo la strategia, colpiscono solo le barche con le vele aperte. La nostra era ammainata. Tutto attorno è buio e onde, siamo in mezzo al mare. I giubbotti di salvataggio sono squadrati e ingombranti, non dico ad alta voce quanto sembriamo lapidi arancioni in un cimitero di campagna. Quando si capisce il disegno cala la tensione, la calma tesa rimane, si riprende il controllo del pensiero che per un po’ si occupava solo dell’immediato: dove devono mettersi i compagni, chi deve fare cosa, decifrare i messaggi alla radio: all’inizio dell’attacco hanno distorto le comunicazioni radio VHF con una canzone degli Abba, Take a chance on me. Sempre Sil: “La loro tattica del terrore con me non funziona. Ero già terrorizzato prima”. I droni grandi volano alti, quelli piccoli si rialzano e scendono scegliendosi la vittima, il fiore, la farina. Ogni discesa ferma il respiro pensando a chi verrà colpito. Li conosciamo. Non dovrebbe fare una differenza ma la fa. Altrimenti noi mica saremmo qui: la traduzione in una lingua conosciuta. Non sono scesi su di noi. Una volta che tutte le vele sono ammainate un ultimo botto. Poi torna la notte.
Non tornammo a guardar le stelle.
Mille e due notti
Sei a casa. Allora entri. Entri. Sopra casa tua. In quanti sogni si fa, in quanti l’abbiamo sognato. Tu lo puoi fare, non puoi fare altro che camminare sopra casa tua.
Qualche soddisfazione c’è, camminare con le tue suole sulla piastrella di cucina della vicina che ti gridava per le scale ogni santa volta che lasciavi le impronte sul suo pianerottolo, e non solo il suo, e quante volte sei dovuto scendere a pulire il pianerottolo, per ordine diretto di tua madre, per questioni di buon vicinato. Anche quel gesto che odiavi, anche quello ora ti ferisce, ti manca. Pesti la piastrella che non si era rotta nei bombardamenti e si rompe. Take that, IOF.
Il palazzo era grande, sei piani, non sembra che sia tutto qui, anche se le macerie sono alte non sembra che bastino per tutto il palazzo. Sarà che era fatto anche di aria. Di acqua, come si dice sia fatto il corpo umano. E non te n’eri mai accorto, che cemento e ferro e piastrelle contenevano sostanze leggere, volatili, e percepisci la tua vita, vita passata, in altro modo in una casa intrisa di leggerezza e volatilità, e segretezza, perché niente lo dava a vedere.
O sarà la disintegrazione. Polverizzato, l’edificio. Pensi all’accanimento necessario per ridurre il cemento in polvere, non solo in frantumi ma in polvere, gesto che associ al mortaio. Di cucina: haoun. Midfa’ al-haoun è l’arma. Tutte le lingue l’avevano prevista, questa cosa che ora ti sorprende tanto. Il terzo vertice di questo triangolo del destino, il mortaio-malta-da-costruzione, è mounah, meno evidente che in italiano o in inglese ma quanto basta: costruisci, bombarda, polverizza. Mounah, midfa’ al-haoun, haoun.
Altra soddisfazione, il suono dei passi sulle macerie. Haoun, midfa’ al-haoun, mounah, haoun. Nella tua città le case distrutte parlano, arabo ovviamente. Midfa’ al-haoun, mounah, haoun. Speri sia la casa. Non pensi, non pensare che siano i corpi di chi
Midfa’
Neanche. La vicina. No
Midfa’ al-haoun, haoun, midfa’ al-haoun, haoun, midfa’ al-haoun, haoun, midfa’ al-haoun, haoun, midfa’ al-haoun, haoun, midfa’ al-haoun, haoun, haoun. È lei, è la casa, pensi.
In quanti abbiamo sognato che eravamo schiacciati sotto la nostra casa. Altri palazzi attorno al tuo sono più interi, quasi tutta la struttura ha retto. I corpi degli ostaggi israeliani introvabili sotto le macerie mettono a repentaglio il cessate il fuoco. Il fuoco non è cessato, dieci giorni, 97 morti, 153 TONNELLATE di bombe sganciate in dieci giorni, ha ammesso, e non è la parola giusta, il premier israeliano, la responsabilità sarebbe di Hamas per aver ucciso due soldati israeliani, Hamas nega di avere ucciso i due israeliani, a Rafah controllata da Israele, Rafah più distrutta di Hiroshima, Rafah dove ancora stanno bloccati tantissimi camion con gli aiuti più urgenti.
Hamas, che dovrà disarmarsi, ha anche giustiziato palestinesi di altre fazioni, la pace dopo la guerra sempre difficile, questa è pace sotto la guerra. 83% degli edifici danneggiati o distrutti, così i campi, gli uliveti, scuole, ospedali. 70’000’000 tonnellate di macerie.
In quanti abbiamo sognato di finire schiacciati sotto la nostra casa. In quanti abbiamo sognato di passare sopra casa nostra. Tornare a casa con le promesse del mondo. Tornare a casa dalle promesse del mondo. Qui è irreale la realtà, reale l’irreale, dopo la notte viene la notte, la pace è sotto la guerra, la fiducia in una pace di Trump e nella sua costanza, le file di camion sterminate con gli aiuti fermi al valico dello sterminio, le file di persone verso il contrario di casa che è ancora casa. La maniglia che apre le persone. E tutto questo sempre, e ancora e da anni, e simultaneamente, simbioticamente.
Ma tu sei a casa adesso, sopra casa tua, passi la mano sul corrimano delle scale.
Per un attimo vorresti andare a chiamare le persone commosse che vociferano dietro l’angolo, e quelle zitte con le mani sugli occhi, e quelle che singhiozzano e quelle che gridano, portarle qui così che insieme possiate battere su questo ferro deforme, ritorto dalla distruzione e riportarlo alla sua forma originaria, quella che aveva per le tue scale, proprio perché tu potessi correre e saltare un paio di gradini: battendoci sopra, insieme, potreste restituire la sua forma al corrimano di ferro, così che si alzi con la forma di una scala per chi, sfiancato e affamato, farà fatica a salire al cielo, così potranno fare leva con la loro mano invisibile su questa scala invisibile dal corrimano visibile e salire dove, lo sappiamo, c’è una nuova città ogni giorno più popolosa, anche oggi più popolata di ieri.
Ma non lo fai.
Perché già ti dici che forse sarebbe meglio battere sul ferro del corrimano in modo da renderlo dritto, in tutta la sua lunghezza che era conchigliante prima, scalifera, mentre dritto sarebbe lunghissimo e questa rettitudine sarebbe lì perché il mondo la veda. Mostrerebbe al mondo che vi guarda, tac, che i torti vanno sanati, tac, che i responsabili vanno puniti, tac, che gli innocenti vanno protetti, tac, che i patti vanno rispettati e le parole date, tac, vanno mantenute, tac, che ci sono, ci sono cose giuste e cose sbagliate, che tac tac, tac, tac, tac, tac, tac, tac, tac, tac che dovete farvi giustizia da soli battendo coi detriti della vostra vita su un corrimano che ha perso la sua scala che ha perso la tua casa.
Ma non lo fai.
Non dircelo, perché non lo fai. Li sentiamo comunque, quei colpi, tac. Dentro il petto.
Published January 29, 2026
© Marcos y Marcos 2025
From Wahoo! Un’Odissea al contratrio
Written in Italian by Vanni Bianconi
Translated into English by Sophie Hughes
Wahoo! is the name of the Global Sumud Flotilla boat that carried Vanni Bianconi to Gaza as part of an international effort to break the naval blockade and open a humanitarian corridor.
Wahoo! is also the code name that, for its sailors, came to mean anger, loyalty, and love.
Wahoo! is also the title of a book wherein Vanni – in a closed circuit between writing and action – retraces the motives, hopes and outcomes of a poetic and defiant mission, which woke up the social body; a body that, now awake, must rise up and act.
Specimen is publishing parts from two chapters: one from the first chapter, written while sailing towards Gaza, and the other from chapter three which moves into fiction, and to Gaza, to follow a Gazan man returning to his home.
***
Stars
20 September 2025
Night, somewhere in the middle of the Mediterranean. To get here, I left behind a mountain village that hasn’t got much, but what it does have is sky; at night you are immersed in the Milky Way. Or so I thought until I finally look up from between the hoods of our boat. And I’m breathless, and now the right words escape me. A spray of stars, like the spray that comes off the sea? Or a mist of shimmering particles, like the wet air you breathe in the tropics? Each and every star clearly defined, monads, but inexplicably so because they’re everywhere, a luminescent whole, one tucked inside every fold of darkness, then another, and another…. You get the idea.
Not the sea. Dark and powerful, the sea at night knows nothing of monads or lights. And yet, on its surface, as far as the eye can see, in every direction, there are lights there too, the lights of the flotilla, these little boats covering miles in perfect formation: so many that it seems as if the shores refused to let us set sail alone; as if they’re here, in the middle of the sea, accompanying us.
And it’s true, there are lots of you following us from dry land, in thought, in hope, with a sense of responsibility, of complementarity. Lots of you there on land responding and taking action. Actions in Genoa, in Rome, and the general strike set to take place across Italy on September 22nd. Like Macbeth’s wood, the shores are moving, the land is not still, and we hope it will make it, that you will make it, with us, all the way to Gaza.
21 September 2025
Night. While the flotilla sentries exchange messages about the drones flying overhead, a message from Sil, our young mechanic, stands out: “Between Orion’s Belt and its shoulder star, Betelgeuse, there is a slightly paler star a little higher up: that is Bellatrix. Look just above that and you’ll see a bright red star: that is Aldebaran (الدبران), in the constellation and zodiac of Taurus. It translates as ‘the follower’ because it follows the seven sisters (the Pleiades), a cluster of seven small stars just above it.”
So I turn my gaze back up to the sky, but now I see a poem written by the biochemist and poet Heba Abu Nada, who on 20 October 2023, struck by Israeli bombs in Khan Yunis, became a citizen of a new city, a city she talks about in her poem, a city I now stare at till my eyes no longer see.
“15/10/2024
We are above, building a second city,
doctors without patients or blood,
professors without overcrowding and yelling at students,
new families without pain or sadness,
journalists photographing paradise,
and poets writing about eternal love,
all of them from Gaza, all of them.
In heaven, a new Gaza – unbesieged – is coming into being.
[English translation from: https://www.gazapassages.com/hiba-abu-nada/english]
24 September 2025
The stars have moved. Just as the shores moved with us, with the solidarity of the public squares – Oh, Italy, this September 22nd – now so too have the stars.
They came down from above, three, four at a time, falling towards the flotilla’s boats before rising again, then falling towards the next boat.
Like hornets, when they find the right one, they drop their bombs. We’ll later learn those bombs were actually blasting ropes and chemical weapons. In the moment, what they were was a deafening roar and blazing flares in the night. Each phony star briefly erases the entire celestial vault. Sails rip. Nerves, too, are frayed. The fragility of the fiberglass boats, filled with diesel, is patently clear, but the attack is surgical in its precision. No one gets hurt. Not even by the chemical that could, in theory, choke and burn us. Twelve attacks in total. It takes us four to grasp their strategy: they only hit boats with open sails. Ours was lowered. Darkness and waves surround us, we’re in the middle of the sea. The life jackets are square and bulky; I don’t say out loud how much we look like orange tombstones in a rural cemetery. Once their plan has been revealed, the tension eases, the nervous calm resumes, you regain control of your thoughts, which in the moment were focused solely on the immediate present: where your companions should stand, who should do what, deciphering the radio messages. When they started the attack, they intercepted the VHF radio communications to play the ABBA song, “Take a Chance on Me”. Sil again: “Their terror tactics don’t work on me. I was already terrified.” The large drones fly above, the small ones move up and down, choosing their victim, the flower, the flour. With every descent you hold your breath, wondering who will be hit next. We know the people on those boats. It shouldn’t make a difference, but it does. Otherwise, we wouldn’t be here: translation into a language known to us. They didn’t fall on us. Once all the sails are lowered, one last hit. Then night returns.
We didn’t look up at the stars again.
One thousand and two nights
You’re home. So you enter. You enter. Walking on top of your house. How common a dream this is, how many of us have dreamed it? And yet you can actually do it. In fact, you have no option but to walk on top of your house.
There is some satisfaction to be had from stamping on the kitchen tile of the neighbour who used to yell at you down the stairwell every time you left dirty footprints on her landing, and not just hers. You can’t count the times your mum ordered you to go downstairs to clean the landing, a neighbourly courtesy. And now, even that gesture, which you used to hate doing, even that hurts – you miss it. You step on a tile that the bombs hadn’t broken and it breaks. Take that, IOF.
It was a big building, six storeys. It’s hard to imagine it’s all here; despite the great piles of rubble, it doesn’t look like enough for the whole building. Maybe it was also composed of air. Or of water, like the human body. And you’d never noticed that the cement and iron and tiles also contained these light, volatile substances, and now your life looks different to you, your past lived in this house pervaded with lightness and volatility, and also secrecy, because there was never anything to suggest the presence of either.
Or perhaps it’s just the disintegration. It’s pulverized, the building. You think about the fury required to reduce cement to dust, crushed not just to pieces but to dust, a gesture you associate with the mortar. The one you cook with: haoun. Midfa’ al-haoun is the other sort, the weapon. All other languages had foreseen it, this thing that now surprises you so much. The third vertex of this triangle of fate, the building mortar, is mounah, less obvious than in Italian or English but obvious enough: build, bombard, pulverize. Mounah, midfa’ al-haoun, haoun.
Another satisfying thing, the sound of footsteps in the rubble. Haoun, midfa’ al-haoun, mounah, haoun. In your city, the destroyed houses speak, in Arabic of course. Midfa’ al-haoun, mounah, haoun. You hope it’s the house. Don’t think, don’t think about those being the bodies of those who
Midfa’
Nor. The neighbour. No.
Midfa’ al-haoun, haoun, midfa’ al-haoun, haoun, midfa’ al-haoun, haoun, midfa’ al-haoun, haoun, midfa’ al-haoun, haoun, midfa’ al-haoun, haoun, midfa’ al-haoun, haoun, haoun. It’s the house itself, you think.
How many of us have dreamed we’re being crushed beneath our own homes. Some other buildings around remain intact; almost their entire structure has held up. The bodies of Israeli hostages, untraceable under the rubble, put the ceasefire in jeopardy. The shelling has not ceased, ten days, 97 dead, 153 tonnes of bombs dropped in ten days, and the Israeli prime minister has laid the blame on Hamas for having killed two Israeli soldiers. Hamas denies killing the two Israelis, in Israeli-controlled Rafah, Rafah that is more decimated than Hiroshima, Rafah where countless trucks carrying urgently needed aid are still being blocked.
Hamas, which will need to disarm, has also executed Palestinians from other factions. Achieving peace after the heavy fire of war is always difficult; this is peace under fire. 83% of buildings damaged or destroyed, as well as farmland, olive groves, schools, and hospitals. 70,000,000 tonnes of rubble.
How many of us have dreamed we’re being crushed beneath our own homes. How many of us have dreamed we can walk on top of our own house. Returning home on the world’s promises. Returning home from the world’s promises. Here, reality is unreal, the unreal real, night follows night, peace is under fire, trust in Trump’s peace and in his constancy, the endless lines of trucks with aid stopped at the extermination border, the lines of people heading towards the very opposite of home, which nonetheless remains home. The door handle that opens people. And all this endlessly, and ongoing, for years, and simultaneously, symbiotically.
But you’re home now, on top of your house, running your hand along the staircase handrail.
For a moment you feel the urge to call over to the people talking, upset, around the corner, and to the silent ones with their hands covering their eyes, and to the others sobbing and screaming, call them over so that together you can beat this misshapen iron, twisted through destruction, and restore it to its original shape, the shape that ran alongside your stairs, designed precisely for you to be able to run down them and skip a few steps: beat it together, restore the iron handrail to its original shape, so that it rises in the form of a staircase for those who, in their exhaustion and hunger, will otherwise struggle to climb to heaven, so that they can scale these no longer visible stairs laying their no longer visible hands on this handrail made visible again, and get to where, as we know, a new city awaits them, one growing more populated by the day, today more populated than yesterday.
But you don’t.
Because you’re already telling yourself that perhaps it would be better to beat the iron handrail in order to straighten it, extend it to its full length, so that, whereas once it was shell-like, step-like, now it would be straight, long and straight enough for the whole world to see it. It would show the world that’s watching you, thwack, that wrongs must be righted, thwack, that those responsible must be punished, thwack, that the innocent must be protected, thwack, that agreements must be respected and that promises, once made, thwack, must be kept, thwack, that there is right and there is wrong, that thwack, thwack, thwack, thwack, thwack, thwack, thwack, thwack, thwack you have to take justice into your own hands, using the debris of your life to beat a handrail that’s lost its staircase, that’s lost your home.
But you don’t.
Don’t tell us why you don’t. We can feel them anyway, those blows, thwack. Inside our chests.
Published January 29, 2026
© Specimen
From Wahoo! Un’Odissea al contratrio
Written in Italian by Vanni Bianconi
Translated into French by Pascal Janovjak
Wahoo ! est le nom du bateau de la Global Sumud Flotilla qui a porté Vanni Bianconi vers Gaza, dans le but de briser le blocus naval et d’ouvrir un couloir humanitaire.
Wahoo ! est aussi un nom de code qui, pour les membres de cette flottille, signifie colère, loyauté et amour.
Wahoo ! est également le titre du livre dans lequel Vanni retrace, dans un circuit fermé entre écriture et action, les motivations, les espoirs et les conséquences de cette mission poétique et rebelle qui a réveillé la société civile – une société qui, les yeux ouverts, doit se lever et agir.
Specimen publie un extrait du premier chapitre, écrit lors de la navigation vers Gaza, et un extrait du troisième chapitre, où la fiction permet d’aborder à Gaza et de suivre un gazaoui qui retourne chez lui.
***
Etoiles
20 septembre 2025
C’est la nuit. Pour arriver ici, au milieu de la Méditerranée, je suis parti d’un petit village de montagne qui manque de tout sauf de ciel, où la nuit vous plonge dans la Voie lactée. C’est du moins ce que je pensais avant de lever les yeux, avant de regarder enfin entre les voiles du bateau. J’en ai eu le souffle coupé, tout comme maintenant me manquent les mots. Des gerbes d’étoiles, comme des gerbes d’écume ? Ou une nébulisation de particules scintillantes, comme celles de l’humidité que l’on perçoit en respirant l’air des tropiques ? Quelque chose de délimité, des monades, mais inexplicablement séparées, car elles sont tellement partout qu’elles devraient être perçues comme une plénitude luminescente, puisque dans chaque pli de l’obscurité il y en a une autre, et une autre encore. Vous voyez le tableau.
La mer en revanche non, sombre et puissante, la mer de nuit, elle ne veut rien savoir des monades ou des luminescences. Mais sur la surface, à perte de vue, quelle que soit la direction où tu regardes, des lumières là aussi. Ce sont les lumières de la flotille, ces petits navires qui parcourent les miles nautiques en formation parfaite : ils sont partout, on dirait presque que la côte ne nous a pas laissé partir, qu’elle nous a suivi jusqu’ici, au milieu de la mer du milieu, et qu’elle nous accompagne.
Et c’est vrai, beaucoup d’entre vous, à terre, nous suivent avec leurs pensées, leurs espoirs, un sens de responsabilité, une complémentarité. Et combien d’entre vous, à terre, réagissent et agissent. Ce qui s’est passé à Gênes, à Rome, ce qui se passera dans toute l’Italie avec la grève générale du 22 septembre. Comme la forêt de Macbeth, la côte bouge, la terre n’est pas ferme et nous espérons qu’elle arrivera, que vous arriverez, avec nous, à Gaza.
21 septembre 2025
Nuit. Pendant que les vigies de notre flottille échangent des messages à propos des drones qui nous survolent, les mots de Sil, notre jeune mécanicien, se démarquent : « Entre la ceinture d’Orion et son épaule droite, Bételgeuse, il y a une étoile un peu plus pâle et un peu plus haute, c’est Bellatrix. Monte encore un peu et tu trouves une étoile rouge plus brillante, c’est Aldébaran (الدبران), dans la constellation et le zodiaque du Taureau. Cela se traduit par celle qui suit, car elle suit les sept sœurs (les Pléiades), un groupe de sept petites étoiles juste au-dessus d’elle ».
Alors je regarde à nouveau le ciel, mais j’y vois maintenant un poème écrit par la biochimiste et poète Hiba Abu Nada qui, le 20 octobre 2023, suite à un bombardement israélien sur Khan Younès, est devenu l’habitante d’une nouvelle cité, une cité dont elle parle dans son poème, une cité que je regarde maintenant jusqu’à ce que les yeux ne voient plus
«15/10/2024
Là-Haut, en ce moment
Nous bâtissons une autre cité.
Avec des médecins sans blessés ni sang
Des enseignants sans classes submergées, sans cris sur les enfants
Des familles sans souffrance et sans peine
Des journalistes qui décrivent l’Éden
Des poètes qui chantent les amours éternelles
Ils sont tous de Gaza, tous.
Au paradis, il y a une Gaza nouvelle, sans blocus,
Qui prend forme en ce moment même »
(Traduction de Nada Yafi, Que ma mort apporte l’espoir)
24 septembre 2025
Les étoiles ont bougé. Comme la côte bougeait avec nous, portée par la solidarité des places publiques – Oh l’Italie ce 22 septembre –, maintenant ce sont les étoiles qui ont bougé.
Elles sont descendues, trois, quatre à la fois, elles sont descendues vers les navires de la flottille, remontées et redescendues vers le prochain bateau.
Comme des frelons, une fois trouvée leur cible elles larguent leurs bombes. Nous apprendrons plus tard qu’il s’agissait de cordons incendiaires et de bombes chimiques. Sur le moment, c’était un bruit assourdissant et des flammes dans la nuit. La fausse étoile efface un instant l’entière voûte céleste. Voiles déchirées. La tension elle aussi au zénith. La fragilité de ces petites embarcations en fibre de verre, chargée de diesel, est évidente, mais l’attaque est chirurgicale. Personne n’est blessé. Quand bien même cette substance chimique aurait pu étouffer, écorcher. Douze attaques au total. Il en a fallu quatre pour que nous comprenions la stratégie, ils ne frappent que les bateaux qui ont les voiles déployées. La nôtre était affalée. Autour de nous il n’y a que le noir et les vagues, nous sommes au milieu de la mer. Les gilets de sauvetage sont carrés et encombrants, je ne le dis pas à voix haute, que nous ressemblons à des stèles orange dans un cimetière de campagne. Une fois compris leur mode opératoire, la tension décroît, un calme tendu demeure, on reprend le contrôle de nos pensées qui pendant ces quelques instants étaient vouées à l’immédiat : où doivent se mettre les compagnons, qui doit faire quoi, déchiffrer les messages à la radio – en lançant l’attaque ils ont brouillé les communications VHF avec une chanson d’Abba, Take a chance on me. Les mots de Sil, à nouveau : « Leur tactique de terreur ne marche pas avec moi. J’étais déjà terrorisé avant ». Les gros drones volent haut, les petits remontent et descendent en choisissant leur victime, la fleur, la farine. Chaque descente coupe le souffle, pensant à ceux qui seront frappés. Nous les connaissons. Cela ne devrait pas faire une différence, mais cela en fait une. Sinon nous ne serions pas ici : la traduction dans une langue que nous connaissons. Les drones ne descendent pas sur nous. Une fois que toutes les voiles sont affalées, un ultime fracas. Et la nuit revient.
Nous renonçâmes à revoir les étoiles.
Mille et deux nuits
Tu es chez toi. Alors tu entres. Tu entres. Sur ta maison. Combien de fois l’avons-nous rêvé, combien sommes-nous à l’avoir rêvé. Toi tu peux le faire, tu ne peux faire rien d’autre que t’avancer au-dessus de ta maison.
Il y a là une certaine satisfaction, poser tes semelles sur le carrelage de la cuisine de ta voisine, celle qui t’engueulait dans les escaliers chaque fois que tu laissais des traces sur son palier, et pas seulement le sien, combien de fois a-t-il fallu descendre pour nettoyer ce palier, sur ordre exprès de ta mère, au nom du bon voisinage. Même ce geste te fait mal maintenant, ce geste que tu détestais, même celui-là te manque. Tu piétines le carreau que les bombardements n’ont pas brisé, il se brise. Take that, IOF.
L’immeuble était grand, six étages, on dirait que tout n’est pas là, les décombres s’entassent haut mais ils ne semblent pas suffire pour tout le bâtiment. Sans doute était-il aussi fait d’air. Et d’eau, comme on le dit à propos du corps humain. Et tu ne t’en étais jamais rendu compte, que ciment, fer et carrelage contenaient ces substances légères, volatiles, et tu perçois autrement ta vie, ta vie passée, dans une maison gorgée de légèreté et de volatilité, et de secret, parce que rien ne le laissait voir.
Ou bien c’est le fait de la désintégration. Pulvérisé, le bâtiment. Tu penses à l’acharnement nécessaire pour réduire le béton en poussière, pas seulement en éclats mais en poussière, dans un geste que tu associes au mortier. L’ustensile de cuisine se dit haoun. L’arme, c’est midfa’ al-haoun. Toutes les langues l’avaient prévue, cette chose qui maintenant te surprend tellement. Le troisième sommet de ce triangle, le mortier de construction, se dit mounah – c’est moins évident qu’en italien, en français ou en anglais mais suffisamment clair : construis, bombarde, pulvérise. Mounah, midfa’ al-haoun, haoun.
Autre satisfaction, le son de tes pas sur les décombres. Haoun, midfa’ al-haoun, mounah, haoun. Dans ta ville les maisons détruites parlent, en arabe bien sûr. Midfa’ al-haoun, mounah, haoun. Tu espères que c’est la maison. Tu ne penses pas, il ne faut pas y penser, que ce sont les corps qui
Midfa’
Pas la voisine. Non
Midfa’ al-haoun, haoun, midfa’ al-haoun, haoun, midfa’ al-haoun, haoun, midfa’ al-haoun, haoun, midfa’ al-haoun, haoun, midfa’ al-haoun, haoun, haoun. Tu t’en convaincs, c’est elle, c’est la maison.
Combien sommes-nous à avoir rêvé que nous étions écrasés sous notre maison. D’autres immeubles autour du tien sont presque entiers, presque toute la structure a résisté. Les corps des otages israéliens, introuvables sous les décombres, mettent en péril le cessez-le-feu. Le feu n’a pas cessé, dix jours, 97 morts, 153 tonnes de bombes larguées en dix jours. C’est ce qu’a admis – et ce mot n’est pas le bon – le premier ministre israélien, la responsabilité en reviendrait au Hamas pour avoir tué deux soldats israéliens, le Hamas dément avoir tué les deux Israéliens, dans Rafah contrôlée par Israël, Rafah détruite plus qu’Hiroshima, Rafah où sont encore bloqués de nombreux camions transportant l’aide la plus urgente.
Le Hamas, qui devra rendre les armes, a également exécuté des Palestiniens d’autres factions, la paix après la guerre est toujours difficile, celle-ci est une paix sous la guerre. 83 % des bâtiments ont été endommagés ou détruits, tout comme les champs, les oliveraies, les écoles et les hôpitaux. 70 000 000 tonnes de décombres.
Combien d’entre nous ont rêvé de finir écrasés sous leur maison. Combien d’entre nous ont rêvé de passer par-dessus leur maison. Rentrer chez soi en portant les promesses du monde. Rentrer chez soi en fuyant les promesses du monde. Ici c’est la réalité qui est irréelle, c’est l’irréel qui est réel, après la nuit vient la nuit, la paix est sous la guerre, la confiance en la paix de Trump, en sa constance, les files infinies de camions remplis d’aide humanitaire, arrêtés devant le gouffre de l’extermination, les files de personnes en marche vers un contraire de maison, vers ce qui reste pourtant maison. La poignée de porte qui ouvre les personnes. Et tout ceci toujours, et encore et depuis des années, et simultanément, symbiotiquement.
Mais tu es à la maison maintenant, au-dessus de ta maison, tu passes la main sur la rampe d’escalier.
L’espace d’un instant tu aimerais appeler les personnes bouleversées qui murmurent au coin de la rue, et celles qui se taisent, les mains sur les yeux, et celles qui sanglotent et celles qui crient, les amener ici afin qu’ensemble vous puissiez battre ce fer déformé, tordu par la destruction, le ramener à sa forme originale, celle qu’il adoptait dans ton escalier, celle qui portait ta course et te permettait de sauter quelques marches : en le frappant, ensemble, vous pourriez rendre à la rampe de fer sa forme originale, afin que s’élève la forme d’un escalier pour ceux qui, épuisés et affamés, auraient du mal à monter au ciel, afin qu’ils puissent gravir cet escalier invisible, appuyant leur main invisible sur cette rampe visible et monter là où, nous le savons, s’élève une nouvelle ville chaque jour plus peuplée, aujourd’hui encore plus peuplée que hier.
Mais tu ne le fais pas.
Parce que déjà tu penses qu’il faudrait frapper le fer de la rampe pour la redresser sur toute sa longueur, elle était sinueuse, escalifère, mais toute droite la rampe serait vraiment longue et cette rectitude serait là pour que le monde la voie. Elle montrerait au monde qui vous regarde, tac, que les torts doivent être redressés, tac, que les responsables doivent être punis, tac, que les innocents doivent être protégés, tac, que les accords doivent être respectés, tac, et les promesses tenues, tac, que c’est vrai, tac, qu’il y a des choses justes et des choses injustes, que tac, tac, tac, tac, tac, tac, tac, tac, tac, tac qu’il faut que vous vous fassiez justice tout seuls en frappant avec les gravats de votre vie sur une rampe qui a perdu son escalier qui a perdu ta maison.
Mais tu ne le fais pas.
Ne nous le dis pas, pourquoi tu ne le fais pas. Nous les sentons quand même, tac, ces coups. Dans la poitrine.
Published January 29, 2026
© Specimen
From Wahoo! Un’Odissea al contratrio
Written in Italian by Vanni Bianconi
Translated into German by Barbara Sauser
Wahoo!, so lautet der Name des Schiffs der Global Sumud Flotilla, auf dem Vanni Bianconi in Richtung Gaza segelte, um die Seeblockade zu durchbrechen und einen humanitären Korridor zu öffnen.
Wahoo! lautet auch das Codewort, das für ihre Seeleute Wut, Loyalität und Liebe bedeutet.
Wahoo! lautet auch der Titel des Buchs von Vanni Bianconi, in dem dieser in einem geschlossenen Kreislauf des Schreibens und Handelns die Gründe, Hoffnungen und Folgen dieser poetisch-rebellischen Mission beleuchtet, die die Zivilgesellschaft wachrüttelte. Nun, da sie wach ist, muss sie aufstehen und handeln.
Specimen publiziert Passagen aus zwei Kapiteln: Eine aus dem ersten, geschrieben während der Überfahrt in Richtung Gaza, die andere aus dem dritten Kapitel, das fiktional wird und nach Gaza führt, wo er einen Einheimischen bei seiner Rückkehr nach Hause begleitet.
***
Sterne
20. September 2025
Es ist Nacht, irgendwo auf dem Mittelmeer. Um hierher zu gelangen, habe ich ein Bergdorf verlassen, in dem es nicht allzu viel gibt, Himmel gibt es aber, nachts taucht man in die Milchstraße ein. Das war zumindest meine Überzeugung, bis ich endlich den Blick hob und über die Sonnensegel des Schiffs hinaussah. Mir verschlug es den Atem und jetzt die Sprache. Sternenspritzer, der Gischt des Meeres ähnlich? Ein Staub aus Leuchtpartikeln, wie die Wassertröpfchen, die man in den Tropen beim Einatmen sieht? Jeder Stern klar umrissen, Monaden, was aber unerklärlich ist, weil überall welche leuchten, es sind so viele, dass man sie eigentlich als ein einziges Ganzes wahrnehmen müsste, wir entdecken in jeder Ecke der Dunkelheit einen und noch einen. Ihr wisst, was ich meine.
Anders hingegen das Meer, das nächtliche Meer ist dunkel und gewaltig, will nichts von Monaden oder Lichtern wissen. Aber auf ihm gibt es, so weit das Auge reicht und in jede Richtung, ebenfalls Lichter. Die Lichter der Flotilla, dieser kleinen Schiffe, die in perfekter Formation Seemeile um Seemeile zurücklegen: Sie sind überall, sodass der Eindruck entsteht, die Küsten hätten uns nicht allein losfahren lassen, sondern würden uns hier, mitten auf dem Mittelmeer, immer noch begleiten.
Das ist auch tatsächlich der Fall, unzählige von euch folgen uns vom Festland aus mit ihren Gedanken, ihrem Hoffen, ihrem Gefühl der Verantwortung, der gegenseitigen Ergänzung. Unzählige von euch reagieren und agieren an Land. In Genua, in Rom, am kommenden 22. September, wenn man in ganz Italien in Generalstreik treten wird. Wie Macbeths Wald bewegen sich auch die Küsten, das Land verharrt nicht an Ort und Stelle, und wir hoffen, dass es, dass ihr, mit uns Gaza erreicht.
21. September 2025
Nacht. Die Wachposten unserer Flottille tauschen Nachrichten über die Drohnen aus, die über unsere Köpfe fliegen, mitten darin eine Nachricht von Sil, unserem jungen Mechaniker: „Zwischen dem Oriongürtel und seiner rechten Schulter, Beteigeuze, steht, etwas blasser und höher, die Bellatrix. Noch ein Stück höher findet man einen ziemlich hellen, roten Stern, den Aldebaran (الدبران), der zum Sternbild und Sternzeichen des Stiers gehört. Sein Name bedeutet übersetzt ‚der Folgende‘, er folgt nämlich den sieben Schwestern (den Plejaden), einer Ansammlung kleiner Sterne direkt über ihm.“
So schaue ich wieder in den Himmel, aber jetzt sehe ich ein Gedicht der Biochemikerin und Lyrikerin Heba Abu Nada, die am 20. Oktober 2023 durch einen israelischen Bombenangriff auf Khan Yunis zur Bewohnerin einer neuen Stadt wurde, der Stadt, von der sie in einem Gedicht sprach, der Stadt, die ich jetzt so lange betrachte, bis die Augen versagen:
„15. Oktober, 20:47 Uhr
Wir sind oben und bauen eine zweite Stadt,
Ärzt*innen ohne Patient*innen und Blut,
Professor*innen ohne Überbelegung und Geschrei gegen Studierende,
neue Familien ohne Schmerz und Traurigkeit,
Journalist*innen, die das Paradies fotografieren,
und Dichter*innen, die über die ewige Liebe schreiben,
alle aus Gaza, alle.
Im Himmel entsteht ein neues Gaza – unbesiegt.
(Zitiert nach: www.gazapassages.com/hiba-abu-nada/deutsch)
24. September 2025
Die Sterne haben sich bewegt. So wie die Küsten sich dank der Solidarität auf den Straßen mit uns bewegten – OH!, Italien am 22. September –, haben sich heute die Sterne bewegt.
Sie kamen von oben herab, drei, vier aufs Mal, flogen auf die Schiffe der Flotilla zu, stiegen wieder auf und flogen auf das nächste Schiff zu.
Wie böse Hornissen, die, sobald sie das Gesuchte gefunden haben, ihre Bomben fallen lassen. Später werden wir erfahren, dass es Brandschnüre und chemische Bomben waren. Im Moment selbst sind es ein ohrenbetäubender Knall und in der Nacht auflodernde Flammen. Die falschen Sterne bringen einen Moment lang den ganzen Himmel zum Verschwinden. Segel sind zerfetzt. Unsere Anspannung schnellt in himmlische Höhen. Es liegt auf der Hand, dass diese mit Diesel betankten Glasfaserboote vulnerabel sind, doch der Angriff erfolgt mit chirurgischer Präzision. Keine Verletzten. Auch nicht durch die Chemikalie, die zu Atemnot und sich abschälender Haut führen kann. Insgesamt zwölf Angriffe. Vier brauchte es, bis wir die Strategie begriffen – sie attackierten nur Schiffe mit offenen Segeln. Unsere sind eingeholt. Rundum nur Dunkelheit und Wellen, wir sind irgendwo mitten auf dem Meer. Die Rettungswesten sind eckig und sperrig, ich spreche nicht laut aus, wie sehr sie mich an orange Grabsteine auf einem ländlichen Friedhof erinnern. Als uns das Muster klar wird, lässt die Anspannung nach, angespannte Ruhe bleibt, die Kontrolle über das Denken kehrt wieder zurück, nachdem eine Zeitlang nur das Unmittelbare zählte: Wo sollen sich die Mitstreiter aufhalten, wer muss was tun, was bedeuten die Funknachrichten – zu Beginn des Angriffs wurde die Seefunkverbindung mit einem Abba-Lied gestört, Take a chance on me. Sil sagt: „Ihre Taktik, uns Angst einzujagen, funktioniert bei mir nicht. Ich hatte schon vorher Angst.“ Die großen Drohnen fliegen hoch oben, die kleinen steigen auf und lassen sich fallen, wählen sich ihr Opfer, die Blume, das Mehl. Bei jedem Abwärtsflug stockt der Atem, während man an die Leute denkt, die ins Visier genommen werden. Wir kennen sie. Es sollte keinen Unterschied machen, tut es aber doch. Sonst wären wir nicht hier: Übersetzung in eine uns bekannte Sprache. Über uns lässt sich keine Drohne fallen. Als alle Segel eingeholt sind, ein letzter Knall. Dann kehrt die Nacht zurück.
Wir schauen nicht mehr zu den Sternen hinauf.
Tausendundzwei Nächte
Du bist zu Hause. Also trittst du ein. Du trittst ein. Über deinem Haus. Wie oft tut man das im Traum, wie oft haben wir das geträumt. Du kannst es tun, kannst nichts anderes tun als über dein Haus zu laufen.
Es verschafft dir durchaus eine gewisse Befriedigung, mit deinen Sohlen auf die Küchenfliesen der Nachbarin zu treten, die dir Mal für Mal durch das Treppenhaus hinterherkeifte, wenn du auf ihrem und nicht nur ihrem Treppenabsatz Abdrücke hinterließest, unzählige Male wies deine Mutter dich danach an, aus Gründen des gutnachbarlichen Zusammenlebens runterzugehen und den Treppenabsatz zu reinigen. Auch diese Tätigkeit, die du immer gehasst hast, ruft jetzt Schmerz hervor, sie fehlt dir. Du trampelst auf einer Fliese herum, die bei der Bombardierung nicht zerbrochen ist, und sie zerbricht. Take that, IOF.
Das Wohnhaus war früher groß, sechs Stockwerke, man hat nicht den Eindruck, dass alles hier liegt, der Schutt türmt sich zwar, aber es sieht nach zu wenig aus für das ganze Gebäude. Vermutlich war es auch aus Luft gemacht. Aus Wasser, wie man über den menschlichen Körper sagt. Dir war nie aufgefallen, dass Zement und Stahl und Fliesen leichte, flüchtige Stoffe enthalten, und du nimmst dein Leben, das vergangene Leben, jetzt anders wahr, in einem von Leichtigkeit und Flüchtigkeit und auch Geheimnis durchdrungenen Haus, schließlich deutete nichts darauf hin.
Oder vielleicht liegt es am Zerfall. Das Gebäude ist pulverisiert. Du überlegst, wie viel Verbissenheit es braucht, um Zement zu Pulver zu zermahlen, nicht zu Trümmern, sondern zu Pulver, ein Vorgang, den du mit einem Mörser assoziierst. Küchenmörser: haun. Die Waffe heißt midfaa al-haun. Diese Parallele, die dich jetzt so überrascht, findet sich in allen Sprachen. Der dritte Eckpunkt dieses Schicksalsdreiecks mit gemeinsamer Wortwurzel, der Mörtel, heißt muna, weniger offensichtlich als im Italienischen oder Deutschen, aber doch genug: Baue, bombardiere, pulverisiere. Muna, midfaa al-haun, haun.
Befriedigung verschafft dir auch der Klang der Schritte auf dem Schutt. Haun, midfaa al-haun, muna, haun. Die zerstörten Häuser in deiner Stadt sprechen, auf Arabisch natürlich. Midfaa al-haun, muna, haun. Du hoffst, dass es das Haus ist. Denkst nicht daran, denk nicht daran, dass es die Leichen der Leute, die
Midfaa
Auch nicht. Die Nachbarin. Nein
Midfaa al-haun, haun, midfaa al-haun, haun, midfaa al-haun, haun, midfaa al-haun, haun, midfaa al-haun, haun, midfaa al-haun, haun, haun. Es ist das Haus, denkst du.
Wie viele von uns haben geträumt, von ihrem Zuhause erdrückt zu werden. Andere Wohnhäuser rundum sind heiler geblieben, die Struktur hat fast ganz stand standgehalten. Die Leichen der israelischen Geiseln, die unter dem Schutt nicht auffindbar sind, gefährden die Feuerpause. Das Feuer hat nicht pausiert, zehn Tage, 97 Tote, 153 TONNEN abgeworfene Bomben in zehn Tagen, wie der israelische Premierminister zugegeben hat, wobei „zugeben“ nicht das richtige Wort ist, die Hamas trage die Verantwortung dafür, weil sie zwei israelische Soldaten getötet habe, die Hamas wiederum streitet ab, in Rafah, das unter israelischer Kontrolle ist, in Rafah, das stärker zerstört als Hiroshima ist, in Rafah, wo immer noch unzählige Lastwagen mit den dringendsten Hilfsgütern blockiert sind, zwei Israeli getötet zu haben.
Die Hamas, die ihre Waffen abgeben müssen wird, hat auch Palästinenser anderer Gruppierungen hingerichtet, Frieden ist auch nach einem Krieg schwierig, hier geht es um Frieden im Krieg. 83 Prozent der Gebäude sind beschädigt oder zerstört, ebenso Felder, Olivenhaine, Schulen, Krankenhäuser. 70’000’000 Tonnen Schutt.
Wie viele von uns haben geträumt, sie würden von ihrem Zuhause erdrückt. Wie viele von uns haben geträumt, über das eigene Zuhause zu laufen. Nach Hause zurückkehren, mit den Versprechungen vonseiten der Welt. Nach Hause zurückkehren, von den Versprechungen vonseiten der Welt. Hier ist die Realität irreal, das Irreale real, nach der Nacht kommt die Nacht, Frieden im Krieg, Vertrauen in einen Trumpschen Frieden und dessen Ausdauer, unerträglich lange Lastwagenkolonnen mit Hilfsgütern, die am Übergang zum Unerträglichen feststecken, Menschenkolonnen, dem Gegenteil eines Zuhauses zustrebend, das trotzdem noch ein Zuhause ist. Die Klinke, die die Menschen öffnet. Das alles immer noch und immer wieder und seit Jahren und simultan, symbiotisch.
Aber du bist jetzt zu Hause, über deinem Haus, streichst mit der Hand über den Handlauf der Treppe.
Kurz überlegst du, die Menschen herbeizurufen, die gleich um die Ecke laut reden, ebenso die Stillen, die sich die Hände vor die Augen halten, und die Schluchzenden und die Schreienden, sie alle zu holen, damit ihr gemeinsam auf dieses unförmige, durch den Einsturz verbogene Stück Metall einschlagen und ihm seine ursprüngliche Form zurückgeben könnt, die Form, die es für deine Treppe hatte, damit du hinunterlaufen und mehrere Stufen überspringen konntest: Ihr könntet darauf einschlagen und dem metallenen Handlauf seine Form wieder zurückgeben, damit sie treppenförmig aufwärts führt und Erschöpften und Ausgehungerten beim Aufstieg in den Himmel hilft, damit diese sich auf dieser unsichtbaren Treppe mit ihren unsichtbaren Händen am sichtbaren Handlauf festhalten und dorthin aufsteigen können, wo es, wie wir wissen, eine Stadt gibt, die jeden Tag bevölkerungsreicher wird und die auch heute eine größere Bevölkerung als gestern hat.
Aber du tust es nicht.
Weil du dir gleich darauf sagst, das es vielleicht besser wäre, das Metall des Handlaufs geradezubiegen, über die gesamte, zuvor schneckenförmige, treppenbildende Länge, die geradegebogen enorm lang würde, genug lang und gerade, damit die Welt sie sieht. Sie würde der Welt, die zu euch schaut, zeigen, dass Unrecht, tack, ausgeglichen gehört, tack, dass Verantwortlichen Strafe gebührt, tack, und Unschuldigen Schutz, tack, dass man Absprachen und Zusagen, tack, halten muss, tack, dass es Dinge gibt, die richtig sind und die falsch sind, dass, tack, tack, tack, tack, tack, tack, tack, tack, tack, tack, ihr euch selbst um Gerechtigkeit kümmern müsst, indem ihr mit den Trümmern eures Lebens auf einen Handlauf einschlagt, der seine Treppe, der dein Zuhause verloren hat.
Aber du tust es nicht.
Sag uns nicht, warum du es nicht tust. Wir hören diese Schläge trotzdem, tack. In der Brust.
Published January 29, 2026
© Specimen
From Wahoo! Un’Odissea al contratrio
Written in Italian by Vanni Bianconi
Translated into Spanish by Pablo Ingberg
¡Wahoo! es el nombre del barco de la Global Sumud Flotilla que llevó a Vanni Bianconi rumbo a Gaza, en un intento de romper el bloqueo naval y abrir un corredor humanitario.
¡Wahoo! es también el nombre en clave que, para los navegantes, significa rabia, lealtad y amor.
¡Wahoo! es también el título del libro en el que Vanni recorre, en un circuito cerrado entre la escritura y la acción, los motivos, las esperanzas y las consecuencias de esta misión poética y rebelde que despertó a la sociedad civil que ahora, ya despierta, debe levantarse y actuar.
Specimen publica partes de dos capítulos: una del capítulo primero, escrito durante la navegación hacia Gaza, y otra del capítulo tercero, que se mueve hacia la ficción, y hacia Gaza, para seguir en su regreso a casa a un gazatí.
***
Estrellas
20 de setiembre de 2025
Es de noche. Para llegar aquí, al medio del Mediterráneo, salí de un pueblito de montaña donde no hay muchas cosas pero sí cielo, de noche uno está inmerso en la Vía Láctea. O eso creía hasta que de repente alcé la vista por entre las capotas del barco. Me faltó el aliento, como ahora me faltan las palabras. ¿Estrellas en rocíos, como los del mar? ¿O una nebulización de partículas refulgentes, como las de agua que se perciben al respirar el aire de los trópicos? Algo que está delimitado, mónadas, pero inexplicablemente porque están por todas partes, tanto que deberían percibirse como un todo luminiscente, porque en cada pliegue de oscuridad hay otra y otra y otra. Nos entendemos.
El mar eso no, oscuro y poderoso el mar de noche, no quiere saber nada de mónadas ni de luces. Pero sobre su superficie, hasta donde alcanza la vista, en cualquier dirección en que se mire, también hay luces. Son las luces de la flotilla, estos barquitos que en perfecta formación van recorriendo millas náuticas: están por todos lados, de modo que parece que las costas no nos hubieran dejado salir solos sino que aquí, en medio del mar, nos acompañan.
Y es así, muchos de ustedes nos siguen desde tierra, con el pensamiento, con la esperanza, con un sentido de responsabilidad, complementariedad. Y cuántos de ustedes en tierra están reaccionando y están actuando. Lo que ocurrió en Génova, en Roma, lo que ocurrirá con la huelga general en toda Italia el 22 de septiembre. Como el bosque de Macbeth, los costas se mueven, la tierra no está inmóvil y esperamos que llegue, que lleguen, con nosotros, a Gaza.
21 de setiembre de 2025
Noche. Mientras los centinelas de nuestra flotilla intercambian mensajes sobre los drones que nos sobrevuelan, sobresale el mensaje de Sil, nuestro joven mecánico: “Entre el Cinturón de Orión y su hombro derecho, Betelgeuse, hay una estrella un poco más pálida y un poco más alta, es Bellatrix. Sube un poco más y encuentras una estrella roja brillante, es Aldebarán (الدبران), en la constelación y el zodíaco de Tauro. Se traduce ‘la que sigue’, porque sigue a las siete hermanas (las Pléyades), un conglomerado de siete estrellitas justo encima de ella”.
Así que miro al cielo, de nuevo, pero ahora veo un poema escrito por la bioquímica y poeta Hiba Abu Nada, que el 20 de octubre de 2023, por un bombardeo israelí sobre Jan Yunis, se convirtió en ciudadana de una nueva ciudad, ciudad de la que habla en su poema, ciudad que estoy mirando ahora hasta que mis ojos ya no ven
“15/10/2024
En las alturas
estamos construyendo una segunda ciudad:
médicos sin enfermos ni heridos,
profesores que no se desgañitan en aulas abarrotadas,
familias nuevas sin dolor ni penas,
periodistas que fotografían el paraíso,
poetas que escriben del amor eterno.
Todos son de Gaza, todos.
En el paraíso existe una nueva Gaza,
sin bloqueo,
que cobra forma ahora mismo”.
(Traducción de Luz Gómez, Maneras de ser Palestina. Antología de nuevas poetas).
24 de setiembre de 2025
Las estrellas se movieron. Como las costas se movían con nosotros con la solidaridad de las plazas —¡oh Italia este 22 de setiembre!—, ahora se movieron las estrellas.
Bajaron desde lo alto, de a tres, cuatro a la vez, bajaron hacia los barcos de la flotilla, y de nuevo subieron y bajaron hacia el próximo barco.
Como avispones, encontrado el objetivo lanzan las bombas. Sabremos luego que eran cables incendiarios y bombas químicas. Allí lo que eran era un estruendo ensordecedor y llamaradas en la noche. La estrella falsa borra por un instante la entera bóveda celeste. Velas desgarradas. La tensión, también hasta las estrellas. La fragilidad de los barquitos de fibra de vidrio, cargados de diésel, es evidente, pero el ataque es quirúrgico. Nadie resulta herido. Ni siquiera por la sustancia química que podría asfixiar y desollar. En total doce ataques. Hicieron falta cuatro para que entendiéramos la estrategia, solo impactan barcos con las velas desplegadas. La nuestra estaba arriada. Alrededor hay oscuridad y olas, estamos en medio del mar. Los chalecos salvavidas son cuadrados y molestos, no digo en voz alta que parecemos lápidas anaranjadas en un cementerio rural. Cuando uno entiende el plan amaina la tensión, la calma tensa se mantiene, se recobra el control del pensamiento que por un momento se ocupaba sólo de lo inmediato: dónde deben ponerse los compañeros, quién debe hacer qué, descifrar los mensajes de radio: al principio del ataque distorsionaron las comunicaciones de radio VHF con una canción de Abba, Take a Chance on Me. De nuevo Sil: “Esa táctica de terror conmigo no funciona. Estaba aterrorizado desde antes”. Los drones grandes vuelan alto, los pequeños suben y bajan eligiendo a su víctima, la flor, la harina. Cada descenso hace contener la respiración pensando a quién impactará. Los conocemos. Debería dar lo mismo pero no. De lo contrario, no estaríamos aquí: la traducción a una lengua conocida. No descendieron sobre nosotros. Una vez arriadas todas las velas, un último estallido. Luego vuelve la noche.
No volvimos a mirar las estrellas.
Mil y dos noches
Llegas a casa. Entonces entras. Entras. Sobre tu casa. ¿En cuántos sueños sucede, cuántos lo hemos soñado? Puedes hacerlo, no puedes hacer otra cosa que caminar sobre tu casa.
Algo hay de satisfacción, caminar con tus suelas por las baldosas de la cocina de la vecina que te gritaba por las escaleras cada santa vez que dejabas huellas en su rellano, y no solo el suyo, y cuántas veces tuviste que bajar a limpiar el rellano, por orden directa de tu madre, por cuestiones de buena vecindad. Incluso ese gesto que odiabas, incluso eso ahora te lastima, se echa en falta. Pisas la baldosa que no se había roto en los bombardeos y se rompe. Take that, IOF.
El edificio era grande, seis pisos, no parece estar todo aquí, aunque los escombros son altos no parecen suficientes para todo el edificio. Será que también estaba hecho de aire. De agua, como dicen que está hecho el cuerpo humano. Y nunca te habías dado cuenta, de que cemento y hierro y baldosas contenían sustancias ligeras, volátiles, y percibes tu vida, vida pasada, de otro modo en una casa impregnada de ligereza y volatilidad, y secreto, porque nada lo hacía ver.
O será la desintegración. Pulverizado, el edificio. Piensas en el encarnizamiento necesario para reducir el cemento a polvo, no solo a trizas sino a polvo, gesto que asocias con el mortero. De cocina: haún. Midfá’ al-haún es el arma. Todas las lenguas lo habían previsto, esto que ahora te sorprende tanto. El tercer vértice de este triángulo del destino, el mortero-argamasa-de-construcción, es muná, menos obvio que en castellano o inglés pero lo necesario: construye, bombardea, pulveriza. Muná, midfá’ al-haún, haún.
Otra satisfacción, el sonido de pasos sobre los escombros. Haún, midfá’ al-haún, muná, haún. En tu ciudad, las casas destruidas hablan, árabe por supuesto. Midfá’ al-haún, muná, haún. Esperas que sea la casa. No piensas, no pienses que son los cuerpos de quienes
Midfá’
Ni siquiera. La vecina. No
Midfá’ al-haún, haún, midfá’ al-haún, haún, midfá’ al-haún, haún, midfá’ al-haún, haún, midfá’ al-haún, haún, midfá’ al-haún, haún, haún. Es ella, es la casa, piensas.
Cuántos hemos soñado que estábamos aplastados bajo nuestra casa. Otros edificios de alrededor del tuyo están más enteros, casi toda la estructura ha resistido. Los cuerpos de los rehenes israelíes ilocalizables bajo los escombros ponen en peligro el alto el fuego. El fuego no ha cesado, diez días, 97 muertos, 153 TONELADAS de bombas lanzadas en diez días, admitió, y no es la palabra justa, el primer ministro israelí, la responsabilidad sería de Hamás por haber matado a dos soldados israelíes, Hamás niega haber matado a dos israelíes, en Rafa controlada por Israel, Rafa más destruida que Hiroshima, Rafa donde todavía están bloqueados tantísimos camiones con las ayudas más urgentes.
Hamás, que deberá desarmarse, también ha ejecutado a palestinos de otras facciones, la paz después de la guerra siempre difícil, esta es paz bajo la guerra. 83% de los edificios dañados o destruidos, igual los campos, los olivares, escuelas, hospitales. 70.000.000 de toneladas de escombros.
Cuántos hemos soñado con acabar aplastados bajo nuestra casa. Cuántos hemos soñado con pasar por sobre nuestra casa. Volver a casa con las promesas del mundo. Volver a casa desde las promesas del mundo. Aquí es irreal la realidad, real lo irreal, después de la noche viene la noche, la paz está bajo la guerra, la confianza en una paz de Trump y en su constancia, las filas de camiones interminables con las ayudas detenidos en el paso del exterminio, las filas de personas rumbo a lo opuesto a casa que aún es casa. El picaporte que abre a las personas. Y todo esto siempre, y todavía y durante años, y simultáneamente, simbióticamente.
Pero ahora estás en casa, sobre tu casa, pasas la mano por el pasamanos de las escaleras.
Por un instante querrías ir a llamar a las personas conmovidas que vociferan a la vuelta de la esquina, y a las calladas con las manos sobre los ojos, y a las que sollozan y a las que gritan, traerlas aquí así juntas pueden golpear contra este hierro deforme, retorcido por la destrucción, y devolverle su forma originaria, la que tenía para tus escaleras, precisamente para que pudieras correr y saltar un par de escalones: golpeando allí encima, juntas, podrían restituirle la forma al pasamanos de hierro, así se levanta con la forma de una escalera para quien, exhausto y famélico, tenga dificultades en subir al cielo, así pueden hacer palanca con su mano invisible contra esta escalera invisible con el pasamanos visible y subir adonde, sabemos, hay una nueva ciudad cada día más populosa, incluso hoy más poblada que ayer.
Pero no lo haces.
Porque ya te dices que quizá sería mejor golpear contra el hierro del pasamanos para enderezarlo, en toda su longitud que antes era valvácea, escalífera, mientras que derecho sería larguísimo y esa rectitud estaría ahí para que el mundo la viera. Mostraría al mundo que los mira, tac, que los agravios deben subsanarse, tac, que los responsables deben ser castigados, tac, que los inocentes deben ser protegidos, tac, que los acuerdos deben respetarse y las palabras dadas, tac, deben mantenerse, tac, que hay, hay cosas justas y cosas equivocadas, que tac tac, tac, tac, tac, tac, tac, tac, tac, tac que deben hacerse justicia solos golpeando con los detritos de su vida contra un pasamanos que ha perdido su escalera que ha perdido tu casa.
Pero no lo haces.
No nos digas, por qué no lo haces. Sentimos de todas maneras, esos golpes, tac. Dentro del pecho.
Published January 29, 2026
© Specimen
From Wahoo! Un’Odissea al contratrio
Written in Italian by Vanni Bianconi
Translated into Portuguese by Prisca Agustoni
Wahoo! é o nome do barco da Global Sumut Flotilla que levou Vanni Bianconi rumo a Gaza, na tentativa de romper o bloqueio naval e abrir um corredor humanitário.
Wahoo! é também o nome em código que, para os marinheiros, significa raiva, lealdade e amor.
Wahoo! é também o título do livro em que Vanni reconstitui, num circuito fechado entre escrita e ação, as razões, as esperanças e as consequências desta missão poética e rebelde que despertou a sociedade civil que agora, acordada, deve levantar-se e agir.
Specimen publica fragmentos de dois capítulos, um da primeira parte, escrita ao vivo enquanto o autor estava no mar, indo para Gaza, e outro da terceira, que se torna ficção para chegar em Gaza e acompanhar um gazawi que volta para sua casa.
***
Estrelas
20 de setembro de 2025
É noite. Para chegar aqui, no meio do Mediterrâneo, eu sai de uma aldeia de montanha onde não há muitas coisas, mas o céu sim, a noite sim, está imersa na Via Láctea. Ou assim eu pensava até que finalmente levantei os olhos entre as capotas do barco. Fiquei sem fôlego, assim como agora fico sem palavras. Estrelas salpicadas com respingos como os respingos do mar? Ou uma nebulização de partículas brilhantes, como aquelas aquosas que se percebem ao respirar o ar dos trópicos? Algo delimitado, monades, mas inexplicavelmente porqu estão em toda parte, tanto que deveriam ser percebidas como um todo luminescente, porque em cada dobra da escuridão há outra, e mais outra. Estamos entendidos.
O mar, não, escuro e poderoso, o mar de noite não quer saber de monades ou de luzes. Mas na sua superfície, a perder de vista, em todas as direções para onde se olha, há luzes ali também. São as luzes da flotilha, esses barcos que, em perfeita formação, estão percorrendo milhas marítimas: estão por toda parte, de modo que parece que as margens não nos deixaram partir sozinhos, mas aqui, no meio do mar, nos acompanham.
E assim é, muitos de vocês nos seguem da terra, com o pensamento, com a esperança, com um senso de responsabilidade, complementariedade. E quantos de vocês, na terra, estão reagindo e agindo. O que aconteceu em Gênova, em Roma, o que acontecerá com a greve geral em toda a Itália no dia 22 de setembro. Como a floresta de Macbeth, as margens se movem, a terra não está parada e esperamos que chegue, que vocês cheguem, conosco, a Gaza.
21 de setembro de 2025
Noite. Enquanto os vigias da nossa flotilha trocam mensagens sobre os drones que sobrevoam nossas cabeças, destaca-se a mensagem de Sil, nosso jovem mecânico: “Entre o Cinturão de Órion e seu ombro direito, Betelgeuse, há uma estrela um pouco mais pálida e um pouco mais alta, é Bellatrix. Suba um pouco mais e você encontrará uma estrela vermelha bem brilhante, é Aldebaran (الدبران), na constelaçãp e no zodíaco de Touro. Significa “aquela que segue”, porque segue as sete irmãs (as Plêiades), um conjunto de 7 estrelas pequenas que ficam logo acima dela”.
Então olho para o céu novamente, mas agora só vejo um poema escrito pela bioquímica e poeta Heba Abu Nada, que em 20 de outubro de 2023, devido a um bombardeio israelense em Khan Yunis, tornou-se cidadã de uma nova cidade, cidade da qual ela fala em seu poema, cidade que estou olhando agora até que meus olhos não vejam mais nada.
15/10/2024
Lá em cima, estamos construindo uma segunda cidade,
médicos sem pacientes nem sangue,
professores sem salas de aula lotadas e gritos aos alunos,
novas famílias, sem dores nem tristeza,
e jornalistas que fotografam o paraíso,
e poetas que escrevem sobre o amor eterno,
todos de Gaza, todos.
No paraíso, há uma nova Gaza que está se formando agora, sem cerco”.
(Tradução de Nabil Bey Salameh, O grito deles é a minha voz).
24 de setembro de 2025
As estrelas se moveram. Assim como as margens se moveram conosco, com a solidariedade das praças – Oh, a Itália nesse 22 de setembro- , agora moveram-se as estrelas.
Elas desceram do alto, três, quatro de cada vez, em direção aos barcos da flotilha, subiram e desceram novamente em direção ao próximo barco.
Como marimbondos, ao encontrarem o alvo certo, lançam as bombas. Mais tarde saberemos que eram cordões incendiários e bombas químicas. Naquele momento, elas eram um estrondo ensurdecedor e labaredas na noite. A falsa estrela apaga por um instante todo o firmamento. Velas rasgadas. A tensão também estava nas alturas. A fragilidade dos barcos de fibra de vidro, carregados de diesel, é evidente, mas o ataque é cirúrgico. Ninguém ficou ferido. Nem mesmo pela substância química que poderia sufocar e esfolar. Foram doze ataques no total. Foram necessários quatro para entender a estratégia, eles atacam apenas os barcos com as velas abertas. As velas do nosso barco estavam arriadas. À nossa volta só está a escuridão e as ondas, estamos no meio do mar. Os coletes salva-vidas são quadrados e volumosos, não digo em voz alta o quanto parecemos lápides alaranjadas num cemitério rural. Quando se compreende o desenho, a tensão cai, permanece a calma tensa, e recupera-se o controle do pensamento, que por um tempo se ocupou apenas do imediato: onde os companheiros devem ficar, quem deve fazer o quê, decifrar as mensagens no rádio: no começo do ataque, distorceram as comunicações de rádio VHF com uma música dos Abba, Take a chance on me. Sempre Sil: “A tática do terror deles não funciona comigo. Eu já estava aterrorizado antes”. Os drones grandes voam alto, os pequenos sobem e descem escolhendo sua vítima, a flor, a farinha. Cada descida prende a respiração pensando em quem será atingido. Nós os conhecemos. Não deveria fazer diferença, mas faz. Caso contrário, nós nem estaríamos aqui: a tradução para uma língua conhecida. Eles não desceram sobre nós. Depois que todas as velas foram baixadas, um último estrondo. Então a noite volta.
Não voltamos a olhar as estrelas.
Mil e duas noites
Você está em casa. Então você entra. Entra. Acima da sua casa. Em quantos sonhos se faz, em quantos nós sonhamos. Você pode fazer isso, você não pode fazer outra coisa senão andar acima da sua casa.
Há alguma satisfação em andar com as solas do pé no azulejo da cozinha da vizinha que gritava com você na escada toda santa vez que você deixava marcas no patamar dela, e não só no dela, e quantas vezes você teve que descer para limpar o patamar, a mando da sua mãe, por questões de boa vizinhança. Mesmo aquele gesto que você odiava, mesmo aquilo agora te fere, você sente falta dele. Você pisa no azulejo que não se partiu durante os bombardeios e ele parte-se. Take that, IOF.
O edifício era grande, seis andares, não parece que esteja tudo aqui, ainda que os escombros sejam altos, não parecem ser suficientes para todo o edifício. Talvez fosse feito também de ar. De água, como dizem que é feito o corpo humano. E você nunca percebeu que cimento e ferro e azulejos continham substâncias leves, voláteis, e percebe sua vida, a vida passada, de outra forma, em uma casa impregnada por leveza e volatilidade, e mistério, porque nada deixava isso transparecer.
Ou será a desintegração. Pulverizado, o edifício. Você pensa na obstinação necessária para reduzir o cimento a pó, não apenas em destroços mas em pó, gesto que você associa ao almofariz. De cozinha: haoun. Midfa’ al-haoun é uma arma. Todas as línguas já previam, essa coisa que agora te surpreende tanto. O terceiro ponto desse triângulo do destino, o almofariz-argamassa-de-construção, é mounah, menos evidente que em italiano ou em inglês, mas o quanto basta: constrúa, bombardeie, pulverize. Mounah, midfa’al-haoun, haoun.
Outra satisfação, o som dos passos sobre os escombros. Haoun, midfa’ al-haoun, mounah, haoun. Na sua cidade, as casas destruídas falam, árabe, obviamente. Midfa’ al-haoun, mounah, haoun. Você espera que seja a casa. Você não pensa, não pense que sejam os corpos de quem
Midfa’
Nem mesmo. A vizinha. Não
Midfa’ al-haoun, haoun, midfa’ al-haoun, haoun, midfa’ al-haoun, haoun, mifa’ al´-haoun, haoun, midfa’ al-haoun, haoun, midfa’ al-haoun, haoun, midfa’ al-haoun, haoun. É ela, é a casa, você pensa.
Quantos de nós sonhamos que estávamos soterrados sob nossa casa. Outros prédios ao redor do seu estão mais intactos, quase toda a estrutura resistiu. O corpo dos reféns israelenses, desaparecidos sob os escombros, colocam em risco o cessar-fogo. O fogo não cessou, dez dias, 97 mortos, 153 TONELADAS de bombas lançadas em dez dias, admitiu, e não é a palavra correta, o premiê israelense, a responsabilidade seria do Hamas por ter matado dois soldados israelenses, Hamas nega ter matado os dois israelenses, em Rafah, controlada por Israel, Rafah mais destruída do que Hiroshima, Rafah, onde ainda permanecem bloqueados muitos caminhões com as ajudas mais urgentes.
O Hamas, que terá de se desarmar, também executou palestinos de outras facções, a paz após a guerra sempre é difícil, esta é uma paz em guerra. 83 % dos prédios danificados ou destruídos, assim como os campos, os olivais, as escolas, os hospitais. 70’000’000 toneladas de escombros.
Quantos de nós sonhamos em acabar esmagados sob nossa casa. Quantos de nós sonhamos em passar por cima da nossa casa. Voltar para casa com as promessas do mundo. Voltar para casa vindos das promessas do mundo. Aqui, a realidade é irreal, real o irreal, depois da noite vem a noite, a paz está em guerra, a confiança na paz de Trump e na sua constância, as fileiras intermináveis dos caminhões com a ajuda humanitária parados na fronteira do extermínio, as fileiras das pessoas em direção ao contrário de casa, que ainda é casa. A maçaneta que abre as pessoas. E isso tudo sempre, e ainda, e há anos, e simultaneamente, simbioticamente.
Mas você está em casa agora, em cima da sua casa, passando a mão no corrimão da escada.
Por um momento, você gostaria de chamar as pessoas comovidas que vociferam atrás da esquina, e aquelas que estão em silêncio, com as mãos sobre os olhos, e aquelas que soluçam e aquelas que gritam, trazê-las aqui, de forma que juntos possam bater neste ferro deformado, retorcido pela destruição e devolvê-lo à sua forma original, a que servia para as escadas, justamente para que você pudesse correr e pular alguns degraus: batendo nele, juntos, poderiam devolver a forma ao corrimão de ferro, para que ele se erguesse na forma de uma escada para aqueles que, exaustos e famintos, terão dificuldade para subir até o céu, assim eles poderiam se apoiar com suas mãos invisíveis nesta escada invisível a partir do corrimão visível, e subir até onde, sabemos, há uma nova cidade cada vez mais populosa, hoje ainda mais populosa do que ontem.
Mas você não faz isso.
Porque você já se diz que talvez seria melhor bater no ferro do corrimão de forma a endireitá-lo, em toda a sua extensão, que antes era curvada, sinuosa, enquanto que reto seria muito longo e essa retidão ficaria ali, para que o mundo a visse. Revelaria ao mundo que o observa, tac, que as injustiças devem ser reparadas, tac, que os inocentes devem ser protegidos, tac, que os acordos devem ser respeitados e que as palavras dadas, tac, devem ser mantidas, tac, que há, sim, há coisas certas e coisas erradas, que tac tac, tac, tac, tac, tac, tac, tac, tac, tac que vocês devem fazer justiça por conta própria batendo com os detritos de suas vidas em um corrimão que perdeu sua escada, que perdeu sua casa.
Mas você não faz isso.
Não nos diga por que você não faz isso. Ainda assim, nós ouvimos esses golpes, tac. Dentro do peito.
Published January 29, 2026
© Specimen
From Wahoo! Un’Odissea al contratrio
Written in Italian by Vanni Bianconi
Translated into Arabic by Qasem Waleed and Malak Afouneh
مقدمة
واهو!” هو اسُم السفينة التي حملت على متنها فاني بيانكوني ُمبِحرًة ضمن أسطول الصمود العالمي الذي انطلَق في محاولٍة إلنشاء ممّر”
.إنساني إلى غّزة وكسر الحصار البحري عنها
.واهو!” أصبَح أيًضا اسًما حركًّيا ُمفعًما بمعاني الغضب واإلخالص والحّب، تناَدى به من أبحر على متن تلك السفينة”
ًة وفعاًل الدوافَع واآلمال والنتائج التي تمّخضت عنها هذه المهمة”
واهو!” هو كذلك العنواُن الذي اختاره فاني للكتاب الذي يتت ُعّب فيه كتاب
.الشعرية والمتمّردة، التي أيقظت جسًدا جمعًّيا، لم يبَق عليه وقد استيقظ من رقاده، سوى أن ينهض ويتقّدم
تب أثناء اإلبحار نحو غزة، وبعضها من الفصل الثالث الذي Specimen تنشر
مقتطفات من فصلين: بعضها من الفصل األول الذي ُك
.يتخ ُلّي فيه الكاتب رحلة مواطن غّزّي يعود إلى بيته
***
نجوم )مقتطفات(
أيلول 2025 20
.في ُعرض المتوّسط، لياًل
ليس فيها ما ُيذكر، وعلى الرغم من ذلك فلها سماٌء شاسعة، تغُمرَك ليًال في ضياء “درب
ًة
جبلي
ًة
لكي أبلَغ هذا المكان، تركُت خلفي قري
.التبانة”. أو هذا ما اعتقدته قبل أن أرفع بصري من بين أغطية القارب، ألجَدني مخطوَف األنفاس، عاجًزا عن انتقاء الكلمات
نَشُق في المناطق
ّنها جزيئات ضبابّية متأللئة، على غرار الهواء الرطب الذي ُيسَت
هل هذه رّشات من النجوم، على غرار رذاذ البحر؟ أم أ
عن غيرها من النجمات، ولكن بما يستعصي عن التفسير،
ًة
ة ومنفصل
ّل
نجمٍة منها على ِحدة، مستق
لتبدو كُّل
ِح
ّنها من الوضو
االستوائية؟ إ
طّية من طّيات الظالم. لعلك
ّنجمة تلو األخرى في كّل
النتشارها الكاسح فوق سطح الماء كما لو أنها كتلة ضوئّية واحدة، تندّس منها ال
.تعي ما أعنيه
ّتجاه يرتمى
ال، ليس البحر ما أعنيه. فالبحر بقّوته وعتِمه ال يبالي بحّبات الضوء أو كتله الضخمة، بيَد أّن األضواء تغمر سطحه من كّل ا
ي بتشكيالتها المتقنة أميااًل من الماء، تبدو لكثرتها كما لو أّن الشواطئ أبت
إليه البصر؛أضواء األسطول. تلك السفن الصغيرة التي تغ ّط
.أن تتركنا وحدنا مبحرين، فرافقتنا إلى قلب البحر
وهذا بالفعل ما هو عليه الحال، فالكثير منكم يرافقنا من اليابسة، فكًرا وأماًل، وبإحساٍس بالمسؤولية والتكاتف. كثيرون منكم يستجيبون
ويتحّركون على اليابسة. مظاهرات في جنوا وروما، واإلضراب العام الذي سيهُّز إيطاليا في الثاني والعشرين من أيلول. تماًما كما فعلت
ها معنا وصواًل إلى غزة
.غابة بيرنام في ماكبث، تتحّرك السواح ُل اآلن، ويضطرُب البُّر، وكلنا أمٌل أن تقطعوا وتلك السواحل الطريَق كّل
أيلول 2025 21
ًة
لي مهندسنا الميكانيكي الشاب “سيل” رسال
انات” التي تحوم فوق رؤوسنا، يرس ُل
لياًل، وبينما يتبادل حرُس األسطول الرسائَل حول “الزّن
إبط الجوزاء الذي يشّكل منكبه األكثر سطوًعا، ثمة نجم المرزم الذي يرتفع قلياًل عن
ِم
آخر، يقول فيها، “ما بين حزام الجبار ونج
ٍع
من نو
حزام الجّبار ويشّكل منكبه األقل سطوًعا. إذا ما صعدت بنظرك قلياًل أعلى المرزم، ستجد نجًما أحمر متوهًجا ينتمي لكوكبة الثور ويدعى
نجوم صغيراٍت ُترى فوقه مباشرة
ِع
ِبُر عنقود الثريا الذي يتكّون من سب
نه يد
ّأل
.”الدبران
ولذا نظرُت مجدًدا نحو السماء، ألرى هذه المرة تلك القصيدة التي كتَبتها الشاعرة والمختّصة بالكيمياء الحيوية هبة أبو ندى، التي صعدت
ٍي على خان يونس إلى المدينة الجديدة التي تحّدثت عنها في
في العشرين من تشرين األّول 2023 بعد استشهادها إثَر قصٍف إسرائيل
.قصيدتها هذه، المدينِة التي أح ُقّد بها اآلن، وأح ُقّد حّتى يغشى مّني البصر
تشربن ثاني 2024 15
،نحن في األعلى نبني مدينة ثانية
،أطباء بال مرضى وال دماء
،أساتذة بال ازدحام وصراخ على الطلبة
،عائالت جديدة بال آالم وال حزن
،وصحفيون يصورون الجنة
،وشعراء يكتبون في الحب األبدي
.كلهم من غزة كلهم
.في الجنة توجد غزة جديدة بال حصار تتشكل اآلن
)https://www.facebook.com/profile.php?id=100002457890081(الفيسبوك على الشاعرة صفحة من:
أيلول 2025 24
ّنها تزحف معنا، أعني النجوم، تماًما كما الشواطئ، لتلتحق في تضامنها بالميادين العاّمة. أّيها الثاني والعشرين من أيلول إيطاليا، لقد جاء
إ
.دور النجوم اآلن
وها نحو أحد قوارب األسطول، ثالَث وُرباع، ثّم تعلو، لتهوي مجدًدا نحو القارب التالي
.تهوي من عّل
ا أّن هذه القذائف كانت في حقيقة األمر مواّد متفّجرة وأسلحة كيماوّية.
كما الدبابير، ما إن تختار هدفها حتى تلقي بقذائفها. سنعرُف الحًق
أّما في تلك اللحظة، فقد بدت لنا انفجاراٍت تصّم اآلذان وألسنة لهٍب تتو ُجّه في الليل. يختفي الفضاء لوهلٍة حين تهوي إحدى تلك القذائف
التي تنتحل شخصّية النجوم. تتمّزق على وطئها األشرعة، وكذلك األعصاب. وعلى الرغم من هشاشة قواربنا الصغيرة المصنوعة من
بتنا اإلصابة، حتى من تلك المواد الكيميائية التي كان بوسعها
ة الهدف جّن
األلياف الزجاجّية والمملوءة بالوقود أمام هذا الهجوم، فإّن دّق
نظرًّيا أن تخنقنا أو تحرقنا. تعرضنا الثني عشر هجوًما في المجمل، فهمنا استراتيجيتها بعد الهجوم الرابع. إنهم يستهدفون السفن التي
.ترفع أشرعتها فقط، أّما شراعنا فكان مطوًيا
برتقالية
نا في عرض البحر. لم أقل كم بدونا بسترات النجاة المربعة والضخمة تلك كشواهد قبو ٍر
ّن
يحيطنا العتم والموج من كل جانب، إ
.في مقبرة قروّية
ما إن اتضح لنا مخطط الهجوم حّتى تنفسنا الصعداء، واستعدنا هدوء أعصابنا والسيطرة على أفكارنا التي انصّبت في آنه على اللحظة
شيفرات الرسائل التي تصلنا عبر الراديو
ّك
ا، بما يجب أن نفعله، وبف
مّن
بالمواقع التي يجب أن يّتخذها كٌّل
ُة
.الحاضرة، منشغل
.(ABBA (لفرقة آبا Me on Chance a Take ففي بداية الهجوم، شّوشوا على اتصاالت الراديو ذات الترّدد المرتفع ببّث أغنية
انات” الكبيرة عالًيا، أّما
ق “الزّن
رسالة أخرى تصلني من سيل، “لن تفلح معي محاوالت الترهيب هذه، فأنا مذعوٌر من األساس”. تحّل
.الصغيرة منها فتتناوب الصعود والهبوط، مختارًة أهدافها: الورود تارًة، والطحين تارًة أخرى
شخٍص على هذه السفن. ال ينبغي أن تكون معرفتنا
ما هبطت إحداها، متسائلين َمن ستصيب هذه المّرة. نعرف كّل
نحبُس أنفاسنا كّل
نا وجَع الغزّيين مجهوَل الهوّية
بالشخص معياًرا الهتمامنا بمصابه، ولكّن هذا هو الحال، وإاّل لما كان ضرورًّيا وجودنا هنا لتترجَم معاناُت
انات” فوقنا. انفجاٌر أخيٌر لحظَة طّي آخر األشرعة، ثّم ظالم
.إلى مفرداٍت يفهمها العالم. لم تهبط “الزّن
.ال ننظر نحو النجوم هذه المّرة
ألف ليلٍة وليلة… وليلة )مقتطفات(
ا أتاه منام كهذا! ولكّن هذا ما يحدث بالفعل.
تجد نفسك في البيت. فتدخله. تدخل. تمشى على سطح بيتك. كم هو مألوٌف هذا المنام، كم مّن
.في الحقيقة، ال يمكنك هنا أن تمشي إاّل فوق بيتك
هناك ما يشفي الغليل في تلطيخ بالط مطبخ الجارة التي اعتادت الصراخ عليك من أسفل الساللم كلما تركت آثار أقدامك المّتسخة على
بك. أتذكر كم من مّرة أجبرتك والدتك أيًضا على هبوط الدرج
بسطة الدرج الممتّدة أمام باب منزلها. ليست الجارة وحدها من كانت تأّن
لحسن الجوار. أّما اآلن، فتفتقد حتى ذلك الفعل الذي كنَت تكره القيام به.
لتنظيف األوساخ التي طبعها نعالك على بسطة الجارة، مراعاًة
.تدوس اآلن تلك البالطة التي نجت من القصف، فتتحطُم تحت قدميك. هاَك، أّيها الجيش اإلسرائيلي
بكثير
ّل
من الصعب تخّيل أّن ذلك المبنى الضخم بطوابقه الستة يقبع برّمته في كومة الحطام هذه، والتي على الرغم من ضخامتها تبدو أق
ّلف من الهواء أيًضا، أو من الماء، مثل جسد اإلنسان. لم يسبق لك قط أن الحظت كيف تحتضن
من المبنى الذي كانته. ربما ألنه كان يتأ
ّنك عشت ماضيك في بيت غارق في
الخرسانة والفوالذ والبالط مواد خفيفة ومتطايرة كتلك، واآلن تبدو لك حياتك بشكٍل آخر، وتدرك أ
فت وجودهما أيًضا
ة والتطاير، وفي السرية التي غّل
.الخّف
ر في الضراوة الالزمة، ال لمجّرد
أو ربما كان ذلك نتيجة التفّتت ال غير، فلو تأّملنا في األمر، نجد أّن البناية ُسِحَقت عن بكرة أبيها. تتفّك
تات، تماًما كما يفعل مدّق “الهاون”، تلك األداة المنزلية التي تستخدمها لطحن
تحطيم هذه الخرسانة إلى قطع صغيرة، ولكن لطحنها إلى ُف
ّلث
الطعام، وهو ما يفعله مدفع “الهاون” أيًضا. كّل اللغات األخرى تنبأت بهذا األمر، ذاته األمر الذي يدهشك اآلن. أّما الزاوية الثالثة لمث
هذا، فهي “مونة” البناء. وقد ال تتماثل هذه األلفاظ في العربية كما في اإلنجليزية واإليطالية، ولكّنها من mortar القدر الذي يرسمه لفظ
.الوضوح بما يكفي إلدراك ثالثّية البناء، القصف، السحق، التي تختزلها الُمونة، مدفع الهاون، الهاون
ثّمة ما يشفي الغليل أيًضا في قرقعة الخطى فوق الركام. هاون، مدفع هاون، ُمونة، هاون. في مدينتك، تنطق البيوت المدمرة، بالعربية
ْر أّن في هذا الركام
ْر، ال تفّك
بالطبع. مدفع هاون، ُمونة، هاون. تأمُل أن يكون هذا الركام الذي تخطو فوقه ركاَم البيت ال غير. ال تفّك
.تمتزج بقايا أجساد أولئك الذين… مدفع
.وال حّتى. الجارة. ال
مدفع هاون، هاون، مدفع هاون، هاون، مدفع هاون، هاون، مدفع هاون، هاون، مدفع هاون، هاون، مدفع هاون، هاون، مدفع هاون،
.هاون، هاون. إنه البيت، تمّني نفسك
ا تحت أنقاض منزله. بقيت بعض المنازل المحيطة سالمًة، وقد صمد هيكلها بالكامل تقريًبا. جثث
كم منا رأى نفسه في المنام مسحوًق
الرهائن اإلسرائيليين التي تعذر العثور عليها تحت األنقاض تهدد وقف إطالق النار. إطالق النار الذي لم يتوّقف، عشرة أيام، 97 قتياًل،
لقيت في عشرة أيام. يلقي رئيس الوزراء اإلسرائيلي اللوم على عاتق حماس لقتلها جنديين إسرائيليين. تنفي حماس
ا من القنابل ُأ
153 طًن
قتل الجنديين في رفح التي تسيطر عليها إسرائيل، رفح التي نالها دماٌر يفوق ما أصاب هيروشيما، رفح التي ما تزال أعداد ال حصر لها
.من شاحنات المساعدات العاجلة عالقة فيها وممنوعة من العبور
ّنها أعدمت أيًضا فلسطينيين من فصائل أخرى. السالم بعد حرب
حماس، التي سيتعّين عليها وفق هذا االتفاق نزع سالحها، ُيشاُع أ
تحت رحى الحرب. %83 من المباني تضررت أو دّمرت، كما هو الحال مع
ضروٍس هو دوًما أمر بالغ الصعوبة، فما بالَك بسالٍم
.األراضي الزراعّية، وحقول الزيتون، والمدارس، والمستشفيات. 70 مليون طّن من الركام
ا لوعود
ا تحت أنقاض منزله. كم منا رأى نفسه في المنام يخطو فوق منزله. العودة إلى البيت وفًق
ا رأى نفسه في المنام مسحوًق
كم مّن
في
ٌة
يتلوه ليل، وسالٌم تحت رحى الحرب الدائرة، وثق
ٌل
ُل واقعّي، ولي
العالم. العودة إلى البيت من وعود العالم. خيالٌّي هنا الواقع، والخيا
سالم ترامب وفي ثباته، وطوابير المتناهية من الشاحنات المحملة بالمساعدات والمتوقفة عند معبر اإلبادة، وطوابير البشر العائدة نحو
ه بال انقطاع، إلى ما ال نهاية،
ركام بيوتها. المقبض، يفتح فينا اآلَن باَب الوعي بالبيت الذي اعتدنا أن نفتح بابه بال وعي. يحدث هذا كّل
.وفي آٍن واحد، وبتكافٍل عضوي
.لكنك في بيتك اآلن، فوق بيتك، تمّرر يدك على درابزين الساللم
وا أعينهم بأيديهم، وأولئك المتنّشجين والنائحين،
توّد لوهلٍة لو تدعو أولئك الذين يتحّدثون باستياء عند المنعطف، والصامتين الذين غ ّط
تدعوهم إليك حتى تضربوا مًعا على هذا الحديد المعوّج بفعل الدمار، وتعيدونه إلى شكله األصلي، حيث كان يذّيل ساللم المنزل حين كنَت
تهبطها ركًضا فتتمسك به لتقفز متجاوًزا بضع درجات: تضربون حديد هذا الدرابزين مًعا، لتعيدوه إلى التوائه األصلّي، ليتكئ إليه بأيديهم
الخفّية، أولئك الذين سيصعب عليهم دونه، وقد استبد بهم الجوع والتعب، صعوَد هذه الساللم الخفّية، التي سترتقي بهم كما نعلم جميًعا، إلى
انية يوًما إثر يوم
.المدينة الجديدة التي تنتظرهم على مقربٍة من السماء، مدينٍة تزداد كثافتها السّك
.لكنك في نهاية المطاف ال تفعل
ألّنه يطرأ لك أن رّبما من األجدى تسوية حديد الدرابزين الذي كان يتقّوس حول الساللم كقوقعة في قضيب واحٍد من الطوِل بما يكفي
لينغرز في نظر العالم أجمع. ليفهم هذا العالم الذي يراقبك، طاخ، أّن على االعوجاج أن ُيصّحح، طاخ، وأن وجَب على المسؤولين
مت وجب تنفيذها، طاخ، وأّن بعض األمور
ِر
ب
العقاب، طاخ، وأن وجبت حماية األبرياء، طاخ، وأّن العهود يجب أن ُتحترم والوعود متى ُأ
د الساللم
حّق وبعضها باطل، طاخ، طاخ، طاخ، طاخ، طاخ، وأّن عليك انتزاع العدالة لنفسك عبر الطرق بحطام حياتك على درابزين َفَق
.التي يذّيلها، والبيَت الذي يحتويه، بيَتك
.لكنك أيًضا ال تفعل
.ال تخبرنا لماذا ال تفعل. فنحن على أي حال نشعر بها تلك الضربات، طاخ. داخل صدورنا
Published January 29, 2026
© Specimen
Other
Languages
Your
Tools