“Non è italiano”, mi disse un mentore ormai lontano nel tempo. “Non labbra sottili: in italiano si dice labbra strette”.
Oggi forse ci litigherei, con quel mentore, gli darei del ciarlatano, “ma cosa dici, sono italiane entrambe!” direi “dipende dal contesto!”. Quell’estate, invece, nella penombra di uno studio con le persiane chiuse, incollata alla sedia dall’afa toscana e con le cicale fuori, ascoltavo e incassavo. Era la mia prima traduzione: dubitavo di tutto, non c’era internet e, come se non bastasse, ero cresciuta accanto a una cugina che, da prima della classe, archiviava i propri errori lessicali sentenziando: “è sbagliato il vocabolario”.
Il mio era un italiano dei margini; un italiano svizzero, adulterato, poco consapevole. Labbra strette, quindi. Con buona pace del contesto.
“Non è italiano”. Oggi mi ritrovo a scriverlo a margine delle traduzioni dei miei allievi. Mi sento perfida, ma non cancello. So per esperienza che quella perfidia può condurre al rigore.
Il dubbio non va mai superato: va impugnato. Va esautorato a colpi di dizionario, messo in crisi oppure confermato attraverso una continua prova del reale. E questa verifica, col tempo, smette di essere un gesto automatico. Diventa un esercizio di attenzione.
Rigore: “Rigidità severa, asprezza, durezza”: così, lo Zingarelli. Ma la definizione dice anche: “esattezza, scrupolosità, precisione”. E, letterario, “indifferenza”.
Avevo letto “diffidenza”. E diffidenza sarebbe stato perfetto: perché il rigore, per come l’ho vissuto e continuo a viverlo, è un modo diffidente di stare nella lingua. Il rigore, insomma, rimanda al dubbio. E il cerchio si chiude.
La diffidenza, quanto a lei, non chiude: mette in discussione. Impedisce il punto, il definitivo – senza bullizzare il dizionario, anzi: lo tiene aperto, e con lui tiene aperta la frase quel tanto che basta perché qualcosa possa sempre accadere.
Essere venuti al mondo su un margine richiede questo tipo di rigore: un rigore che interroga, rimesta, sfinisce il margine stesso fino ad abitarlo – anche se, questo, molto più tardi. Perché il margine, all’inizio, è soprattutto mancanza: di legittimità, di sicurezza, di una certa spontaneità, di apparente naturalezza. Si esita dove altri procedono. Si controlla dove altri si fidano.
Tornando ai miei, di margini, ho visto praticare l’esercizio di attenzione di cui sopra fin dalla più tenera età. Ricordo pranzi coi parenti in cui zio Roland, svizzero-tedesco, un italiano studiato a tavolino a Firenze (La Toscana! Già lei!), si alzava da tavola per andare a prendere il Devoto Oli e spostava le briciole del pane per consultarlo sulla tovaglia.
Da quell’esercizio di attenzione ho imparato che le parole più pericolose non sono quelle rare, ma quelle troppo comuni per essere trasparenti. E successivamente, infatti, a spingermi a diffidare non sarà più il “non è italiano” del mentore, ma l’insidiosa crudeltà di un maestro di stile come Martin Amis. Dall’interno dei suoi periodi perfetti, Amis si diverte a sfidare il lettore – e quindi il traduttore – scegliendo parole al primo sguardo inoffensive e impiegandole nella loro accezione più in ombra, meno innocua. Nel corpo a corpo con lui, perché di corpo a corpo si tratta, il passo falso è sempre dietro l’angolo; la trappola, sempre in ciò che si crede di conoscere già.
Nella frequentazione di simili autori, e nella scia di un’infanzia di puntigliosi poliglotti, prende forma una competenza diversa. Una vigilanza. Una disponibilità a rimettere continuamente in gioco ciò che sembra acquisito. Col tempo, quello che era un limite diventa una postura.
Rigoroso, allora, non è ciò che mira al definitivo, ma ciò che tenta di perimetrare l’imperimetrabile, accettando di resistere alla tentazione di fissarlo.
L’italiano dei margini incontra così l’italiano del centro – o che tale si crede: quello insediato, riconosciuto. E se farsi accompagnare dal dizionario è sempre una buona idea — catalizza il pensiero, delimita isole di senso, offre un primo contraddittorio, ti strappa alla solitudine —, bisogna anche lasciarsi sorprendere, e permeare. Allora gli incontri, in questo percorso, diventano infiniti. Fondamentale è mantenere la propria lingua quanto più interlocutoria possibile: curiosa, disponibile, ospitale; non per cedere al “non è italiano”, ma per misurarne la resistenza, e assicurarsi che rimanga in tensione.
Questa postura, mi sono presto resa conto, avvantaggia chi è costretto a sostenerla. Tenere alta la guardia, interrogare la propria lingua e quelle con cui entra in contatto, trovare i ponti, correggere gli sbandamenti: tutto ciò produce una forma di stabilità paradossale. Non una sicurezza, ma una possibilità di ritorno. Si impara a ripartire da lì: da ciò quello ha resistito al controllo, che non si è lasciato chiudere. E in questi ritorni — non verso un’ortodossia, ma sulla scorta delle sue deviazioni — si distingue, a volte, ciò che vale la pena difendere.
Così, da una lingua poco consapevole, si fa strada una lingua più esposta, per non dire più disponibile. Più porosa. Una lingua che impara a riconoscere le proprie stranezze e idiosincrasie non come difetti da correggere, ma come punti di attrito. E proprio lì, in quella esposizione, si misura la sua capacità di trasformarsi.
A furia di consultare dizionari — in un’epoca in cui erano ancora cartacei — la lingua per me ha smesso di essere un sistema astratto ed è diventata concreta, tridimensionale, materica.
Ma la vera epifania è arrivata in un secondo tempo, consultando molto fisicamente i tanto vituperati dizionari bilingue.
Ricordo che, girando le pagine di un banale e, insisto, utilissimo bilingue in cerca di parole all’apparenza altrettanto banali – e sorprendendomi a ricalcare o riconoscere percorsi, sequenze di lemmi che avrei quasi potuto recitare a memoria –, ho messo a fuoco un fatto: nemmeno quando hanno la stessa etimologia le lingue occupano lo stesso spazio. Polizia, police, police; tavolo, table, table; animale, animal, animal; ma anche ragazza, fille, girl; albero, arbre, tree: al di là delle radici comuni, francese e inglese hanno una morfologia, degli accenti, un peso specifico diversi.
L’italiano insiste, si espande e, dall’alto dei suoi cinque accenti tonici, come dicono, canta. L’inglese e il francese, anche quando condividono un’origine, tendono a comprimere, a lisciare, a sottrarre, a tacere lettere e sillabe. Ragazza, fille, girl: tre parole per lo stesso oggetto, ma non la stessa metrica, non lo stesso respiro. Albero, arbre, tree: tre modi diversi di stare in piedi nella frase.
Ed è qui che il dizionario – strumento che per definizione definisce, non decide; elenca possibilità senza davvero gerarchizzarle – mi ha restituito il movimento della lingua: il tavolo sdrucciolevole contro i pianissimi table e table, la ragazza trisillabica contro il bisillabico fille, fino a girl, un semplice giro/scatto di lingua (quest’altra lingua, costituita di nervi e muscoli).
La lingua come fatto materico, e poi musicale, e quindi matematico. Per cui vai di metro, di bilancia, di diapason. Misura, sposta, prova ad alta voce. Correggi per sottrazione o per accumulo, con l’obiettivo di far fare alla frase, al fraseggio italiano, lo stesso giro che compie nel testo fonte. Il corpo entra nel processo: nella ripetizione, nell’ascolto, nella fatica di trovare un equilibrio che regga. Ricordo che quando ho consegnato la traduzione di Grande trampoliere smarrito, di quel funambulo della lingua ma anche della vita (fu campione di pugilato) che era Arthur Cravan, avevo male non ai muscoli delle mani: alle braccia, alle gambe, alle spalle, alla schiena.
Tornando alla porosità, a questo punto mi sembra chiaro: ha smesso di essere una disposizione teorica ed è diventata una necessità operativa. Occorre infatti sviluppare una disponibilità a lasciar andare, a farsi attraversare capillarmente. Non per reinventare l’italiano, ma per adattarlo, per spingerlo — fin dove possibile — a comportarsi come le lingue che lo sollecitano; un’attitudine a mimetizzarsi pur senza perdere la propria riconoscibilità.
Così, da adulterata, la mia lingua dei margini è diventata adulterina.
Adulterina nel senso più nobile: una lingua che accetta di compromettersi per restare fedele a una complessità superiore, che si lascia penetrare per non disconoscere, senza tuttavia cessare di riconoscersi.
Non si tratta di una libertà lussuriosa, bensì di una forma di responsabilità verso ciò che la lingua non sa, o non sa ancora, dire senza deformarsi.
***
Questo testo è un estratto della lectio magistralis tenuta da Maurizia Balmelli il 16 maggio 2026 al Salone del Libro di Torino, nell’ambito dell’AutoreInvisibile, in occasione della cerimonia ufficiale del Premio di traduzione “Giovanni, Emma e Luisa Enriques”, vinto dalla traduttrice nel 2025. L’ambito riconoscimento viene concesso dalla famiglia Enriques a traduttori letterari per l’insieme delle loro attività o a personaggi del mondo culturale che si sono contraddistinti per il loro impegno a favore della traduzione. Il Premio è sostenuto anche dalla FUSP-Fondazione Unicampus San Pellegrino, da quarant’anni impegnata nella formazione dei traduttori e nella ricerca sulla traduzione.
Published September 15, 2026
© Maurizia Balmelli
Trouver ma langue dans celle des autre
Written in Italian by Maurizia Balmelli
Translated into French by Sophie Royer
« Ce n’est pas de l’italien », m’a dit un mentor il y a longtemps de cela, « on ne dit pas “les lèvres serrées” : en italien, on dit “les lèvres pincées” ».
Aujourd’hui, ce mentor et moi, on se disputerait peut-être, je le traiterais de charlatan, « qu’est-ce que tu racontes, les deux expressions sont bien italiennes ! », et je dirais « ça dépend du contexte ! » Mais cet été-là, dans la pénombre d’un studio aux volets fermés, clouée à ma chaise par la touffeur toscane, avec les cigales au-dehors, j’écoutais et j’encaissais. C’était ma première traduction : je doutais de tout, il n’y avait pas Internet, et pour couronner le tout, j’avais grandi auprès d’une cousine qui, en bonne première de la classe, justifiait ses fautes lexicales en déclarant : « c’est le dictionnaire qui se trompe ».
Mon italien était un italien des marges ; un italien suisse, dénaturé, peu conscient de lui-même. D’où les lèvres serrées. N’en déplaise au contexte.
« Ce n’est pas de l’italien ». Aujourd’hui, c’est moi qui écris ces mots à la marge des traductions de mes élèves. Je me trouve cruelle, mais je ne les efface pas. D’expérience, je sais que cette cruauté peut mener à la rigueur.
Il ne faut jamais surmonter le doute : il faut s’en emparer. Il faut le destituer à coups de dictionnaire, le mettre en crise ou bien l’entériner par une mise à l’épreuve perpétuelle du réel. Avec le temps, cette vérification cesse d’être un geste automatique, pour devenir un exercice d’attention.
Rigueur : « Sévérité inflexible, âpreté, dureté » : voilà la définition du Zingarelli. Qui propose aussi : « exactitude, méticulosité, précision ». Et, comme acception littéraire, « indifférence ».
J’avais lu d’abord « défiance ». Défiance aurait été parfait : parce que la rigueur, telle que je l’ai vécue et continue de la vivre, est une manière défiante de se tenir dans la langue. En somme, la rigueur renvoie au doute. La boucle est bouclée.
La défiance, quant à elle, ne ferme rien : elle remet en question. Elle empêche le point final, le définitif – sans tordre le cou au dictionnaire pour autant : elle le laisse ouvert, et, avec lui, la phrase suffisamment ouverte pour que quelque chose continue de se produire.
Venir au monde à la marge requiert ce type de rigueur : une rigueur qui interroge, brasse en tous sens, épuise la marge elle-même jusqu’à l’habiter – même si cela n’arrivera que bien plus tard. Car la marge, au début, est surtout manque : de légitimité, d’assurance, d’une certaine spontanéité, d’aisance apparente. On hésite là où d’autres avancent. On contrôle là où d’autres font confiance.
Pour revenir à mes marges à moi, j’ai vu pratiquer cet exercice d’attention évoqué plus haut dès mon plus jeune âge. Je me souviens de déjeuners en famille où l’oncle Roland, suisse-allemand, avec son italien académique étudié à Florence (La Toscane ! Déjà !), se levait de table pour aller chercher le Devoto Oli (l’équivalent du Robert) et repoussait les miettes de pain pour le consulter à même la nappe.
J’ai appris de cet exercice d’attention que les mots les plus dangereux ne sont pas les mots rares, mais ceux qui sont trop communs pour être transparents. Et plus tard, en effet, ce qui me poussera à me méfier, ce ne sera plus le « « ce n’est pas de l’italien » de mon mentor, mais la cruauté insidieuse d’un maître du style tel que Martin Amis. Depuis l’intérieur de ses périodes parfaites, Amis s’amuse à défier le lecteur – et donc le traducteur – en choisissant des mots inoffensifs à première vue, qu’il emploie dans leur sens le plus obscur, le moins anodin. Dans ce corps à corps avec lui, car c’est bien de corps à corps qu’il s’agit, le faux pas guette ; le piège est toujours dans ce que l’on croit connaître déjà.
Dans la fréquentation de tels auteurs, et dans le droit fil d’une enfance peuplée de polyglottes pointilleux, une compétence différente prend forme. Une vigilance. Une disponibilité à remettre perpétuellement en jeu ce qui semble acquis. Avec le temps, ce qui était une limite devient une posture.
Ce qui est rigoureux, dès lors, n’est pas ce qui tend vers le définitif, mais ce qui essaie de délimiter l’indélimitable, en acceptant de résister à la tentation de le figer.
L’italien des marges rencontre ainsi l’italien du centre – ou qui se croit tel : l’italien établi, reconnu. Et s’il est toujours judicieux de se faire accompagner par le dictionnaire – il catalyse la pensée, délimite des îlots de sens, offre un premier contrepoint, vous arrache à la solitude –, il faut aussi se laisser surprendre, et imprégner. Alors les rencontres, dans ce parcours, deviennent infinies. Il est essentiel de veiller à ce que votre langue reste aussi dialogique que possible : curieuse, disponible, accueillante ; non pas pour céder au « ce n’est pas de l’italien », mais pour mesurer sa résistance, et s’assurer qu’elle reste en tension.
Je me suis aperçue assez tôt que cette posture avantage ceux qui sont obligés de la défendre. Rester sur ses gardes, interroger sa propre langue et celle avec lesquelles elle entre en contact, trouver les ponts, corriger les glissements : tout cela produit une forme de stabilité paradoxale. Non pas une assurance, mais une possibilité de retour. Vous apprenez à repartir de là : de ce qui a résisté au contrôle, qui ne s’est pas laissé enfermer. Et dans ces retours – non pas vers une orthodoxie, mais à la lumière de ses déviations – vous distinguez parfois ce qui vaut la peine d’être défendu.
Ainsi, à partir d’une langue peu consciente d’elle-même, c’est une langue plus exposée, pour ne pas dire plus disponible, plus poreuse, qui se fraie un chemin. Une langue qui apprend à reconnaître ses propres étrangetés et idiosyncrasies non pas comme des défauts à corriger, mais comme des points de friction. Et c’est là, dans cette exposition, que se mesure sa capacité à se transformer.
À force de consulter des dictionnaires – à une époque où ils étaient encore au format papier –, la langue pour moi a cessé d’être un système abstrait : elle est devenue concrète, tridimensionnelle, matérielle.
Mais la véritable épiphanie est arrivée dans un second temps, en consultant de manière tout à fait physique les dictionnaires bilingues tant honnis.
Je me souviens qu’en tournant les pages d’un banal et, j’insiste, très utile bilingue en quête de mots à l’apparence tout aussi banale – et en me prenant à suivre fidèlement ou à reconnaître des parcours, des séquences de lemmes que j’aurais presque pu réciter par cœur –, j’ai réalisé une chose : même quand elles ont la même étymologie, les langues n’occupent pas le même espace. Polizia, police, police ; tavolo, table, table ; animale, animal, animal ; ou encore ragazza, fille, girl ; albero, arbre, tree : au-delà de leurs racines communes, français et anglais ont une morphologie, des accents, un poids particulier différents.
L’italien insiste, s’étire, du haut de ses cinq accents toniques, et, comme on dit, il chante. L’anglais et le français, même lorsqu’ils partagent une même origine, tendent à comprimer, à lisser, à soustraire, à ravaler lettres et syllabes. Ragazza, fille, girl : trois mots pour le même objet, mais ni la même métrique, ni le même souffle. Albero, arbre, tree : trois manières différentes de se tenir debout dans la phrase.
Et c’est ici que le dictionnaire – outil qui, par définition, définit sans décider ; qui liste des possibilités sans vraiment les hiérarchiser – m’a rendu le mouvement de la langue : le rebondissant tavolo contre la note sourde de table et table, la ragazza trisyllabique contre le bisyllabique fille, jusqu’à girl, un simplement mouvement/claquement de langue (cette autre langue, constituée de nerfs et de muscles).
La langue comme phénomène matériel, musical, et donc mathématique. Par lequel vous avancez au mètre, à la balance, au diapason. Qui vous fait mesurer, déplacer, et répéter à haute voix. Qui vous fait corriger par soustraction ou par accumulation, dans le but de donner à la phrase, au phrasé italien, le même mouvement que dans le texte source. Le corps entre ici en jeu : à travers la répétition, l’écoute, l’effort pour trouver un équilibre qui tienne. Je me souviens que lorsque j’ai rendu la traduction de Grande trampoliere smarrito, de ce funambule de la langue mais aussi de la vie (il fut champion de boxe) que fut Arthur Cravan, je n’avais pas mal aux muscles des mains : mais aux bras, aux jambes, aux épaules, au dos.
Pour en revenir à la notion de porosité, le constat me semble clair à ce stade : elle a cessé d’être une disposition théorique pour devenir une nécessité opérationnelle. Il faut en effet développer une disponibilité à lâcher prise, à se faire traverser en profondeur. Non pas pour réinventer l’italien, mais pour l’adapter, pour le pousser — dans la mesure du possible — à se comporter comme les langues qui le sollicitent ; une propension au mimétisme qui ne lui fait pas perdre pour autant son propre caractère reconnaissable.
Ainsi, après avoir été altérée, ma langue des marges est devenue adultérine.
Adultérine au sens le plus noble : une langue qui accepte de se compromettre pour rester fidèle à une complexité supérieure, qui se laisser pénétrer pour ne pas méconnaître, sans toutefois cesser de se reconnaître.
Il ne s’agit pas là d’une liberté luxurieuse, mais bien d’une forme de responsabilité envers ce que la langue ne sait pas – ou ne sait pas encore – dire sans se déformer.
***
Ce texte est un extrait de la lectio magistralis prononcée par Maurizia Balmelli le 16 mai 2026 au Salone del Libro de Turin, dans le cadre de l’AutoreInvisibile, à l’occasion de la cérémonie officielle du Prix de traduction «Giovanni, Emma e Luisa Enriques”, qui lui a été décerné en 2025. Cette prestigieuse distinction est décernée par la famille Enriques à des traducteurs littéraires pour l’ensemble de leur activité, ou à des personnalités du monde culturel qui se sont distinguées par leur engagement en faveur de la traduction. Le Prix est également soutenu par la FUSP-Fondazione Unicampus San Pellegrino, engagée depuis quarante ans dans la formation des traducteurs et dans la recherche sur la traduction.
Published September 15, 2026
© Maurizia Balmelli
© Specimen
Auf der Suche nach meiner Sprache in denen der anderen
Written in Italian by Maurizia Balmelli
Translated into German by Mirjam Bitter
„Das ist kein Italienisch“, sagte vor langer Zeit ein Mentor zu mir. „Nicht dünnlippig – auf Italienisch sagt man schmallippig.“
Heute würde ich mich mit dem Mentor vielleicht darüber streiten, würde ihn einen Scharlatan nennen, „was redest du da, das ist beides Italienisch!“, würde ich sagen, „es kommt auf den Kontext an!“ In jenem Sommer hingegen, im Halbdunkel eines Arbeitszimmers mit geschlossenen Fensterläden, von der toskanischen Schwüle an den Stuhl geklebt, draußen die Zikaden, hörte ich bloß zu und schluckte es. Bei meiner damals ersten Übersetzung zweifelte ich an allem, es gab noch kein Internet, und als wäre das nicht schon genug, war ich auch noch mit einer Cousine aufgewachsen, die als Klassenbeste ihre eigenen Wortschatzfehler archivierte und dabei verkündete: „Das ist das falsche Vokabular“.
Mein Italienisch kam von den Rändern: ein Schweizer Italienisch, zusammengepanscht, wenig bewusst. Schmallippig eben. Mit Erlaubnis des Kontexts.
„Das ist kein Italienisch.“ Heute schreibe manchmal ich das meinen Schülern an den Rand ihrer Übersetzungen. Ich komme mir gemein vor, aber ich lasse es stehen. Ich weiß aus Erfahrung, dass diese Gemeinheit zu Strenge führen kann.
Der Zweifel soll nie überwunden werden – sondern angegangen. Entkräftet mit Wörterbuchtreffern, in Frage gestellt oder bestätigt durch ständigen Abgleich mit der Wirklichkeit. Und mit der Zeit ist das Überprüfen keine mechanische Geste mehr. Es wird zur Aufmerksamkeitsübung.
Strenge: „Unerbittlichkeit, Herbheit, Härte“, so das Wörterbuch, aber auch: „Genauigkeit, Striktheit, Konsequenz“. Und literarisch bedeutet das italienische Wort rigore laut Zingarelli-Wörterbuch neben Strenge zudem indifferenza, Gleichgültigkeit.
Ich hatte zuerst diffidenza gelesen: Misstrauen. Misstrauen hätte perfekt gepasst, denn Strenge, wie ich sie gelebt habe und weiterhin lebe, ist eine misstrauische Art, in der Sprache zu sein. Die Strenge verweist dich zurück auf den Zweifel. Und so schließt sich der Kreis.
Misstrauen wiederum schließt nichts ab: Es stellt zur Diskussion. Es verhindert den Schlusspunkt, das Endgültige – ohne das Wörterbuch zu mobben, im Gegenteil: Es hält es offen, und mit ihm den Satz, gerade so weit, dass immer etwas geschehen kann.
An einem Rand auf die Welt gekommen zu sein, erfordert diese Art von Strenge: eine Strenge, die befragt, zusammenpanscht, den Rand selbst so lange auslaugt, bis man ihn bewohnt – wenn auch erst sehr viel später. Denn anfangs ist der Rand vor allem ein Mangel: an Legitimität, an Sicherheit, an einer gewissen Spontaneität, an scheinbarer Natürlichkeit. Man zögert, wo andere voranschreiten. Kontrolliert, wo andere vertrauen.
An meinen eigenen Rändern habe ich die oben erwähnte Aufmerksamkeitsübung seit frühester Kindheit in Aktion erlebt. Ich erinnere mich an Mittagessen mit Verwandten, bei denen Onkel Roland aus der deutschsprachigen Schweiz mit seinem am Schreibtisch in Florenz (Toskana! Die schon wieder!) erlernten Italienisch vom Tisch aufstand, um das Devoto Oli-Wörterbuch zu holen, dann wischte er die Brotkrümel beiseite und legte es auf die Tischdecke, um es zu konsultieren.
Bei dieser Aufmerksamkeitsübung habe ich gelernt, dass nicht die seltenen Wörter die gefährlichsten sind, sondern die allzu gewöhnlichen, bei denen nichts mehr durchscheint. Später machte mich dann auch nicht mehr das „Das ist kein Italienisch“ des Mentors misstrauisch, sondern die tückische Grausamkeit eines Stilmeisters wie Martin Amis. Aus seinen perfekten Satzgefügen heraus macht er sich einen Spaß daraus, die Lesenden – und so auch die Übersetzenden – herauszufordern, indem er auf den ersten Blick unverfängliche Wörter wählt, diese aber in ihrem dunkelsten, am wenigsten harmlosen Sinn verwendet. Im Nahkampf mit ihm – denn es handelt sich um einen Nahkampf – lauert überall ein Fehltritt, versteckt sich die Falle immer in dem, was man schon zu kennen meint.
Im Umgang mit ähnlichen Autoren und im Kielwasser einer Kindheit unter gewissenhaft Polyglotten bildet sich eine andere Kompetenz heraus. Eine Wachsamkeit. Eine Bereitschaft, das scheinbar Erworbene ständig wieder aufs Spiel zu setzen. Mit der Zeit wird dieser vormalige Nachteil zur Haltung.
Strenge zielt folglich nicht auf das Endgültige ab, sondern ist der Versuch, das Uneinfassbare einzufassen und dabei bewusst der Versuchung zu widerstehen, es festzunageln.
So trifft das Italienisch der Ränder auf das Italienisch des Zentrums – oder was sich dafür hält: das im Amt, das anerkannte. Und obgleich es immer eine gute Idee ist, ein Wörterbuch dabei zu haben – es katalysiert die Gedanken, grenzt Sinninseln ein, liefert einen ersten Disput, reißt dich aus der Einsamkeit –, muss man sich ebenso überraschen lassen, durchdringen lassen. Dann entstehen auf diesem Weg unendlich viele Begegnungen. Wesentlich ist, die eigene Sprache so vorläufig wie möglich zu halten: neugierig, zugänglich, gastfreundlich; nicht um dem „Das ist kein Italienisch“ nachzugeben, sondern um dessen Widerstand zu messen und sich zu versichern, dass die Spannung bestehen bleibt.
Diese Haltung, das habe ich bald bemerkt, begünstigt diejenigen, die sie zwangsläufig aushalten müssen. Immer wachsam zu bleiben, die eigene Sprache zu hinterfragen und genauso die Sprachen, mit denen man in Kontakt kommt, Brücken zu finden, das Schlingern wieder einzufangen – all das erzeugt eine Art paradoxer Stabilität. Keine Sicherheit, aber eine Möglichkeit der Rückkehr. Man lernt, wieder neu loszulaufen: von dem, was sich der Kontrolle widersetzt hat, was sich nicht hat einhegen lassen. Und bei der Rückkehr – nicht zu einer Orthodoxie, sondern zum Geleitschutz ihrer Abweichungen – entdeckt man manchmal etwas, das zu verteidigen sich lohnt.
So wird aus einer wenig bewussten Sprache nach und nach eine exponiertere, um nicht zu sagen: zugänglichere. Porösere. Eine Sprache, die die eigenen Merkwürdigkeiten und Idiosynkrasien zu erkennen lernt, aber nicht als zu korrigierende Fehler, sondern als produktive Reibung. Genau dort, in dieser Exponiertheit, misst sich ihre Wandlungsfähigkeit.
Vom vielen Wörterbuchwälzen – in einer Zeit, als es noch papierne waren – hat Sprache für mich aufgehört, ein abstraktes System zu sein und ist konkret geworden, dreidimensional, materiell.
Aber das wahre Erweckungserlebnis kam zu einem späteren Zeitpunkt, als ich sehr körperlich die vielgeschmähten zweisprachigen Wörterbücher konsultierte.
Ich erinnere mich, wie ich die Seiten eines banalen, und – ich bestehe darauf – äußerst nützlichen zweisprachigen Wörterbuchs umblätterte, auf der Suche nach scheinbar ebenso banalen Wörtern, und mich dabei überraschte, ganze Abschnitte nachzeichnen zu können oder wiederzuerkennen, Abfolgen von Lemmata, die ich fast auswendig hätte aufsagen können – da ist mir eines klar geworden: Nicht einmal, wenn sie dieselbe Etymologie haben, besetzen Sprachen denselben Raum. Polizei: polizia, police, police; Tisch: tavolo, table, table; Tier: animale, animal, animal; aber auch Mädchen: ragazza, fille, girl; Baum: albero, arbre, tree – jenseits der gemeinsamen Wurzeln haben Italienisch, Französisch und Englisch verschiedene Morphologien, Akzente, spezifische Bedeutungen.
Das Italienische insistiert, spannt sich auf, singt, wie man sagt, von der Höhe seiner fünf Hauptbetonungen. Englisch und Französisch neigen – auch da, wo sie mit dem Italienischen einen gemeinsamen Ursprung teilen – dazu, zu komprimieren, zu glätten, etwas wegzunehmen, Buchstaben und Silben zu verschweigen. Ragazza, fille, girl: drei Wörter für dieselbe Entität, aber nicht dieselbe Metrik, nicht derselbe Atemfluss. Albero, arbre, tree: drei verschiedene Arten, im Satz zu stehen.
Und hier hat mir das Wörterbuch – ein Werkzeug, dass per Definition definiert, nicht entscheidet, Möglichkeiten aufzählt, ohne sie wirklich zu hierarchisieren – die Bewegung der Sprache zurückgegeben: das heikle, auf der drittletzten Silbe betonte tavolo gegen die glatten table und table, die dreisilbige ragazza gegen den Zweisilber fille, bis zum girl, einem einfachen Zungenschlag (wo doch auf Italienisch lingua sowohl Sprache als auch Zunge heißt, die aus Nerven und Muskeln).
Sprache als etwas Materielles, etwas Musikalisches und schließlich Mathematisches. Darum richtest du dich nach Metrum, Waage, Stimmgabel. Miss, verschiebe, sprich es probehalber laut aus. Du korrigierst durch Wegnehmen oder Anhäufen, mit dem Ziel, dass der Satz, die Phrasierung im Italienischen dieselbe Wendung nimmt wie im Ausgangstext. Der Körper tritt ein in den Prozess: in der Wiederholung, im Lauschen, in der Anstrengung, ein Gleichgewicht zu finden, das trägt. Ich erinnere mich, dass mir beim Einreichen von Grande trampoliere smarrito (wörtlich: Großer verirrter Stelzenläufer), einer Übersetzung von Arthur Cravan, dieses Seiltänzers der Sprache und des Lebens (er war Amateurboxer), nicht etwa die Muskeln in den Händen wehtaten, sondern in den Armen, den Beinen, den Schultern, am Rücken.
Wenn wir zur Porosität zurückkehren, scheint mir an dieser Stelle klar, dass es nicht mehr bloß eine theoretische Bestimmung ist, sondern eine operative Notwendigkeit. Man muss tatsächlich eine Bereitschaft entwickeln, loszulassen, sich durchdringen zu lassen bis in die feinsten Äderchen. Nicht um das Italienische neu zu erfinden, aber um es anzupassen, es – so weit wie möglich – dazu zu drängen, sich so zu verhalten, wie die Sprachen und Zungen es anspornen; begabt zur Tarnung, ohne dabei die eigene Wiedererkennbarkeit zu verlieren.
So wurde meine Sprache der Ränder von der gepanschten (adulterata) zur ehebrecherischen (adulterina).
Ehebrecherisch im edelsten Sinne: eine Sprache, die bereit ist, sich bloßzustellen, um einer höheren Komplexität treu zu bleiben, die sich penetrieren lässt, um nicht zu verkennen, indes ohne aufzuhören, sich selbst wiederzuerkennen.
Es ist keine liederliche Freiheit, sondern eine Art der Verantwortlichkeit demgegenüber, was die Sprache nicht – oder noch nicht – sagen kann, ohne sich zu verformen.
***
Dieser Text ist ein Auszug aus der lectio magistralis, die Maurizia Balmelli am 16. Mai 2026 im Rahmen der AutoreInvisibile am Salone del Libro in Turin anlässlich der offiziellen Verleihung des Übersetzungspreises «Giovanni, Emma e Luisa Enriques» hielt, mit dem die Übersetzerin 2025 ausgezeichnet wurde. Die renommierte Auszeichnung wird von der Familie Enriques an Literaturübersetzer für ihr Gesamtwerk oder an Persönlichkeiten aus dem Kulturbereich verliehen, die sich durch ihr Engagement für die Übersetzung hervorgetan haben. Der Preis wird auch von der FUSP-Fondazione Unicampus San Pellegrino unterstützt, die sich seit vierzig Jahren der Ausbildung von Übersetzern sowie der Übersetzungsforschung widmet.
Published September 15, 2026
© Maurizia Balmelli
© Mirjam Bitter
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