From Buchi

Written in Italian by Ugo Cornia

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E la morte della mamma? (morta 11? Novembre ’95): per tanti anni, ricordare – oggi tre anni fa è morta la mamma – oggi dodici anni fa è morta la mamma – me la scorderò mai sta data? Telefoni alla zia Bruna, senza dirglielo che esattamente due anni prima è morta sua sorella, proprio quei giorni lì, fai finta di parlar d’altro – lo so che sono due anni ch’è morta la Francesca. Sembra ieri, che malinconia –. E giù pianti. – Cos’è, volevi interrogarmi per vedere se mi ricordavo? – Due risatine in mezzo ai pianti – ma no zia, volevo telefonarti perché è oggi l’anniversario, magari dopo mi telefonavi tu che io non ero più in casa, che se non ci sentivamo mi dispiaceva – non mi interrogare mica più, mi raccomando – un altro po’ di risate. Che grande sollievo ridere e piangere quando sei tristissimo.

11 novembre che è morta la mamma? Che dicevo sempre: la scorderò mai questa data? L’ho scordata. Era sabato, quello me lo ricordo benissimo. Data forse il 9. Non cambia niente, più di tanto, per sostanza emozionale della cosa. Cancellato il rituale. Basta. Tanto altri rituali ce n’è duecentomila. Niente più di così. Rituali, rituali – sei andato al cimitero? – no, non ci sono andato. Ho il cimitero nel cervello. Anche se non ci vado è uguale – Vero, com’è vera questa cosa. Cazzo vado a farci al cimitero, che è uguale. Ci vai, non ci vai, è uguale. Anzi, domani ci vado di corsa proprio perché andarci o non andarci è uguale. Poi magari ci vado anche di nascosto, da solo e senza dirlo nessuno – sei andato al cimitero? – no, cazzo vado a farci – invece c’ero andato. C’era quell’Ermes Bacega, l’ultima volta, sepolto per terra di fresco, la montagnola ancora evidente, la croce con foto. Ermes Bacega, che nome fuori standard, suona strano Ermes Bacega. Ma chi è stato Ermes Bacega? Chi è? Mai sentito. Antico guzzanese espatriato per lavoro? Tornato per morte? Ce n’era altri tre o quattro completamente sconosciuti, nome e cognome sconosciuto, soprattutto cognome sconosciuto. No Righetti, no Lodovisi, no Amandi, no Ventura, no Bacchetti eccetera. Strano. Chiesto in giro. Dicono che qualcuno viene da Camugnano, qualcuno da fuori, a Guzzano costa meno. Per i poveri è meglio. Uno arriva al ricovero, ha pochi soldi, prima o poi muore, allora lo seppelliscono a Guzzano che costa meno.

Come mi è sempre piaciuto questo esempio. Un bambino cammina nel buio. È tardi, è rimasto fuori a giocare e non si è accorto che veniva buio. Adesso deve fare un po’ di strada a piedi per tornare a casa. Ha paura. Si mette a saltare e a cantare una canzoncina. Riesce a arrivare a casa. Canticchiando e saltellando (se pesti la riga del marciapiedi muori – se non la pesti arrivi a casa salvo, ta-tà, ta-tà, ta-tà) inventi un piccolo centro d’ordine in mezzo alle forze del caos, che ti fa arrivare in salvo. Le forze del caos, la paura, non riescono a mangiarti il cuore. La canzoncina è quel piccolo centro che addensa le forze anticaos. Se no che cosa potevi fare. Metterti a piangere seduto sul muretto, in mezzo alle forze del caos scatenate. Che già sedersi fermi a piangere, in mezzo alle forze del caos, ma devi stare fermissimo, non muoverti, non muovere neanche un dito, perché se lo muovi, magari la forza del caos ti prende il dito e inizia a tirarti giù, nel regno del caos dove il caos mangia tutto. Sta’ fermo. Magari arriva l’anima buona che ti porta in salvo. Quindi anche stare fermi fermi era l’invenzione di un altro piccolo centro d’ordine, in mezzo a ste forze del caos che vogliono tirarti giù

(che varie righe sopra stavo per dire cervello, le forze del caos non riescono a mangiarti il cervello, e invece ho detto cuore, non riescono a mangiarti il cuore; cuore è meglio, te lo senti dovunque il cuore, anche sulla punta delle dita, nei polmoni e così via. Il cervello te lo senti solo nel cervello, nei pensieri? Chissà. Un mostro che arriva per mangiarti il cervello, oppure un mostro che arriva e ti strappa il cuore e se lo mangia. Non lo so che cosa è meglio, cosa è più spaventoso, te lo senti nel cuore anche il cervello, quindi è uguale, è sempre tutto uguale).

E io stavo fermo? Saltellavo canticchiando? Non lo so

e l’altro esempio qual era, che era così bello? L’altro esempio era questo. La casa. Ci torniamo dopo.

E mia sorella in quei giorni, proprio in quei giorni, spostava da un mobile a un altro. Le lastre papà, da A a B. Chissà perché, la mamma messe in B, il papà sempre lasciate in B, mia sorella mette in A. I documenti sempre stati lì in C, li metteva in D. E così via

spostare, spostare

Tra l’altro, ieri, ordinando tracantone: busta grande, giallastra. Cosa c’è dentro? Altre lastre. Lastre mamma o lastre papà? Non mi ricordo, l’ho letto, ma non mi ricordo più e non ho neanche più voglia di riguardarci.

Guzzano, di notte, d’inverno, neanche un cane. Una volta esco a prender l’acqua, grande cane nero sconosciuto, mai visto, a venti metri da me, mi guarda, lo guardo, va via, continuando a guardarmi, verso Ca’ di Mezzadri. Forza e coraggio, forza e coraggio. Mai più visto. Cos’era? Non c’è più tempo di niente adesso, mi sembra. Anche se non finisce mai. Poi prima o poi finirà. Un bel momento finirà, e se lo saprai ci starai anche male. Malissimo.

L’aia di notte, c’è un bel freddo, esci a fumarti una sigaretta, voglia d’acqua gelata, vai a prendere un’altra caraffa d’acqua alla fontana; la stalla d’Attilio, la stallina di Celeste; di fronte alla fontana quel cono di buio completo che si infila nel passaggio tra la stallina di Celeste e la stalla di Fonso, col buio più buio del mondo, non guardarlo. L’hai guardato? L’ho guardato. Lo guardo tutte le volte. Hai fatto male. È sempre stato lì che l’aldilà si riflette nell’aldiquà, ci cola dentro. È dietro la stalla di Attilio che c’è la colatura. Ormai l’hai guardato. Ormai devi andare avanti. Fare anche l’altra aia, zona di infiltrazione, polle, che te le senti a mezzo metro, se sbagli ci metti un piede dentro. Ma ormai è andata. Le case e le stalle di Ade, è da tanto che ci passeggi in mezzo. Andrai alle case ben costrutte di Ade: v’è sulla destra una fonte, accanto ad essa si erge un bianco cipresso; lì discendono le anime dei morti per avere refrigerio. A questa fonte non accostarti neppure; ma più avanti troverai la fredda acqua che scorre dal lago di Mnemosyne: vi stanno innanzi custodi, ed essi ti chiederanno perché mai esplori la tenebra dell’Ade caliginoso? Digli “son figlio della Terra e del cielo stellato; di sete son arso e vengo meno; ma datemi presto da bere la fredda acqua che viene dal lago di Mnemosyne”. Ed essi sono misericordiosi per volere del re degli Inferi, e ti daranno da bere l’acqua del lago di Mnemosyne; e tu quando avrai bevuto percorrerai la sacra via su cui anche gli altri procedono gloriosi.

Published September 25, 2017
Excerpted from Buchi, Feltrinelli, Milano 2016
© Giangiacomo Feltrinelli Editore 2016

From Buchi

Written in Italian by Ugo Cornia


Traduit en français par Véronique Volpato

Et la mort de maman ? (Morte le 11 ? novembre 95.) Pendant des années et des années, se souvenir – Aujourd’hui, maman est morte il y a trois ans – Aujourd’hui, maman est morte il y a douze ans. Est-ce qu’un jour elle me sortira de la tête, cette date ? Tu téléphones à tante Bruna, sans lui dire que sa soeur est morte deux ans plus tôt, jour pour jour, tu fais semblant de parler d’autre chose. – Je sais, ça fait deux ans que Francesca est morte. Je m’en souviens comme si c’était hier, quelle tristesse. Et voilà qu’on pleure. – Qu’est-ce qu’il y a, tu voulais me tester pour voir si je me souvenais ? Deux petits rires au milieu des larmes. – Mais non, tante Bruna, je voulais t’appeler parce que c’est l’anniversaire aujourd’hui, tu pensais peut-être m’appeler plus tard, quand je serais déjà sorti et ça m’aurait embêté de te louper. – N’essaie plus de me tester, s’il te plaît. Encore quelques rires. Quel soulagement de rire et pleurer quand tu te sens si triste.

11 novembre, la mort de maman ? Moi qui n’arrêtais pas de me demander : est-ce qu’un jour elle me sortira de la tête, cette date ? Je ne m’en souviens plus. C’était un samedi, ça je m’en rappelle très bien. La date, peut-être le 9. Ça ne change rien, ou pas tant que ça, à la valeur émotionnelle de la chose. Exit le rituel. Fini. Toute façon des rituels, il en existe deux-cent-mille. N’en rajoutons pas. Les rituels, les rituels. – T’es allé au cimetière ? – Non, j’y suis pas allé. J’ai le cimetière dans le cerveau. Même si j’y vais pas, ça change rien – Ça, c’est bien vrai. Qu’est-ce que j’irais foutre au cimetière, puisque ça change rien. T’y vas, t’y vas pas, ça revient au même. Allez, demain j’y vais, mais alors vite fait justement, parce que y aller ou pas ça revient au même. Après, en cachette, c’est pas exclu que j’y retourne, moi tout seul et sans en toucher un mot – T’es allé au cimetière ? – Non, qu’est-ce que j’irais y foutre. Et pourtant j’y étais allé. Il y avait un certain Ermes Bacega, la dernière fois, fraîchement mis en terre, un petit monticule encore bien net, une croix avec une photo. Ermes Bacega, quel nom hors norme, sonne bizarre. Ermes Bacega. C’était qui ça, Ermes Bacega ? C’est qui ? Jamais entendu parler. Un ancien de Guzzano, expatrié pour le travail ? Revenu pour cause de mort ? Y en avait trois ou quatre autres, inconnus au bataillon, prénom et nom de famille inconnus, surtout les noms de famille. Aucun Righetti, aucun Lodovisi, aucun Amandi, aucun Ventura, aucun Bacchetti, etc. Bizarre. Demandé par-ci par-là. Ils disent qu’il y en a qui viennent de Camugnano, d’autres de plus loin, ça coûte moins cher à Guzzano. Pour les pauvres, c’est mieux. Quelqu’un arrive en maison de retraite, il a pas d’argent, un beau jour il meurt, alors ils l’enterrent à Guzzano, parce que c’est moins cher.

Comme j’aime cet exemple depuis toujours. Un enfant marche dans le noir. Il est tard, l’enfant est resté dehors pour jouer, sans se rendre compte qu’il commençait à faire nuit. Maintenant il doit faire un bout de chemin à pied pour rentrer à la maison. Il a peur. Il se met à sautiller en chantant une petite chanson. Il arrive quand même à rentrer à la maison. Sautillant et chantonnant (tu touches la ligne du trottoir tu meurs, tu la touches pas t’arrives à la maison, sain et sauf, lalalalalala), tu inventes un petit îlot d’ordre au milieu des forces du chaos, qui te permet d’arriver en lieu sûr. Les forces du chaos, la peur, n’arrivent pas à te dévorer le cœur. La chansonnette est le petit îlot qui concentre les forces antichaos. Sinon tu pouvais faire quoi. Te mettre à pleurer assis sur un muret, au milieu des forces déchaînées du chaos. Mais là, s’asseoir pour pleurer, au beau milieu des forces du chaos, à moins d’arrêter complètement de bouger, de rester totalement immobile sans remuer un doigt, parce que tu bouges un doigt, les forces du chaos risquent de te l’attraper et de te tirer vers le bas, vers le règne du chaos où le chaos dévore tout. Ne bouge pas. On ne sait jamais, une bonne âme pourrait t’amener en lieu sûr. Donc rester sans bouger aussi, c’était inventer un autre petit îlot d’ordre, au milieu de ces forces du chaos qui veulent te tirer vers le bas

(enfin, je voulais dire le cerveau quelques lignes plus haut, les forces du chaos n’arrivent pas à te dévorer le cerveau, mais j’ai dit le cœur, elles n’arrivent pas à te dévorer le cœur, le cœur, c’est mieux, ton cœur tu le sens partout, jusque dans le bout des doigts, dans les poumons et tout. Le cerveau, tu le sens seulement dans ton cerveau, dans tes pensées ? Va savoir. Un monstre qui vient pour te dévorer le cerveau, ou un monstre qui arrive, t’arrache le cœur et le dévore. Je ne sais pas ce qui va le mieux, ce qui fait le plus peur, ton cerveau tu le sens aussi dans ton cœur, donc ça revient au même, tout revient toujours au même).

Et moi je restais sans bouger ? Je sautillais en chantonnant ? Je sais pas

et l’autre exemple c’était quoi, il était si beau, pourtant ? Ah, oui, l’autre exemple c’était celui-ci. La maison. On en reparle plus tard.

Et ma sœur ces jours-là, précisément ces jours-là, elle déplaçait les choses d’un meuble à l’autre. Radios de papa, de A à B. Va savoir pourquoi, maman les a mises dans B, papa toujours laissées dans B, ma sœur les met dans A. Passeports, toujours été dans C, elle les a mis dans D. Et ainsi de suite

déplacer, déplacer

Par ailleurs, hier, faisant de l’ordre dans le tracantoneTerme dialectal désignant un meuble d’angle, dont la définition est donnée quelques pages plus tôt dans le livre. (ndt) : grande enveloppe, jaunâtre. Il y a quoi dedans ? D’autres radios. Radios de maman ou radios de papa ? Je me rappelle plus, je l’ai lu, mais je me rappelle plus et j’ai même plus envie de contrôler.

Guzzano, la nuit, l’hiver, pas un chat. Un soir, je sors chercher de l’eau, et là, à vingt mètres de moi, grand chien noir que je connais pas, jamais vu, il me regarde, je le regarde, il s’en va en continuant de me regarder, vers Ca’di Mezzadri. Courage, courage. Plus jamais revu. Qu’est-ce que ça veut dire ? Maintenant, il y a plus de temps pour rien, il me semble. Même si rien ne finit jamais. Un jour ou l’autre, il y aura une fin. Un beau jour, ce sera fini, et si tu t’en rends compte, ça te fera mal. Très mal.

La cour la nuit, on gèle, tu sors fumer une clope, envie d’eau glacée, tu retournes remplir la carafe à la fontaine ; l’étable d’Attilio, la petite étable de Celeste ; devant la fontaine, ce triangle de noir absolu qui s’insinue dans le passage entre la petite étable de Celeste et l’étable de Fonso, le noir le plus noir du monde, ne regarde pas. T’as regardé ? J’ai regardé. Je regarde à chaque fois. T’aurais pas dû. Depuis toujours, c’est là que l’au-delà se reflète dans l’ici, qu’il s’écoule dedans. C’est derrière l’étable d’Attilio que ça suinte. Maintenant t’as regardé. Tu peux plus revenir en arrière. Continuer en passant par l’autre cour, zone d’infiltrations, de fissures, tu les sens à cinquante centimètres, si tu te trompes tu te retrouves avec un pied dedans. Bon, c’est fait maintenant. Les maisons et les étables d’Hadès, ça fait longtemps que tu t’y promènes. Tu iras aux maisons bien construites d’Hadès. Il y a une source à droite, et dressé à côté d’elle, un blanc cyprès. Descendues là, les âmes des morts se raffraîchissent. De cette source ne t’approche surtout pas ! Mais plus avant, tu trouveras une eau qui coule du lac de Mnémosyne, froide ; devant elle il y a des gardes. Ils te demanderont ce que tu viens chercher dans les ténèbres de l’Hadès obscur. Dis : « Je suis fils de la Terre et du ciel étoilé. Je suis desséché de soif et je défaille ; mais donnez-moi donc vite à boire de l’eau froide du lac de Mnémosyne ». Et ceux-ci seront miséricordieux par volonté du souverain des Enfers. Et toi aussi, quand tu auras bu, tu avanceras sur la voie sacrée, que parcourent d’autres glorieux.Les dernières lignes du texte reprennent les phrases inscrites sur une lamelle d’or de l’Antiquité grecque (orphisme), destinée à accompagner un mort dans l’au-delà. Le texte italien correspond à la traduction de l’archéologue Giovanni Pugliese Carratelli. Notre traduction s’inspire de la traduction d’Alain-Philippe Segonds et Concetta Luna de Giovanni Pugliese Carratelli, «Les lamelles d’or orphiques. Instructions pour le voyage d’outre-tombe des initiés grecs», Les Belles Lettres, Paris, 2003. (ndt)

Published September 25, 2017
Excerpted from Buchi, Feltrinelli, Milano 2016
© Giangiacomo Feltrinelli Editore 2016
© Specimen 2017


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Ho scritto questa cosa, Buchi, in un momento di forte malumore, forse potrei dire che ero in uno stato un po’ angosciato, come credo che, ogni qualche anno, capiti più o meno a tutti. Credo che la scrittura abbia veramente un valore terapeutico e infatti poi il malumore, pian piano, si è consumato e mi è passato. Devo dire che in un certo senso sembra un po’ un ritornare su alcune cose che avevo già raccontato nel mio primo romanzo, che si chiama Sulla felicità a oltranza, e che è uscito a fine ’99, ma che avevo scritto tra il ’94 e il ’96. Quindi tra una cosa e l’altra erano passati quasi vent’anni. Vent’anni sono tantissimi si dovrebbe dire, ma nella testa, nella vita e negli affetti credo che a tanti capiti di essere allo stesso tempo vicinissimi e lontanissimi da alcune medesime cose. Delle volte lontanissimi da cose successe ieri l’altro e delle altre volte vicinissimi a qualcosa che è successo venti anni fa. Tutto va via, poi ritorna, poi rivà via. D’altra parte ho scritto una cosa abbastanza diversa, con un ritmo diverso, una voce un po’ diversa, eccetera eccetera, ma era la voce che avevo a disposizione in quel momento, che mi veniva su dalla gola, un po’ senza fiato, forse. Si vede che a una parte di me piace abitare coi fantasmi e dispiace lasciare le località infestate. Più di così non saprei cosa dire.
– Ugo Cornia

J’ai écrit cette chose, Buchi, dans un accès de mauvaise humeur, je pourrais même dire d’angoisse, comme il en arrive à tout le monde, me semble-t-il, de temps en temps. Je crois que l’écriture a réellement une valeur thérapeutique, et en effet, ma mauvaise humeur s’est peu à peu calmée puis dissipée. Je dois dire qu’en un certain sens, je suis revenu sur certaines choses que j’avais déjà racontées dans mon premier roman, intitulé Sulla felicità ad oltranza, publié fin 99, mais écrit entre 94 et 96. Presque vingt ans s’étaient donc écoulés entre les deux livres. Vingt ans, c’est beaucoup devrait-on dire, mais je crois qu’il arrive à beaucoup de gens de se sentir à la fois très proches et très éloignés de quelque chose, dans leurs têtes, leurs vies et leurs affects. Certaines fois très éloignés de choses survenues l’avant-veille et d’autres fois très proches de ce qui a eu lieu vingt ans plus tôt. Tout s’en va, puis revient, puis repart. D’un autre côté, j’ai écrit quelque chose d’assez différent, avec un autre rythme, une voix un peu différente, et ainsi de suite, mais c’était la voix que j’avais à disposition à ce moment-là, qui montait dans ma gorge, peut-être un peu essouflée. On dirait qu’une partie de moi aime habiter avec ses fantômes et n’aime pas quitter les lieux hantés. Je ne saurais en dire plus.
– Ugo Cornia
Translated by Véronique Volpato


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